Nishikori, the Kei to success

di - 22 Gennaio 2015

Nishikori

di Luca Fiorino (@LucaFiorino24)

A volte le persone spalancano porte di cui non sapevano nemmeno di avere le chiavi. Era il 9 settembre 2014 quando Marin Cilic trionfava a Flushing Meadows con un perentorio 6-3 periodico ai danni di Kei Nishikori. L’impressione che quel torneo destò fra i tanti appassionati fu comune: due settimane di grazia, molto probabilmente irripetibili, per il croato ed un futuro sempre più da protagonista per il giapponese.

Tutto questo, nonostante il risultato finale lasciasse trasparire ben altre conclusioni. Sembra passato molto tempo, quasi una vita, ed eppure quell’edizione degli Us Open è l’ultimo torneo del Grande Slam disputato da quattro mesi a questa parte. Dopo un’astinenza non indifferente dal grande tennis, è iniziata finalmente la nuova stagione ma soprattutto, sono cominciati gli Australian Open, il torneo in assoluto più indecifrabile. Perché? La risposta è abbastanza scontata: è il primo Grande Slam dell’anno ed è di conseguenza difficile fare previsioni senza conoscere lo stato di forma dei partecipanti. E’ proprio per questo motivo che in Slam di questo tipo, a trionfare, potrebbe non essere il classico favorito ma il cosiddetto outsider. Non a caso, lo scorso anno, questo torneo coincise con la definitiva consacrazione di Stan Wawrinka.

Dopo l’ultima finale agli Us Open, potrebbe essere arrivato il momento di Kei Nishikori? Il programma è fittissimo, gli incontri da vedere sono tanti e vi è solo l’imbarazzo della scelta. L’orario dei match però rimane quasi proibitivo, per cui per mantenersi svegli è necessario selezionare accuratamente la partita ideale. Scartando match improbabili come ad esempio Isner contro Haider-Maurer in cui al posto delle pecore avrei contato il numero degli ace e mi sarei quasi certamente addormentato dopo pochi minuti, rimango di parola e, curioso di sapere come stia il giapponese dopo l’incontro contro Almagro, assisto al match tra lui e Ivan Dodig. Le premesse non sono delle migliori, trapelano infatti voci di un Dodig non al meglio. Che sfortuna! Il croato infatti lo scorso anno si ritirò contro Damir Dzumhur e non fu proprio tenero in quell’occasione: “Non c’era il clima ideale per giocare a tennis – disse Ivan – queste persone sono nel luogo sbagliato. Eravamo all’Australian Open, ma mi pareva di essere al Bosnian Open. Non siamo mica ad una partita di calcio”. Non deve essersi sentito proprio a suo agio, anche perché per chi non lo sapesse, Dodig è sì di nazionalità croata ma è nato in Bosnia. Non oso immaginare quanti giapponesi possano essere giunti a sostegno di Kei.

La partita inizia subito in salita per il giapponese, break, controbreak e poco dopo ancora break a favore di Dodig. Più che all’Hisense Arena mi sembra di essere sulla NoSense Arena. Il croato serve bene e scende a rete il più possibile senza dare ritmo al giapponese. Kei invece sembra ancora fuori dal match, piuttosto spaesato, viene spesso passato da Dodig, lesto a chiamarlo nei pressi della rete. Il primo set si conclude 6-4 per Ivan, parziale giusto per i valori espressi in campo. Si compierà l’impresa? Va bene che la città natale di Dodig sia Medjugorje, ma i miracoli non sempre accadono. Il secondo set nonostante tutto è ancora duro, Nishikori però acquisisce piano piano ritmo e quella reattività che pareva mancare nel corso del primo parziale. La differenza in questo set, come in quelli successivi, la fa la risposta del giapponese. Se sulla prima di servizio di entrambi si gioca poco, sulla seconda del croato non c’è quasi mai storia. Break provvidenziale del giapponese poco prima che il tiebreak si potesse materializzare e terzo set. In questo parziale neanche mezzora di gioco ed un copione che sembra non essere cambiato decisamente: Dodig incapace di fare punti con la seconda ed un Nishikori sempre più quadrato e centrato. Il croato è al tappeto, il giapponese è avanti.

Il quarto set dovrebbe essere una pura formalità ma così non è. Giusto un break per parte ed un sostanziale equilibrio che porta questa volta i due al tiebreak. Nishikori si scatena, sette punti a zero per il giapponese e testa già rivolta al prossimo avversario: Steve Johnson. Obiettivamente mi sarei aspettato qualcosina di più da Kei ma mi rendo conto che pretendere troppo ad inizio stagione, quando più si gioca e più si carbura, forse è sbagliato.

La strada che porta al successo in questo Slam è decisamente impervia. Se Johnson non rappresenta un avversario insormontabile al terzo turno, i prossimi match presumibilmente contro Ferrer prima e Wawrinka poi appaiono tutt’altro che comodi. Il torneo è comunque lungo, per cui è necessario ribadire come alcune valutazioni lascino il tempo che trovano sebbene le mie sensazioni relative a questo Slam non siano del tutto positive. Il tennis del giapponese è adatto alla superficie, seppur il suo gioco richieda un notevole stato di forma, sia sul piano fisico che atletico. I punti di forza di Nishikori, ovvero il timing perfetto sulla palla e la reattività dei piedi, sembrano al momento essere però lontani parenti di quelli visti e ammirati agli Us Open. In passato il giapponese ha dimostrato però che può battere chiunque, anche gli stessi Dei dell’Olimpo: Novak Djokovic, Roger Federer e Rafael Nadal (soprattutto un Rafa in tali condizioni). Da sempre, l’avversario più ostico per Kei è rappresentato da se stesso e dai continui guai fisici che spesso l’hanno fermato nel corso della carriera. Oggi no, domani chissà? Non so quando arriverà il momento in cui Kei Nishikori vincerà una prova dello Slam, ma state certi, non dovrete aspettare molto a lungo.

Vi lascio con delle piccole curiosità. Quanti aspetti accomunano il suo attuale coach, Michael Chang e Nishikori a parte le origini asiatiche, la formazione tennistica in terra americana ed alcune caratteristiche tecniche e fisiche? Chang ha vinto il suo primo Slam nel 1989, un anno dopo essere entrato nel circuito professionistico. Kei Nishikori ha vinto il suo primo torneo Atp a Delray Beach nel 2008, anch’egli un anno dopo dal debutto fra i pro (impensabile ad oggi credere che un 19enne possa vincere uno Slam e non è mia intenzione paragonare la portata delle due vittorie), rimanendo a bocca asciutta nei successivi 4 anni. Michael Chang ha ottenuto la sua prima finale agli Australian Open nel 1996, esattamente dopo 8 anni di carriera fra i pro. Kei Nishikori ha iniziato a giocare nel circuito professionistico nel 2007 e vi ricordo che siamo nel 2015. Sono solo piccoli dati senza significato anche se Kei magari un pensierino in cuor suo l’avrà fatto, magari sognando un epilogo diverso da quanto accadde al suo allenatore in quella finale senza troppe storie contro Boris Becker…

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