Wimbledon Story: Laurence Tieleman

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Laurence Tieleman - Foto FITP

(Articolo apparso su ‘Il Tennis Italiano’ del maggio 2020). Un romanzo contemporaneo, un sogno a occhi aperti, che nasce in un campo di concentramento in Indonesia e termina, con l’ultima emozionante pagina, sull’erba dell’All England Club. Un continuo saliscendi di emozioni, tra gioie e dolori, vittorie e sconfitte, dentro e fuori dal campo. Nato a Bruxelles da padre olandese e madre italiana, Laurence Tieleman rappresenta l’essenza del ‘serve and volley’ nel tennis azzurro degli anni ’90. Apparso quasi all’improvviso a Wimbledon nel 1993, sparito dai radar in un baleno all’inizio del nuovo millennio a causa di un infortunio

Dalla sofferenza… alla vita

Henri Tieleman, padre di Laurence, nasce nelle Indie orientali olandesi. Durante la seconda guerra mondiale la famiglia viene fatta prigioniera dai militari giapponesi, che avevano conquistato quella che oggi chiamiamo Indonesia nel marzo del 1942. “Mio nonno, mio padre e i suoi due fratelli furono costretti ai lavori forzati nei campi di concentramento – racconta Laurence con le lacrime agli occhi –. Non è facile per me raccontare questa storia, ma è importante far capire quanto, in quegli anni, anche in Asia vi furono sofferenze indicibili troppo spesso dimenticate dai libri di storia europei. La famiglia sopravvisse a tre anni di prigionia, nutrendosi anche di ratti e resistendo alle torture”. Al termine del conflitto Henri vola in Olanda, dove consegue un dottorato in Economia che gli permetterà di lavorare per l’Unione Europea trasferendosi a Bruxelles. Ed è lì che papà Tieleman incontra Mirella Gargari, un’elegante economista romana laureata alla Sorbonne di Parigi, che diventerà presto sua moglie. “Mia mamma non conosceva una parola di olandese, così come mio padre con l’italiano, ma parlavano entrambi la lingua con cui siamo cresciuti io e mio fratello: il francese”. Laurence nasce così a Bruxelles il 14 novembre del 1972. L’Italia entra a far parte della sua vita ben presto perché, grazie alla nonna materna Angela, detta ‘Nini’, passa ogni estate ad Assisi in compagnia dei parenti. “All’epoca mi sentivo italiano e parlavo fluentemente la lingua”.

Da Bruxelles a Wimbledon

Il piccolo Laurence comincia a giocare a tennis all’età di 6 anni, nella casa di Bruxelles, grazie a un piccolo muro all’interno del garage. “Passavo ore e ore a colpire la pallina fingendo di essere Bjorn Borg, il mio primo grande idolo, e sognando di giocare sui campi di Wimbledon e del Roland Garros. Ero innamorato del tennis ed ero già consapevole di voler diventare un giocatore professionista”. Il talento di Tieleman è palese sin da subito e a 13 anni arriva la grande chance a stelle e strisce. “Ho passato quattro anni bellissimi nell’Accademia di Nick Bollettieri a Bradenton, dove sono cresciuto molto come tennista e come uomo a fianco di campioni come Agassi, Courier, Wheaton e tanti altri. A 16 anni, tra ‘orange’ e ‘azzurri’, scelsi di rappresentare il tennis italiano. Non fu tutto rose e fiori; con alcuni dei ragazzi ho instaurato un bel rapporto, ma il gruppo storico non mi riconobbe mai davvero come un connazionale e le battutine erano all’ordine del giorno. Dal canto mio ho sempre difeso in maniera orgogliosa, umile e con grande dignità il tricolore, anche in quell’unica ma indimenticabile partita in Coppa Davis”. I primi punti Atp arrivano in un Satellite in Portogallo quando Laurence, accompagnato dal fratello Henri-James, inizia a farsi valere nei primi step del circuito professionistico. “Ho viaggiato tanto, come normale che fosse a quei tempi, disputando tornei ai Caraibi, nelle Filippine, in Messico, Canada, Malesia, Bangladesh, Pakistan e tanti altri paesi. Il ricordo del Satellite a Bombay è ancora nitido nella mia mente: passare un mese in India, immerso nella povertà profonda, mi cambiò radicalmente. Da quel momento partì la mia avventura tra Satellite e Challenger che portò pochi mesi dopo al primo exploit londinese”.

Sogno londinese n.1

Il sogno di Wimbledon si concretizza nel 1993 quando, partendo dalle qualificazioni, Tieleman si spinge sino al terzo turno del tabellone principale. “Il sorteggio fu favorevole perché mi trovai opposto a Gilbert Schaller, buon giocatore ma terraiolo. Vinsi l’incontro agevolmente ma durante il match intervenni a rete su un passante potentissimo del mio avversario sentendo un forte dolore alla mano destra. Lì per lì non ho creduto fosse grave, ma poche ore dopo non riuscivo  nemmeno a tenere in mano la racchetta. Non mi allenai più sino al match di secondo turno che, grazie agli anti infiammatori, conquistai in quattro set contro il mancino francese Stephane Simian, un vero e proprio specialista dell’erba. Il dolore, fortissimo all’inizio, scomparve con il susseguirsi dei giochi. Avevo venti anni, ero giunto al terzo turno di Wimbledon. Guardai il tabellone e di fronte ai miei occhi apparvero i nomi di Sampras, Agassi, Courier, Becker, Edberg, Pioline, Stich e… Tieleman. Fu un’emozione indescrivibile. Il giorno dopo Richard Krajicek mi batté in quattro set ma giocai una bella partita”. L’anno successivo Tieleman torna a Wimbledon, supera nuovamente il tabellone cadetto e, in seguito a un’urna stavolta non favorevole, affronta Evgeny Kafelnikov. “Avrei dovuto vincere quel match, fu una sconfitta tremenda. Ancora oggi mi chiedo come io abbia fatto a perdere… Ero in vantaggio 4-1 e servizio nel quinto set e il russo sembrava già con la testa sotto la doccia. Finii per perdere 11-9 con una quantità incredibile di occasioni mancate”.

Fleming il mentore, Edberg l’esempio

Negli Stati Uniti Laurence conosce Peter Fleming, storico partner di John McEnroe ma soprattutto ex Top-10 in entrambe le classifiche, sia in singolare che in doppio. “Ci conoscemmo nel New Jersey, ma poco dopo lui si trasferì a Londra e io lo seguii immediatamente. Era una grande occasione per tornare vicino a casa e ai miei parenti”. In Inghilterra si allenano giocatori straordinari come Tim Henman, Greg Rusedski, Fabrice Santoro, Byron Black e Stefan Edberg, che si era ritirato da un paio di anni. “Si era ritirato ma, in allenamento, giocava ancora in maniera impressionante e batteva tutti sia a tennis che a squash: me, Black, Henman e Rusedski”. Tre nomi che Laurence avrebbe sconfitto molto presto in un torneo fantastico.

Sogno londinese n.2

Il secondo exploit londinese giunge nel 1998, questa volta al prestigioso Queen’s Club. Tieleman parte dalle qualificazioni e supera in serie, nel main draw, cinque grandi specialisti dell’erba: Jason Stoltenberg, Sebastien Laureau, Greg Rusedski, Tim Henman e Byron Black per perdere poi 7-6 6-4 in finale contro Scott Draper. “Quello che ricordo nitidamente è che il trofeo del vincitore era gigantesco, mentre per il finalista… non era previsto nemmeno un piccolo piatto. Giocai nove match in pochi giorni, sempre a livello altissimo. Fu un grande torneo”.

Disinnescando Federer

Nel febbraio del 1999 Laurence si trova al numero 106 Atp e vuole a tutti i costi rientrare nella Top-100. L’occasione si presenta nel challenger sul veloce indoor di Heilbronn dove, nei quarti, Tieleman supera la testa di serie numero 2 Rainer Schuettler. L’avversario della ‘semi’ è un ragazzino di diciassettenne anni che aveva chiuso l’anno precedente al numero 1 del mondo under 18: il suo nome è Roger Federer. “Andai a seguire il suo match di quarti contro Gimelstob e pensai subito: ‘non posso dargli ritmo, devo provare a comandare il gioco appena possibile perché da fondo è ingiocabile’. Il dritto era un razzo e il suo footwork era impressionante. Ho deciso di giocare tutto il match ‘serve and volley’ e ‘chip and charge’ mettendogli pressione dalla parte del rovescio. Vinsi 7-5 6-1 e il giorno dopo trionfai in finale contro Hantschk rientrando nei 100. Pochi mesi dopo giunsi al mio best ranking di numero 76 Atp. La sensazione che ebbi di Federer fu di un giocatore che sarebbe diventato fortissimo di lì a poco e, già la settimana successiva, vinse contro Moya sul rapido di Marsiglia. L’aneddoto divertente che mi lega a Roger risale invece a un paio di anni fa quando ci incontrammo a Miami e mi riconobbe ricordando quel match”.

Le emozioni della Coppa Davis

Nell’aprile del 1999, un po’ a sorpresa, arriva la chiamata di Paolo Bertolucci in nazionale. L’Italia deve sfidare la Svizzera di Federer e Rosset sul veloce di Neuchatel. “Le sensazioni provate in Coppa Davis sono agrodolci. Da una parte c’è il rammarico della sconfitta (Tieleman e Pescosolido furono battuti in doppio da Rosset e Manta in quattro set; ndr), dall’altra il grande orgoglio di difendere i colori italiani. L’emozione che provai tornando in camera dopo la cena di gala invece mi dà ancora i brividi: guardai lo specchio, mi vidi con indosso la maglia azzurra e iniziai a piangere di gioia. Fu un grande dispiacere aver rappresentato l’Italia in Davis solamente in quella circostanza”.

Da New York al ritiro prematuro

Il 1999 di Tieleman prosegue con il secondo grande risultato Slam della carriera, che arriva stavolta agli Us Open. Da lucky loser. “Avevo perso 7-6 al terzo set all’ultimo turno di ‘quali’ e, il giorno dopo, mi trovato a fare colazione a Manhattan pensando al volo di ritorno quando fui informato di essere entrato in tabellone.” Vittorie su Dent e Blanco, sconfitta 7-6 al quinto set contro Vince Spadea. “Sprecai un match point. Un’altra occasione mancata, difficile da digerire”. Tieleman inizia il nuovo millennio splendidamente battendo, tra Memphis e Delray Beach, prima Jim Courier e poi un giovane Andy Roddick. Nel 2001, a Miami, la schiena inizia a dare problemi e, nonostante un intervento chirurgico, Laurence è costretto ad abbandonare il tennis professionistico a soli 30 anni. “È stato un peccato, credo che avrei potuto raggiungere ancora importanti traguardi”. In quel momento Tieleman scompare dai radar, salvo riapparire nel fumetto ‘Goat’ di Emanuele Rosso, in cui ‘interpreta’ se stesso nel ruolo di coach. “Non ne avevo idea! È bellissimo e il disegno mi somiglia davvero molto. Essere il personaggio di un fumetto mi rende orgoglioso”.

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