Massimo Valeri: “Gli azzurri non sanno soffrire”

di - 7 Luglio 2015

GIRARDINI E VALERI

di Giorgio Giosuè Perri

Marco Girardini, direttore del torneo “Tennis Europe U12 di Bressanone” ha avuto il piacere di incontrare per quattro chiacchiere Massimo Valeri, ex numero 137 ATP ed attualmente tecnico federale. Il romano, che segue il torneo da vicino, ha parlato del mondo U12 in generale, facendo il punto della situazione sull’attuale condizione dei ragazzi in Italia.

Secondo te, allo stato attuale, nel circuito U12 ci sono tante differenze tra gli azzurri e tutti gli altri?

Io non noto tutta questa differenza, anche in questo torneo il livello è omogeneo. Tecnicamente il divario non è ampio tra i nostri e gli altri, anzi sotto questo aspetto siamo anche avanti. Il percorso tecnico-didattico è quello correto, magari ci perdiamo un po’ sul contorno, sulla ricerca ossessiva del risultato, della prestazione, senza focalizzarci sul fattore crescita, che può comprendere gli aspetti mentali e fisici. C’è poca attenzione in questo senso. Non sarà un caso che quando si entra in lotta i nostri non riescono a uscirne vincitori. Perso il primo set, perdono la partita, sono troppo fragili. Noi maestri, ma allo stesso tempo i genitori, dovremmo renderli più forti sotto questo punto di vista, farli diventare più autonomi sia dentro che fuori dal campo.

Sono ossessionati dal risultato, ma alla fine perdono. Sono d’accordo con te, si cerca di vincere senza l’umiltà di stare là a soffrire, è una questione di attitudine prettamente italiana?

Si, non c’è abitudine alla sofferenza. Non c’è umiltà, dedizione, attenzione. Vedo sempre più spesso questa difficoltà nei nostri ragazzi. Sono impauriti e insicuri, è un problema decisamente grave, anche se non dobbiamo necessariamente giustificarli. Non c’è una soluzione istantanea, bisogna seguire un percorso e vedere cosa succede. A tirrenia, al Centro Federale, abbiamo diviso in area tecnica, tattica e fisica. In ogni area si toccano questi aspetti, cercando di dare degli input. Sotto l’aspetto mentale forse è stato assimilato poco. Parliamo di routine, di come gestire le pause, ma in campo non riescono a farlo. C’è qualcosa da rivedere.

Mi ha colpito il comportamento fuori dal campo. Noto come stanno fuori dal campo gli azzurri e gli stranieri. Gli italiani sembrano in gita, gli altri sembrano dei piccoli professionisti. Certo, anche noi abbiamo i nostri campioncini, ma sembra più una festa che una competizione agonistica.

Vedo più genitori che maestri, questo è un altro problema. Mi sto confrontando molto con i genitori e poco con i maestri, e mi dispiace perché questo è un momento importante. In queste trasferte il tabellone “di consolazione” ha poco seguito, all’estero è diverso. Di solito si dovrebbero sfruttare tutte le occasioni possibili, invece qui appena perdono vanno via. E’ un percorso importantissimo di crescita, non bisogna pensare solo al risultato. La presenza di giocatori da tutto il mondo è un grande stimolo.

Qui intervengo da direttore del torneo, perché abbiamo preferito dare wild card agli stranieri, per rendere più intrigante la competizione.

Infatti è stato accettato di buon grado, perché è importante il confronto. Il torneo è ottimo, la data vi ha aiutato.

Cosa ne pensi dell’annata 2003? Noi maestri siamo un po’ come i viticoltori, andiamo per annate.

Devo dire che abbiamo un paio di ragazzi leggermente più avanti rispetto agli altri, però il resto del gruppo è molto compatto e può crescere. A livello europeo non abbiamo fatto troppo bene, a parte il quarto posto in European Summer Cup. La crescita deve avvenire sotto il piano dell’autonomia e della gestione fuori dal campo, gli stranieri lo sanno. I nostri hanno molti margini di miglioramento, è fondamentale il connubio genitore-maestro, bisogna farli crescere nella maniera più serena possibile. Ognuno deve fare il proprio, bambini compresi.

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