Il bis di Wawrinka, l’ammazza-numeri 1

di - 7 Giugno 2015

Stan Wawrinka esulta finale RG

di Alessandro Mastroluca

Ha battuto Nadal alla prima finale Slam, e Nadal era numero 1 del mondo. Ha battuto Djokovic alla seconda, e Djokovic è numero 1 del mondo. Il primo titolo al Roland Garros, il Grande Slam, il Career Slam svaporano in un pomeriggio di vento a Parigi. Stan Wawrinka toglie di forza la maschera di freddezza che Novak Djokovic si è costruito negli ultimi due-tre anni e rivela le paure di un campione comunque frenato di fronte all’unico grande torneo che ancora gli sfugge. Parigi per Nole come New York per Borg, dunque. Sono decisamente di più i meriti di un Wawrinka che, primo set a parte, ha dipinto pennellate di tennis splendido, di potenza e di genio. Ha eroso la fiducia, le convinzioni di Djokovic, sempre più confuso nelle scelte e nelle esecuzioni. Ha giocato un tennis da Playstation, ai limiti dell’irreale, si è preso con merito i complimenti di Serena Williams, “Che partita! Vorrei giocare come te” ha scritto su Twitter, e chiuso 46 64 63 64 in poco più di tre ore di spettacolo. Diventa così  il sesto vincitore del Roland Garros junior a conquistare il titolo anche da pro, il primo dopo Mats Wilander nel 1988.

Eppure, la partenza regala intuizioni, suggestioni diverse. Nel giro di cinque punti che il numero 1 del mondo fa la differenza e scrive la distanza emotiva che decide il primo set. Dopo il break a zero al sesto game, con tanto di doppio fallo dello svizzero sulla palla break (uno dei 13 gratuiti del suo primo set, a fronte dei 12 vincenti), il serbo manca due set point con due discese a rete accompagnate da due errori elementari che potrebbero rovinare tutto. Ma gioca i tre punti successivi come se niente fosse successo.

La presenza scenica del numero 1 del mondo si vede, si sente, da subito e Wawrinka evita il break in apertura solo al termine di un game scandito da uno scambio sfiancante da 39 colpi. Il servizio non accompagna l’elvetico, costretto a estrarre una successione di rovesci strettissimi, la sua ricetta per arrivare finalmente al successo contro Djokovic l’anno scorso in Australia, per cancellare una nuova palla break. Quando poi, grazie ai tre gratuiti di Nole si porta a un solo punto dal 5-5 e assapora la possibilità di un nuovo finale, Djokovic rimette ordine nel suo match, spinge ancora l’avversario fuori dal campo e lo forza all’errore di dritto.

Sotto gli occhi di Guga Kuerten e Bjorn Borg, di Mansour Bahrami e dell’attore Clive Owen, Djokovic fronteggia palle break per tre turni di battuta consecutivi nel secondo set (al quarto, sesto e ottavo game). Ma quando si tratta di concludere, Wawrinka gioca troppo passivo, troppo contenuto, contratto, sia in risposta sia di rovescio, colpo forte con cui rischia di più e che spesso l’ha tradito sulle palle break. Lo svizzero, però, come da istruzioni beckettiane, a rischio di fallire meglio ci prova sempre, ci prova fino alla fine, e alla fine è Djokovic a sbagliare sul punto più importante, l’ultimo, che decide il secondo set.

Mentre il serbo distrugge una racchetta, e si prende i fischi del prevedibile pubblico parigino, si aprono le prime vere crepe nella sua stagione. E’ la prima volta dall’inizio dell’anno che Djokovic appare così visibilmente in difficoltà come a inizio terzo set. Concede altre tre palle break nel primo game di servizio, il quinto di fila in cui lo svizzero ha almeno una chance per togliere il servizio all’avversario, e gioca tre punti da campione in cui sfodera tutto il repertorio possibile. Quando deve recuperare, quando è spalle al muro, Djoko deve venire a prendersi il punto a rete. Da fondo, già dalla seconda metà del secondo set, Wawrinka ha preso il controllo degli scambi: gli manca solo un po’ di convinzione in risposta nei momenti chiave. Sarà il vento, sarà l’importanza del momento, ma il serbo scivola via dalla partita e Wawrinka dal 2 pari stampa un parziale di otto punti-capolavoro a zero. Il pubblico è ormai tutto dalla sua, Stan si carica e stampa rovesci stretti e dritti sulla riga con una facilità disarmante. L’espressione di Djokovic, che sembra dire “Ma che devo fare?”, vale molto più di tanti commenti. Ma a parte aspettare che passi la nottata, questo Nole non dà l’impressione di poter far molto senza l’aiuto di Wawrinka che, nonostante il doppio fallo sul 4-2 40-30, salva una palla break e allunga 5-2 in un terzo set dalle complicazioni, dalle implicazioni decisive.

E’ dai piccoli segnali che si comprendono gli scenari complessivi. Djokovic gioca il primo punto dell’ottavo game con la fretta di chi vuole essere da un’altra parte, col pubblico che ancora applaude, e si butta avanti su una seconda troppo debole. Poi Wawrinka aumenta il livello di pressione con un lungolinea di rovescio che passa a lato del paletto e atterra sulla riga: praticamente il punto del torneo. Ma è qui che Nole ritrova l’indole del campione e piazza quattro punti di fila. Troppo tardi, però, per salvare il terzo set. Ed è chiaro il messaggio di Wawrinka, che inizia il nono game col nono ace, tiene a zero e firma il sorpasso: 63.

Qui, però, per la prima volta è lo svizzero che dà segni di voler chiudere presto, di voler affrettare i tempi. Djokovic coglie i segnali e strappa il primo break dal primo set. Ma l’identità del robot freddo e spassionato che Djokovic ha costruito con le 28 vittorie di fila si sgonfia di fronte a un’emotività mai così evidente, mai così percepibile nel 2015 come in questa finale. Si mette dietro e si limita a aspettare, mentre Wawrinka fa virtù di pazienza, lo avvelena con back rallentati e angoli strettissimi, così vince uno degli scambi memorabili della finale e si riprende il controbreak del 2-3. E quando, al settimo game, Djokovic si ritrova a dover salvare due palle del controbreak, del potenziale sorpasso, si pare tutta la nobilitate del campione vero. E’ da applausi la reazione, di foga, di grinta, di personalità, che lo riporta dal 15-40 al 4-3. Con 3 errori, Wawrinka va sotto 0-40 nel game successivo, con 3 vincenti si tira fuori e aggancia il 4-4.

E’ un match che vive di equilibri sempre più sottili. Djokovic si ostina a seguire il servizio a rete. Il primo approccio, tardivo, lo consegna al passante in diagonale di Wawrinka e alla palla break. Col secondo si salva, ma testardo ci riprova, sulla seconda, peraltro servita sul rovescio dello svizzero. E quando rimette la seconda sulla palla break non prende la rete, almeno non subito, ma il risultato non cambia. Appena Wawrinka ha la palla giusta, sull’approccio timido del serbo, stampa il passante lungolinea da fuori dal campo all’incrocio delle righe. E’ la conclusione anticipata del match. Lo svizzero poi chiuderà ancora col suo colpo migliore, col vincente numero 60, esattamente il doppio dei 30 di Djokovic. E fa tutta la differenza del mondo.

Se proprio si vuole cercare un difetto alla fine di un torneo destinato a fare epoca, non resta che affidarsi al commento di Mary Carrillo. “Il vero pericolo” ha scritto su Twitter, “è uno solo: ora comincerà a pensare che questo è il suo outfit fortunato”. Ma per un giorno, per un momento, l’estetica finisce in secondo piano. Perché Stan ha offerto al mondo il più grande spettacolo e il più fragoroso big bang dell’intera stagione. Chapeau.

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