E se la panchina è corta?

di - 5 Gennaio 2013

di Sergio Pastena

Le statistiche sono un cioccolatino avvelenato: sono lì, invitanti, vorresti abusarne e non sai che possono ucciderti. Anche senza drammatizzare, come troppa cioccolata fa venire un’indigestione, anche i numeri possono avere conseguenze negative, trarre in inganno.

Prendiamo il ranking: si può dire tutto e il contrario di tutto, facendo un po’ come fanno i partiti politici. Avete mai ascoltato un segretario di un partito che ha preso una mazzata tremenda dire: “Siamo soddisfatti: se prendiamo i dati delle ultime provinciali nella zona dell’Alto Salento siamo in netta crescita”. O robe del genere.

Visto che lunedì uscirà il nuovo ranking e la giostra ripartirà, andiamo a dare uno sguardo alle statistiche dell’anno appena trascorso, cercando quanto meno di capire quali movimenti hanno cambiato le loro performance e in che modo. Abbiamo pensato di strutturare questa veloce analisi in tre gradini: prima vedremo i Top 100, quelli che frequentano stabilmente il circuito maggiore; poi aggiungeremo i Top 200, quelli che i tornei d’elite li bazzicano soltanto; infine aggregheremo anche i dati dei Top 300, tennisti da Challenger che raramente fanno puntate in tornei più importanti.

Pronti? Via.

La creme de la creme

Diciamolo subito: se negli anni scorsi parlare di miglioramenti italiani era un po’ una forzatura, quest’anno possiamo pronunciare quelle parole. Per la prima volta a fine anno abbiamo sei tennisti nei Top 100 e alcuni di loro hanno raggiunto il best ranking, inoltre per la prima volta dal 2008 siamo nella Top 5, considerando che abbiamo raggiunto i tedeschi e siamo a un passo da argentini e americani.

Detto ciò, va detto che la parte del leone la fa la Spagna, che ancora una volta mantiene la vetta: un movimento che riesce ad abbinare qualità e quantità a differenza dei francesi, che raramente generano non solo tennisti da Slam ma anche atleti in grado di vincere Atp 1000.

Notevole il calo dei tedeschi, che alla fine del 2012 contavano solo sei atleti tra i 100: quasi la metà rispetto al 2009, quando battagliavano per la vetta. Certo, anche Haas e compagni non vedono l’ombra di uno Slam dai tempi di Becker, ma va detto che negli ultimi anni la questione major è stata ridotta a tre nazioni con l’eccezione di Argentina (Del Potro) e Gran Bretagna (Murray).

A chiudere la Top Ten va segnalato il ritorno degli australiani, che a differenza degli svedesi riescono a muovere qualcosa per uscire dalla crisi, e l’ingresso sorprendente dei giapponesi.

Panchina troppo corta?

In questa fascia i problemi degli italiani emergono in maniera sostanziale e sostanziosa: se tra i Top 100 riusciamo ad agganciarci finalmente al treno delle big, alle spalle c’è ben poco. In particolare abbiamo Matteo Viola, Potito Starace e Gianluca Naso (per un soffio). Attenuanti ce ne sono, basti pensare alla stagione sfortunata di Giannessi, ma la realtà è che anche negli anni scorsi in questa fascia pativamo.

Il verbo patire, invece, gli spagnoli non lo conoscono: la loro seconda fascia è solidissima e ha superato addirittura quella francese. In questa zona vanno bene, e non è una sorpresa, anche i tedeschi, che producono una marea di comprimari. A proposito, anche gli Usa sembrano adagiarsi lentamente sulla strada della quantità: ora che hanno serie difficoltà a tirare fuori un Top Ten, son venuti fuori tanti giocatori tra i 100 e i 200.

Tra le nazioni che confermano uno stato di salute non eccelso c’è la Russia: son passati i tempi dei Kafelnikov e dei Safin e sembrano tornati quelli di inizio anni ’90, quando dietro Cherkasov, Chesnokov e Volkov c’era praticamente il vuoto.

Aria di Challenger

Anche qui, e questa è una sorpresa, soffriamo un po’, anche se meno della fascia precedente: rispetto all’anno scorso abbiamo perso Di Mauro, Crugnola, Marrai e Arnaboldi e se teniamo botta è solo per le “retrocessioni” di Giannessi e Vagnozzi e per gli ingressi di Ghedin e Tommy Fabbiano. Argentina e Germania, però, ora sono distanti mentre nel 2011 erano ad un passo.

Quadro finale: a livello di big abbiamo massimizzato il rendimento, ma nonostante le tante occasioni di mettersi in mostra nei Challenger a quel livello abbiamo stentato. Sarà anche perché molti dei nostri big collezionano buona parte dei punti lì?

Per il resto, ovviamente, a questo livello è ancora la Francia a dominare e la Spagna di accontenta del terzo posto, scavalcata anche dagli americani. I brasiliani si affacciano nelle classifiche ma troppo spesso sono impantanati nei Challenger sudamericani e non vanno oltre, argentini e tedeschi dicono la loro senza eccedere.

Vista così, sembra evidente come molte nazioni abbiano “alzato il mirino”: lo abbiamo fatto anche noi, ma una cosa è avere 20 tennisti nei primi 200 e ben altro è averne la metà.

Chiusura catastrofica? Per niente, ma questo è un anno decisivo: sotto con i Travaglia, con i Gaio, con i Quinzi: buona parte dei nostri big va verso la trentina oppure l’ha già passata e sarà sempre più difficile ripetere annate come queste.

Avanti tutta, ragazzi!

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