La Davis e le superfici superficiali

di - 11 Febbraio 2012

di Sergio Pastena 

“Il Capitano e la Federazione devono limitarsi a non fare casini, tanto dipende tutto dai giocatori”

Quante volte avrete sentito questa frase prima di un incontro di Davis? In realtà, molto più spesso di quel che si pensa, il compito dei giocatori è agevolato o complicato da scelte azzeccate o meno. Decisioni che a volte sono realmente difficili, ma anche errori clamorosi dettati da autentici “Art Attack”. Quest’anno, ad esempio, in un paio di casi la scelta delle superfici ha lasciato perplessi.

Copacabamberg

In questi giorni, nelle presentazioni, abbiamo parlato abbondantemente della genialata dei tedeschi, limitandoci a segnalare il clamoroso errore di valutazione fatto nello scegliere la terra rossa contro gli argentini. Tuttavia, verrebbe da dire, sti crucchi mica sono pazzi? Perché l’han fatto?

L’impressione è che il ragionamento sia stato: “Giocano Del Potro e Nalbandian, sul veloce sono forti, scegliamo la terra”. Questo processo mentale mi riporta alla vigilia della sfida di Torre del Greco del 2005, con la Spagna: quella in cui quasi li scherzavamo, avete presente? A proposito, scusate se divago, ma qualcuno dica a Supertennis che Seppi contro Ferrero vinse: già sono pochi i momenti da ricordare, se ce li togliete pure… ad ogni modo la fiducia non era altissima, giocavamo contro l’ex numero uno e un giovane che aveva appena vinto il suo primo Roland Garros. Ricordo che, nel commentare i sorteggi, mi scappò un sarcastico: “Se c’era ancora Tieleman, convocavamo lui e Sanguinetti e giocavamo nei Giardini Vaticani”.

Ecco, quello era il commento acido di un 25enne provato da anni di sconfitte. E’ umano, tutto sommato. E’ meno umano che ragioni in questo modo una Federazione, basandosi su una montagna di presupposti errati. Cominciamo dal fatto che, viste le loro condizioni fisiche non proprio al top, per pensare che l’Argentina si presenti sia con Del Potro che con Nalbandian in un primo turno di Davis bisogna essere più pessimisti di Marco Masini. Ad ogni modo, anche volendo essere catastrofisti, in terra teutonica ancora devono spiegare cosa sarebbe cambiato in quel caso.

Il problema non è tanto che Del Potro e Nalbandian sulla terra vanno lo stesso alla grande. Il punto della questione è che per togliere un po’ di potenza da fuoco agli avversari, i tedeschi si sono depotenziati enormemente: sì, perché è vero che qua e là sulla terra qualche risultato l’han colto, ma il rendimento medio non è stato certo da antologia. Kohlschreiber, per dire, si trova bene a Monte Carlo e nel 2009 ha centrato gli ottavi al Roland Garros, ma ha vinto solo quattro partite nelle altre sei edizioni giocate. In quanto a Mayer, i quarti di Roma del 2011 sono un exploit, visto che nei restanti 13 tornei che contano (Slam e Masters) giocati sulla terra non è mai andato oltre il secondo turno. Petzschner, poi, per il suo stile di gioco in singolare la terra la usa solo per piantare le gardenie.

In compenso si è fatto un bel favore al “rincalzo” di turno, in questo caso un Monaco che sarebbe stato già ostico sul duro, chiudendo il match inaugurale prima che cominciasse.

Il budino di Friburgo

Altro fattore da considerare attentamente: non conta solo la superficie in sè, ma anche come questa si presenta nella sede scelta. Voglio dire, c’è una certa differenza tra l’erba del Khanna Stadium di Nuova Delhi, luogo nel quale l’attrito è stato cancellato da un’antica maledizione indù, e l’erba di Wimbledon che ormai somiglia paurosamente alla “terra verde” ancora in voga negli States. Non trovate?

Ecco, partiamo da un fatto: King Roger, contro Isner, ci avrebbe perso lo stesso. Seconda considerazione: la scelta della terra come superficie, da parte degli svizzeri, ci stava tutta. Federer gioca bene ovunque e Wawrinka col mattone tritato ha un buon rapporto. Il problema è che qualcuno avrebbe dovuto esaminare il tipo di terra con cui si aveva a che fare.

In tanti anni raramente credo di aver visto un terreno così lento e, come se non bastasse, dal rimbalzo così alto. Una specie di rebound ace rallentato che, visto il colore, ricordava un budino della Elah dopo mezz’ora in freezer. Avete presente quegli impiastri gommosi che in caso di incendio si potevano usare al posto dei teloni dei pompieri? Sicuramente una superficie del genere disinnesca il servizio di Isner (che ieri, infatti, ha avuto percentuali di conversione simili a quelle di Federer), ma rispetto a una terra “normale” finisce per indebolire anche il lato del rovescio, specie se a una mano. Come quelli di Federer e Wawrinka, of course.

Quando poi dall’altra parte hai Fish, che non è uno sprovveduto, la frittata è fatta: contro Wawrinka è stata la sagra del servizio in kick. La palla atterrava, si fermava, prendeva una tisana e ripartiva verso Nettuno. In particolare è stato memorabile il match point, col povero Stan che ha dovuto ribattere una palla lentissima, ma talmente carica e alta da somigliare a una moonball: in questi casi giocare un rovescio decente è complicato, specie se per farlo devi rischiare di decapitare le signore in prima fila. Così gli Usa hanno impacchettato il primo punto.

Quando la superficie ti fa vincere

Senza andare a pescare chissà cosa, mi permetto di citare un bell’articolo scritto da Federico Ferrero nel 2008 per “Il Tennis Italiano”, riguardante Jaime Oncins. Ricordate, quello di Maceiò? Tre frasi:

su Brasile-Germania: “Tornano in Europa inebetiti, i panzer ingolfati nella sabbia, avvertendo: attenti, là si gioca nelle paludi con palle Pzm che pesano un chilo”

su Brasile-Italia: “le palle gonfiate dall’umidità rispettano la legge della caduta dei gravi e atterrano come gatti grassi e macilenti”

su Svizzera-Brasile: “L’avrebbe castigato la Svizzera, forte della scelta del campo: sul ghiaccio del Palaexpo di Ginevra il forcone di Oncins non pescò un punto”

Scelte semplici e lineari: ai brasiliani occorreva rallentare il gioco e il caldo avrebbe fatto il resto, quindi optarono per due pantani tropicali. Agli svizzeri serviva accelerare per disinnescare i pallettari e scelsero un infamissimo Taraflex che mandò ai matti i carioca col suo classico effetto “palla pazza che strumpallazza”.

Nei casi citati le scelte erano ancora più semplici. Ai tedeschi cosa serviva? Un veloce standard, senza complicazioni, per puntare a battere il Monaco o il Chela di turno e, salvo imprese, giocarsi tutto nel doppio. Oppure, se gli argentini fossero stati al completo, c’era sempre l’opzione: “Tanto avremmo perso comunque, almeno proviamoci”. Alla Svizzera bastava la normalissima terra di Gstaad, senza bisogno di andare a pescare un tappeto elastico con le molle rotte.

Quando si dice superfici superficiali…

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