Bartoli: ritiro shock

di - 16 Agosto 2013

di Giovanni Cola

Vi ricordate il titolo della Gazzetta dello Sport dopo la vittoria dei Mondiali 2006, “E’ tutto vero”? Bene, con le dovute proporzioni, dobbiamo rispolverarlo per la “breaking news” di questo Ferragosto. Una novità che ha colto tutti di sorpresa, addetti ai lavori e non. Marion Bartoli lascia il tennis. Avete capito bene. A 6 settimane soltanto dal suo trionfo di Wimbledon. Un successo da antologia, una storia che rende ancora più affascinante questo sport.

Poi, improvvisamente, il black out. Prima il ritiro a Toronto nel match contro la Rybarikova per un problema addominale, a seguire la sconfitta di ieri a Cincinnati contro Simona Halep. Una brutta battuta d’arresto, senza dubbio. Ma nulla poteva presagire quello che poi la campionessa dei Championships avrebbe detto più tardi, non senza difficoltà, in conferenza stampa.

“Ho patito troppi infortuni quest’anno, il mio fisico non regge più, dopo un’ora di gioco mi sento esausta, in debito d’ossigeno e con dolori ovunque”.

“Non riesco più ad andare avanti. E’ difficile ammetterlo ma questo è stato l’ultimo incontro della mia carriera. Sono certa di poter aprire un nuovo capitolo della mia vita che possa andare oltre il tennis”.

La notizia ha fatto immediatamente il giro del mondo. Le reazioni sono state contrastanti. A prevalere è stato comunque un grande stupore. Un autentico fulmine a ciel sereno. Qualche maligno ha addirittura adombrato l’ipotesi di un altro “silent ban”, sull’onda di quanto già avvenuto con Cilic. Ma francamente la natura dello stop della Bartoli pare essere totalmente diversa e avere cause ben più profonde.

E’ plausibile che la francese abbia avuto un crollo di motivazioni e di stimoli dopo una vittoria così prestigiosa, non ci sarebbe nulla di male in questo senso. Anche se, a dirla tutta, i veri campioni emergono proprio in circostanze complicate.

Qualcuno, nella sua vittoria ai Championships, ci ha visto il coronamento di una carriera che, a quel punto, non avrebbe avuto davvero più nulla da chiedere all’alba dei 29 anni. Sicuramente Marion non è mai stata la paladina di un gioco spettacolare ed entusiasmante per il pubblico. I suoi colpi bimani si sono rivelati efficaci in più occasioni ma tutt’altro che stilisticamente perfetti nella loro esecuzione. Al punto che qualche “purista” ha eufemisticamente storto il naso per il suo successo di Wimbledon.

Un fisico non proprio scolpito e un 2012 da dimenticare con problemi evidenti anche nella compattezza del suo team, sembravano inoltre averle definitivamente precluso le grandi ribalte. Tutto ciò prima della riconciliazione con il padre padrone Walter e la nuova collaborazione tecnica con Amelie Mauresmo che, insieme ad una buona dose di fortuna, le hanno regalato la gioia più grande.

Nessuno discute il logoramento che può causare il frenetico circuito Wta di oggi, quello che francamente lascia un po’ perplessi è in ogni caso il “timing” con cui la Bartoli ha annunciato di appendere la racchetta al chiodo. Non poteva almeno aspettare fine stagione? Le sue condizioni sono realmente peggiorate a tal punto nell’ultimo mese e mezzo?

Qualche indiscrezione, forse un po’ troppo prematura, parla già di un suo rientro tra qualche mese dopo un lungo periodo di riposo. Onestamente, ci sentiamo di esprimere qualche dubbio in proposito. Ve la immaginate Marion, già con qualche chiletto di troppo, che torna in campo dopo una prolungata inattività?

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8 commenti

  1. cataflic

    Mah? Di solito le affermazioni di personaggi tormentati e complessi come la Bartoli vanno prese con le molle… Non mi stupirei se rientrasse davvero, quando l’ossessione tennis tornerà a bussare alla sua porta.

  2. pulsatilla

    “…Sono certa di poter aprire un nuovo capitolo della mia vita che possa andare oltre il tennis.”

    Io le auguro di cuore di aprire un altro capitolo, perchè il tennis non è tutto nella vita.

  3. cataflic

    Pulsatilla, glielo auguro anch’io, ma quandi sei abituata a misurare tutti i tuoi momenti di gioia e sconforto per 20 anni sui risultati di una partita di tennis, staccare deve essere durissima!

  4. Nikolik

    Ricorderete la polemica, molto recente, su questo sito sulla Bartoli, in cui io, criticatissimo, affermavo: prego, invidiatela pure voi la Bartoli, cercate pure voi di far diventare vostra figlia come lei.
    Ebbene, leggendo il magnifico articolo di Semeraro sulla Stampa sulla Bartoli, ancora una volta, l’ennesima, mi son detto: com’è brutto avere sempre ragione.
    E il perché lo leggete nell’articolo di Semeraro (il vero fondatore della rubrica Genitori e Figli, che partì proprio da un suo articolo), articolo che vi copio ed incollo qua sotto per la vostra comodità e che riporta anche interessantissime dichiarazioni del celebre coach Panajotti, che tutti conoscono bene e che è intervenuto molte volte anche su questo sito.

    Marion e le altre, ragazze interrotte
    Stefano Semeraro, la stampa del 19.08.2013

    Di amore non si muore, nel tennis. Ma ci si stanca. Così finisci la benzina e ti accorgi che quel sentimento che in campo è anche un punteggio – love – nella tua vita ormai vale meno di zero. Che vincere non basta. Marion Bar-toli da poco ha voltato le spalle al titolo vinto un mese fa Wimbledon, è scesa dal ring di gesso bianco, solo in apparenza più gentile di quello della boxe. Niente più tennis, per lei. «Il mio corpo e la mia mente non ce la facevano più». Non ha ancora 29 anni, è numero 7 del mondo, avrebbe potuto, se non altro, lucrare ancora buoni montepremi e ricchi ingaggi. Invece. «Per vincere a Wimbledon ho dovuto andare oltre i miei limiti». Una sorpresa, per chi il tennis lo vede dalle tribune o davanti alla tv. Non per chi lo vive negli spogliatoi, per chi ha visto per anni gli allenamenti di Marion, gli esercizi che le imponeva papà Walter. «Scottsdale 2003, me lo ricordo perché allora giravo per il circuito», dice Daniel Panajotti, il coach argentino che ha portato Francesca Schiavone da n.40 a numero 11 del mondo, e che oggi si prepara a lanciare una nuova academy a Verona. «Mi riferirono di scene molto dure fra papà Bartoli e sua figlia prima di una partita. Le palle mediche con cui costrinse a due ore di allenamenti sua figlia appena prima di una semifinale a Los Angeles invece le ho viste di persona. E sempre stato molto fiero dei suoi metodi, e ora che la figlia ha vinto Wimbledon può dire di aver avuto ragione. Ma a che prezzo? A Marion è andata bene, un grande torneo lo ha portato a casa. Ma quante pagano cara la volontà dei genitori di vivere attraverso di loro successi che per loro erano impossibili? Io ai mie preparatori tecnici ho sempre detto: il vero risultato è quello che ottieni nella vita, dobbiamo allenare i ragazzi perché arrivino sani a 90 anni. Non tutti la pensano così». Marion è solo l’ultima di una serie di ragazze interrotte, di giovani femmine che l’onore, la gloria e il conto in banca li hanno pagati cari, versando interessi che non è possibile calcolare. Anche fra i maschi non mancano i campioni esaltati e devastati insieme dal rapporto con genitori-allenatori esigenti, ossessivi, a volte (troppe volte) brutali: l’autobiografia di Andre Agassi è un documento splendido e terribile in materia. Le violenze di John Tomic (una testata in faccia all’allenatore del figlio Bernard) quest’anno hanno aggiornato il catalogo. Ma la casistica al femminile è molto più vasta, più inquietante. Andrea Jager, la tedeschina dalle trecce lunghe che disse basta a 19 anni, stremata dalle ruvide attenzioni di papà Roland, muratore svizzero che l’aveva scambiata per una macchina da soldi. Era una bad girl, una McEnroe al femminile, poi la conversione: da vent’anni cura i bambini malati come suora laica. Mary Pierce fu costretta ad ingaggiare una guardia del corpo per tenere a distanza papà Jim (che fini accoltellato). Martina Hingis è stata programmata per diventare se stessa da mamma Melanie, e il suo primo addio al tennis lo diede a 22 anni, Jelena Dokic è stata per anni tormentata dal numero 1 assoluto dei genitori orchi, Damir. Persino Maria Sharapova ha dovuto allontanare babbo Yuri che in tribuna andava col cappuccio da psicotico e le faceva segno di tagliare la gola alle avversarie. Kill, baby, kill. Jennifer Capriati non si è mai ripresa da un’infanzia sotto pressione, dall’invadenza di papà Stefano, dopo i furterelli e i problemi con le droghe, la depressione e un tentativo di suicidio, è passata dall’altra parte della barricata: il 17 dicembre verrà processata per stalking e percosse a Palm Beach, per mesi ha tormentato il suo ex fidanzato Ivan Brannan, il giorno di San Valentino ha esagerato. Da vittima a persecutrice. E poi Aravane Rezai, costretta a far bandire dal circuito il padre-padrone, Miriana Lucic e la sua brutta storia di abusi sessuali, altre ancora. Perché tocca sempre più alle ragazze? Papà Bartoli un giorno rispose a chi lo accusava di aver interferito troppo: «Ma lei a 12 anni manderebbe sua figlia in giro per il mondo in compagnia di un coach che nemmeno conosce?». «La verità è che siamo condizionati da una cultura molto maschilista», continua Panajotti. «Anche papà Capriati ha messo una pressione enorme su Jennifer, e in maniera diversa oggi la Wozniacki soffre perla presenza pesante di suo padre. Io sono stato in Messico per dei tornei Itf e h giravano da sole, senza coach, delle ragazzine dell’est. Bionde, belle, occhi azzurri: non è successo nulla. I pericoli a 12 anni sono uguali per maschi e femmine, ma i genitori diventano iperprotettivi con le ragazze. Rischiando di soffocarle. Non ti fidi? Okay, accompagnala. Ma non rinunciare al coach. Fai il padre, o la madre, non l’allenatore. Mischiare i due ruoli è pericoloso. Credo che Francesca Schiavone sia invece stata molto fortunata ad avere genitori che l’hanno sostenuta, aiutata, ma senza mai voler essere protagonisti. Il risultato? A 33 anni è ancora, sana e arrazzatissima per il tennis. E uno Slam, il Roland Garros, lo ha vinto anche lei. Come la Bartoli». Con amore. Quello giusto.

    Meditate, Genitori, meditate.
    E com’è brutto avere sempre ragione.

  5. pulsatilla

    Nikolik,
    ti approfitti perchè Max è in altre faccende affaccendato, eh?

    Scherzi a parte non conoscevo la vicenda di Andrea Jager, la approfondirò.

  6. pulsatilla

    « Quell’infortunio è stato la cosa più bella che mi sia successa in vita mia, Dio mi ha guidato verso i bambini malati. »

    Questa frase di Andrea Jaeger è veramente molto suggestiva. Ed è comunque la conferma che nella vita non esiste solo il tennis.

  7. cataflic

    Nik, guarda peró che la schiera di infelici dell’articolo ha critto buona parte della storia tennistica degli ultimi 30 anni….!

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