Ray Giubilo, quando tennis e fotografia si incontrano

di - 16 Dicembre 2014

FEDERER wimbledon giubilo

di Giorgio Giosuè Perri (Foto Ray Giubilo)

Cosa succede quando tennis e fotografia si scontrano? O sarebbe più corretto dire che si tratta di un incontro? Abbiamo avuto il piacere di intervistare Ray Giubilo, uno dei fotografi storici del mondo del tennis, un professionista capace di immortalare i momenti più incredibili della storia del tennis recente, dallo smash di Sampras a Wimbledon nel 1996 ai vari trionfi di Federer, Nadal, Sharapova e Williams. Attivo a 360° sia in campo maschile che femminile, ci ha spiegato cosa significa fare questo lavoro e ci ha parlato delle  sue tecniche, le sue passioni e le sue esperienze.

Come nasce la tua passione? A quando risalgono i tuoi primi scatti?
“Mi sono formato come fotografo a Sydney a metà degli anni 80. In quel periodo a seguito del boom della moda internazionale, cominciarono ad arrivare in Australia fotografi da tutto il mondo con nuovi stili e nuove tecniche che erano per lo più sconosciute alla maggioranza dei fotografi locali. L’uso diverso della potente e difficile luce australiana fu da ispirazione per i professionisti che si stavano avvicinando alla fotografia di moda. A quei tempi la fotografia per me non era nemmeno un hobby, facevo un altro lavoro, importavo articoli di moda. Mi piaceva fare delle foto perché avevo imparato le basi nella camera oscura della scuola che frequentavo in Inghilterra nella seconda metà degli anni ’70, ma mai mi sarei aspettato che la fotografia sarebbe diventata una professione”.

ROLAND GARROS 2013Come si è evoluta la tua carriera? Quali sono state le tue prime esperienze e le tue prime collaborazioni?
Nell’82 conobbi in aereo Bruno Giagu, un ragazzo sardo che viveva a Sydney e che aveva da poco aperto una rivista di moda chiamata “Follow Me”, che divenne subito la più letta e seguita. C’era la fila di fotografi che voleva lavorare per loro, anche perché avere una storia pubblicata su “Follow Me” significava avere delle buone possibilità che qualche designer ti scegliesse come fotografo per la loro prossima campagna pubblicitaria. Per fartela breve, per il mio compleanno Bruno mi regalò una macchina fotografica spronandomi ad usarla, e io iniziai. Mi iscrissi all’Istituto Australiano di Fotografia che aveva un’ottima camera oscura e che mi dava l’opportunità di imparare molto in termini di sviluppo e stampa del bianco e nero. Durante il giorno fotografavo quello che mi ispirava e poi se facevo qualche bella foto la mostravo a Bruno, e lui essendo un grande critico di foto mi diceva se una foto faceva schifo o se era passabile. Poi giocando a tennis sono diventato amico di un paio di fotografi che si stavano muovendo nella moda e così pian piano cominciai a farlo anche io. Ho cominciato come assistente di tanti fotografi e nell’86 ho iniziato ad avere i primi pubblicati, i primi cataloghi, specializzandomi poi anche nello still life. Guardavo molti libri e video di fotografi e avevo scoperto i lavori di Scianna e visto come lavorava (sempre un corpo macchina attorno al collo con un grandangolare, pronto a cogliere qualcosa al volo). Da lì scoprii Cartier-Bresson, Muncacsi, Lartigue, Rodchenko, fotografi che avevano sperimentato nello sport e nella moda. Mi resi conto che sarei stato più felice se avessi potuto fotografare cose in movimento e che succedono effettivamente, e che non fossero solo delle messe in scena (come spesso sono le foto di moda). Il classico “colpo di fortuna” arrivò nel 1989 quando un amico, che era diventato giornalista di tennis, venne a trovarmi in Australia e mi fece entrare agli Australian Open con un accredito al collo. Entrai nell’odierna Rod Laver Arena e mi sentii subito a casa. A gennaio sarà per me il 27mo Australian Open di fila. La prima collaborazione fu con la mitica rivista Match Ball. Mandavo foto e pezzi dai tornei che si giocavano in Australia, ma anche la Davis e qualsiasi cosa fosse tennis. Era una redazione fantastica, grandi amici, da Stefano Semeraro, Enrico Schiavina a Angelo Tonelli, figura emblematica della fotografia del tennis fin dai primi anni settanta. Fotografare il tennis mi piacque da subito, ma la stagione tennistica in Australia era breve e di conseguenza per gran parte dell’anno non c’era molto lavoro nel tennis in città. Cominciai così la mia gavetta come tutti, qualche torneo minore, magari la foto di qualche attore o cantante mentre gioca a tennis, cose così. Lavoravo una volta la settimana per John Alexander, un ex top 10 che organizzava ogni settimana un “corporate day” con i dirigenti di varie aziende che trascorrevano una giornata di tennis assieme a ex giocatori. Il mattino facevano lezioni con i giocatori, poi si pranzava, il pomeriggio torneo e alla sera gala con le mogli e fidanzate. Io dovevo fotografare quello che succedeva, far sviluppare e stampare le foto di ognuno per poi avere le stampe pronte per la sera. Quello è stato un grande allenamento per il lavoro che faccio adesso ai tornei.”

Cosa consigli ad un ragazzo che vorrebbe far diventare la propria passione, un lavoro? Tu come ci sei riuscito?
Se un giovane mostra di avere tanta passione per la fotografia, sicuramente gli consiglierei di fare questo lavoro. E’ una bellissima professione se hai la passione dentro. E’ dura perché non ti dà la garanzia del guadagno essendo altamente competitiva. Dipende molto da fattori esterni come la fortuna di entrare nel canale lavorativo giusto e dalla capacità del singolo di ottenere i lavori. Comporta inoltre un certo investimento economico perché l’attrezzatura buona costa e la tecnologia cambia così velocemente che i corpi macchina e i computer hanno una durata media di 3 anni e si svalutano molto. Poi ci sono anche le spese di viaggio. Oggi, comunque, consiglierei ai giovani di tenere un occhio aperto anche verso la videografia. Perchè un fotografo completo, oggi, deve saper anche produrre un video. Come dicevo per me scelta del tennis è stata casuale, il tennis è sempre stato il mio sport e in Australia giocavo quasi ogni giorno e inoltre in quel particolare momento avevo bisogno di spaziare in altri campi e mi attraeva molto la fotografia di reportage. Nella fotografia di moda hai tutta una squadra di gente che lavora insieme a te su una foto: il truccatore, il parrucchiere, l’art director, il cliente, la modella, e io facevo un po’ fatica a reggere troppa gente attorno. Dopo la prima esperienza agli Australian Open mi resi conto subito che la fotografia che volevo fare era un misto di reportage, azione e moda. Il fotografo freelance in questo particolare momento attraversa un periodo molto difficile, perché le agenzie internazionali hanno come obiettivo quello di prendersi tutto il lavoro e di eliminare i freelance offrendo i loro servizi a tariffe stracciate. Io sono un freelance, e per poter restare nel giro devo offrire sempre di più ai miei clienti affinché continuino a fornirsi da me e non da una grossa agenzia. Ciò comporta una certa esposizione economica da parte mia perché devo avere tutto il meglio che il mercato fotografico e post fotografico possa da offrire: le ultime macchine fotografiche, lenti, computer, programmi, schermi e tutto il resto.”

Qual è il giocatore che preferisci fotografare? Perchè?
Ci sono molti giocatori che ti offrono poco dal punto di vista fotografico, vuoi perché hanno un gioco monotono e senza colpi spettacolare, vuoi perché hanno una personalità poco carismatica. Poi c’è una categoria di giocatori che ti fa fare dei gran scatti quasi senza fatica, mi riferisco a giocatori che riempiono gli spalti fin dal primo turno del torneo. Sono i giocatori con bei gesti atletici e con gran carisma, che oltre al gesto atletico ti offrono anche la possibilità di fare belle foto di reazione e esultanza e quindi anche  dei gran ritratti. Andando indietro di 25 anni e fino ai giorni d’oggi, senza pensarci troppo ti direi i miei soggetti preferiti: McEnroe, Sampras, Ivanisevic, Hewitt, Monfils e Federer. Rafa Nadal, ad esempio, è un soggetto meraviglioso da fotografare, ti da una marea di belle foto. Ma il più acrobatico è Monfils, più lo fotografi e più hai la probabilità di vedergli fare qualcosa di eccezionale. Ha costruito la sua carriera su questo gioco spettacolare che gli ha garantito guadagni da top 4″.

Che rapporto hai con i giocatori e le giocatrici del circuito dopo così tanto tempo?
In 25 anni ho visto tre generazioni di tennisti ed è inevitabile non instaurare rapporti. Quando cominciai a fotografare il tennis in Australia avevo trovato terreno abbastanza fertile perché c’erano solo due fotografi “aussie” che fotografavano il tennis sul circuito. Io ai quei tempi lavoravo solo ai tornei “down under” e durante l’anno alternavo il mio lavoro di fotografo tra lo studio e i tennis camp, organizzati per lo più da leggende degli anni 60/70 come Tony Roche, John Newcombe e John Alexander, tanto per citarne alcuni. Conoscendo loro sono entrato in contatto con tutta una serie di personaggi del mondo del tennis e ho così instaurato degli ottimi rapporti con amici come Martin Mulligan e Paolo Bertolucci. Poi attraverso il mio lavoro ho conosciuto Adriano Panatta e Corrado Barazzuti, e quando ho cominciato ad essere più presente sul circuito negli anni ’90 ho conosciuto e instaurato bei rapporti con tutti i migliori tennisti del circuito, italiani e non. Quelli con cui forse parlo più spesso, quando li incontro sono: Rafter, Bolelli, Seppi, Fognini, e tra le donne Clijsters, Schiavone, Pennetta e Knapp. Con Vinci e Errani ci si saluta cordialmente, ma ci parliamo raramente, non perchè non mi piacciano, anzi mi sono simpatiche, ma non danno tanta confidenza. Ogni volta che c’e’ una premiazione mi devo sgolare per ottenere la loro attenzione (ride).

La fotografia è un’arte che non solo ha bisogno di grandi soggetti per riuscire, ma anche di ottime location e, naturalmente, di un grande fotografo. Assodato l’ultimo punto, in quali parti del mondo preferisci scattare le tue foto? Perchè?
Ci sono almeno quattro componenti principali per una buona foto: un gran soggetto, una bella luce, un grande sfondo e un’ottima composizione. Poi subentra la componente artistica che ti fa interpretare una foto in un modo piuttosto che in un altro. Cioè, tu puoi decidere se l’immagine finale sarà a colori, più o meno satura e più o meno vicina ai colori della scena, o in bianco e nero, e a questo punto decidere che tipo di bianco e nero. Le foto prese dall’alto dove il campo fa da sfondo sono quasi sempre tra le più spettacolari. Se vogliamo parlare di location ti dirò che agli Australian Open la luce magica è in una giornata di sole con cielo in assenza di nubi tra le 17:30 e le 17:50 all’interno della Rod Laver Arena. Il sole a quell’ora comincia a calare dietro la tribuna creando una zona d’ombra scurissima e netta che pian piano copre tutto il campo. A quell’ora bisogna assolutamente essere sulla pedana posta sul tetto nella parte corta del campo. E’ da lassù che si fanno le foto piu’belle. Roma ha anche un’ora di luce fantastica per foto dall’alto quando il centrale comincia ad entrare in ombra, cosi’ come il Suzanne Lenglen al Roland Garros. Le altre top locations sono il centrale di Wimbledon e il Grandstand agli US Open.

2014 AUSTRALIAN OPENCi sono particolari tecniche che utilizzi nelle tue fotografie? Come cambia il modo di lavorare dal mondo sportivo a quello prettamente naturale?
Come accennavo prima, quando parlavo della componente artistica, nella fotografia la tecnica è sempre stata un’arma in più del fotografo. In passato i grandi fotografi hanno sempre usato delle tecniche personali come asso nella manica, c’era chi era un gran stampatore di bianco e nero e chi riusciva a produrre delle stampe esattamente come le aveva immaginate al momento dello scatto; e ancora chi aveva delle tecniche nell’esposizione e trattamento di una diapositiva che magari altri non avevano. Oggi, con il passaggio all’età digitale, potrebbe sembrare che tutto sia molto più, e in realtà lo è davvero.
Tuttavia, il fotografo che vuole avere una propria identità nella produzione di immagini che lo distingua da altri, deve sapere cosa sta facendo al momento dello scatto, perché solo un’ottima esposizione e messa a fuoco può dare un ottimo risultato finale. Puoi trasformare uno scatto mediocre in un’immagine abbastanza buona, ma se vuoi creare un’immagine quasi perfetta devi conoscere la tua macchina come le tue tasche. In  pratica, oggigiorno, i corpi macchina professionali sono degli oggetti molto sofisticati con centinaia di funzioni e settaggi che devono essere continuamente messi a punto dal fotografo a seconda della luce per poter ottenere l’immagine ideale. Inoltre il fotografo deve essere in grado in un secondo tempo di lavorare l’immagine al computer usando programmi di post produzione come ad esempio Photoshop e derivati. Se vogliamo fare un paragone tra la fotografia sportiva e quella prettamente naturale, ti direi che per fotografare bene lo sport dovresti saper prima fotografare qualsiasi situazione che ti si presenta davanti, un paesaggio, un viso o un oggetto. La fotografia sportiva ha la differenza di essere  in movimento. Fotografi quasi sempre delle persone in azione e devi seguire il soggetto e metterlo a fuoco mentre si muove o fa uno scatto improvviso.  Forse la cosa più difficile e’ ottenere un’immagine nitida e a fuoco.

Se è vero che ogni fotografo si lega indissolubilmente ad alcuni scatti più che ad altri, quali sono i tuoi preferiti?
Molto spesso mi è stata fatta questa domanda ed io ho sempre citato due foto fatte tanto tempo fa. Un salto prima di uno smash di Pete Sampras a Wimbledon nel 1996 (poi diventato un poster storico delle racchette Wilson) e l’altra è una foto di Venus Williams dove sembra che abbia solo una gamba e l’ho scattata dal tetto del centrale di Melbourne nel 1998. A queste aggiungerei dei ritratti di Federer, Nadal e Serena Williams che mi piacciono particolarmente e  delle foto di “ambiente” con vedute di stadi e pubblico, ma non posso non inserrie alcuni scatti fatti a Monfils. Ce ne sono tante a cui sono legato,quasi tutte direi.

Pete Sampras Wimbledon 1996Photo Ray Giubilo

Cosa ti piace fare nel tempo libero?
Durante i tornei ho poco tempo libero e quel poco che ho lo dedico o a girare per i miei posti preferiti delle varie città, passando il tempo con i miei amici, dato che ne ho praticamente ovunque vada. Se sono in Australia, Indian Wells, Miami o Roma trovo anche il tempo di giocare un po’ a tennis o prima o dopo il lavoro. Durante l’anno ho anche un mese di pausa e allora divido il mio tempo tra famiglia, archivio, fotografia e tennis. Se sono in Italia d’inverno, poi, riesco a farmi anche un paio di settimane di sci.

Parlando di tennis in generale, giochi? A chi ti paragoneresti e quali sono stati i tuoi idoli d’infanzia e quelli che oggi preferisci maggiormente?
Gioco a tennis abbastanza regolarmente da una quarantina d’anni, non faccio tornei perché non ho tempo ma gioco quasi sempre con lo stesso coach da 15-16 anni . Mi piace mettere in pratica tutto quello che imparo fotografando il tennis e magari, un giorno, dopo i sessant’anni comincerò a fare qualche torneo nel circuito Super Senior ITF. A chi mi paragonerei ? A una schiappa (ride). Sono migliorato molto analizzando i colpi di tanti giocatori e penso che un giocatore di club con il rovescio a una mano come me possa effettivamente migliorare provando a eseguire i colpi come i campioni. Faccio un esempio, io ho migliorato tantissimo il rovescio studiando quelli di Federer, Bolelli e Wawrinka  e il dritto studiando quello di Djokovic e  Nadal, ma anche il servizio guardando le posizioni dei piedi di Monfils e di Federer. Per quanto riguarda gli idoli d’infanzia, devo dire che non ne ho in particolare. Ho cominciato a giocare tardi, verso i 18 anni, prima i miei sport erano il calcio, lo sci e il motocross. Poi quando a 18 anni ho cominciato a dedicarmi al tennis ammiravo Adriano Panatta e Ilie Nastase , ma non posso non citare Borg e McEnroe. Mi ritengo molto fortunato per aver avuto la possibilità di vedere l’evoluzione da junior a professionista dei vari Sampras, Federer e Nadal. Per quanto riguara il mio giocatore preferito, dico Federer. Per il dopo Federer e il dopo Nadal, a parte Djokovic e i soliti noti vedo un palcoscenico con dei giocatori molto interessanti anche dal punto di vista fotografico. Parlo di gente come Dimitrov, Raonic, Coric, Thiem, Kyrgios, ma anche il russo Rublev e gli americani Fritz e Kozlov.

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