Blake Mott, un diavolo in Tasmania

di - 12 Febbraio 2016

Blake Mott

di Lorenzo Andreoli

Opinione comune è che da un paio di anni a questa parte il circuito maggiore offra uno e un solo spunto di riflessione: i record di Novak Djokovic. Sorprese, neanche a parlarne. Fortuna che, dando uno sguardo a quel misterioso e affascinante “sottobosco” dell’ATP che è l’universo Challenger, qualcosa di nuovo c’è, e anche molto interessante. La scorsa settimana, ad esempio, ad aggiudicarsi il 75.000 dollari di Launceston, in Tasmania, è stato il diciannovenne australiano Blake Mott, ennesimo profeta in patria. Passato lo spavento dei primi due turni, il torneo di Mott è stato un crescendo rossiniano che lo ha portato a disputare la finale con il kazako Andrey Golubev senza lasciare un set ai più quotati Stephan Robert (ai quarti) e all’indiano Saketh Myneni (in semifinale). In finale c’è stata partita per un solo set, il primo, vinto al tie-break dal kazako, che al secondo e al terzo ha dovuto accontentarsi delle briciole lasciate dal padrone di casa (6-7 6-1 6-2). Questa vittoria gli ha consentito di balzare dalla posizione numero 721 alla posizione numero 365 del ranking ATP e di iscriversi in quella ristrettissima cerchia di tennisti in grado di aggiudicarsi un torneo Challenger con una classifica inferiore alla settecentesima posizione mondiale (prima di lui, Yongh-Kyu Lim, Gaston Gaudio, John Isner e Peter Luxa).

Blake Mott nasce a Caringbah, una cittadina di appena 10 mila abitanti a sud di Sidney, il 21 aprile del 1996. Inizia a giocare a tennis all’età di sei anni e fin da subito ha le idee molto chiare: diventare il numero uno al mondo e vincere la Coppa Davis con la sua amata Australia. Nel 2009  si aggiudica il titolo juniores “Optus Spring” a Perth. L’anno successivo, il 2010, segna una prima, decisiva svolta nella sua carriera, dato che, dopo aver rappresentato l’Australia nella “World Junior Tennis Competition” decide, insieme alla sua famiglia e al suo allenatore, di abbandonare i tornei juniores per concentrarsi solamente su ITF e Futures. Nel 2011 riesce a qualificarsi in cinque occasioni in altrettanti tornei Futures, senza però riuscire mai ad andare oltre il primo turno. Dal 2012 è membro della squadra juniores australiana di Coppa Davis, la sua prima,vera, grande soddisfazione.

È molto veloce ed i suoi colpi sono piatti e puliti. Pur non essendo altissimo per il tennis moderno (1,82) ha una buona prima palla di servizio. Come impone la nuova scuola, poi, predilige giocare a fondo campo, scendendo a rete solo per lo stretto necessario. Il suo miglior colpo è senza dubbio il rovescio (sul quale ha lavorato molto negli ultimi tempi, insieme al suo coach Peter Luczak) che gioca sia incrociato che lungo linea con grande disinvoltura.

Ma ciò che ha stupito più di ogni cosa è stato l’atteggiamento mostrato  durante tutto il torneo. Mai una smorfia o un atteggiamento fuori posto. Positivo e propositivo anche dopo un errore. Roba da fare invidia a molti dei suoi coetanei.

La giovane età, poi non impedisce già di avere alcuni rimpianti. Il più grande è legato al suo sfortunatissimo primo turno agli Open di Australia Juniores del 2014, quando un infortunio lo costrinse al ritiro durante il terzo set del suo match con il russo Kozlov. Per i sogni, invece, c’è sempre tempo. Quello del teenager australiano è di battere un top 10 sulla Rod Laver Arena, davanti alla sua gente.

Fuori dal campo, Mott è un ragazzo semplice. Va pazzo per il cibo cinese, adora i cani (ne ha uno di nome Sasha) e ha la passione per le gare automobilistiche. A chi gli chiede se si rivede in un grande campione del passato risponde, decisamente imbarazzato, David Nalbandian.

Chiusa la settimana d’oro di Launceston, la stagione di Blake Mott proseguirà con i vari tornei dell’Australian Pro Tour, senza fretta, senza l’ansia di guardare il ranking, come da lui stesso dichiarato.

Kyrgyos, Kokkinakis & co. daranno certamente un bel da fare a capitan Hewitt se la terra di canguri continuerà a sfornare talenti con questa continuità.

Come dicono dalle sue parti, “Good on ya, Blake!”, ottimo lavoro.

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