Us Open, Pennetta-Vinci e il sogno americano del 2015

di - 27 Agosto 2017

12 settembre 2015, sabato: a Flushing Meadows è il giorno di Flavia Pennetta e di Roberta Vinci, l’Arthur Ashe Stadium ospita una finale femminile degli Us Open assolutamente inattesa, una finale storica per il tricolore. Sono passati poco meno di due anni da quel pomeriggio che esaltò tutti gli italiani, non solo gli appassionati di tennis: è giusto, alla vigilia dell’edizione numero 137 dello Slam a stelle e strisce, tornare su quella incredibile pagina di sport.

L’impresa, dalle nostre parti, non ha più così tanto spazio sui giornali e sugli altri organi di informazione ma non è così per gli americani, che ancora ne parlano: perché in quel mese di agosto del 2015 tutti aspettavano con un misto di ansia e normalità l’ennesimo trionfo di Serena Williams, che vincendo a New York avrebbe completato il Calendar Grand Slam (impresa riuscita l’ultima volta a Steffi Graf nel 1988). Nessuno, ma proprio nessuno, credeva che dal mazzo sarebbe sbucata un’avversaria in grado di fermarla: troppo forte “Serenona”, troppo superiore, per giunta supportata dal pubblico amico.

Mentre la Williams minore inizia il conto alla rovescia verso la coppa, le sei azzurre ai nastri di partenza (Flavia Pennetta, Roberta Vinci, Francesca Schiavone, Sara Errani, Karin Knapp e Camila Giorgi) si preparano al loro Us Open senza troppe pretese. La più quotata è Pennetta, testa di serie numero 26, già capace di raggiungere la semifinale nel 2013 (eliminando proprio Vinci nel turno precedente) e i quarti di finale nel 2008, 2009 (incredibile vittoria contro Vera Zvonareva agli ottavi, annullando ben sei palle match), 2011 e 2014. Vinci, invece, è la numero 43 delle classifiche e di conseguenza non è testa di serie: la classica mina vagante, che tra l’altro sta vivendo un periodo di forma smagliante.

Flavia è nella parte bassa del tabellone: inizio morbido contro Jarmila Gajdosova, poi il secondo match contro Monica Niculescu è caratterizzato da un curioso incidente extratennistico, quando nel finale di gara un drone fuori controllo si schianta in tribuna (fortunatamente senza colpire nessuno). “Mi sono spaventata – le parole della brindisina nel dopo gara, che poi aggiunge – alla vigilia del torneo ero in confusione totale e nemmeno volevo partecipare, pensavo che senza motivazioni non avesse senso farlo: ma poi è stato il torneo stesso a trasmettermele”. E meno male, diciamo noi a posteriori…

Intanto Roberta, posizionata nella parte alta del tabellone, ha vita facile nei primi tre incontri e poi agli ottavi ha un colpo di fortuna, quando Eugenie Bouchard si ritira lasciandole dunque strada libera (incidente curioso per la canadese, una commozione cerebrale dopo essere caduta nello spogliatoio). E Serena Williams? Qualche problema con Bethanie Mattek-Sands e con la sorella Venus, ma nonostante i due set persi fila tutto liscio verso la semifinale.

Ma per noi italiani non è il solito Slam, quello delle sconfitte onorevoli e delle occasioni mancate. C’è qualcosa di diverso e lo si capisce agli ottavi, quando Flavia fa fuori in due set Samantha Stosur (campionessa nel 2011 e capace di estromettere Sara Errani al terzo turno): “Per qualche motivo lei riesce a rendere inoffensive le mie armi migliori, le mie rotazioni non le danno alcun fastidio” l’amaro commento dell’australiana. “Forse perché mi alleno tanto in Spagna, contro giocatori che usano molto top-spin, per cui le sue palle alte e liftate non mi danno troppo fastidio” la replica di Pennetta. Pazzesco: solo tre anni prima, durante gli Us Open, aveva postato una foto con il polso fasciato, appena operato a Barcellona (“ciao a tutti, torno presto” il messaggio): nel 2013, inoltre, aveva anche parlato più o meno apertamente di ritiro.

Tuttavia non è finita, perché ai quarti Roberta dà spettacolo contro Kristina Mladenovic mentre Flavia sbarra la strada alla temibile Petra Kvitova: è semifinale, dove ad attenderle ci sono rispettivamente la numero 1 del mondo Serena Williams e la numero 2 Simona Halep. Game over: forse Pennetta ha qualche chance contro la rumena, ma per Vinci è tempo di prenotare il volo del ritorno. I bookmakers dipingono un quadro sconfortante, gli esperti non hanno dubbi: Pennetta ha il 35% di possibilità di conquistare la finale, Vinci un misero 10%. E invece.

Perché Flavia spazza via l’avversaria come una valanga, le lascia appena quattro giochi e archivia la pratica in un’ora: “venti giorni fa, il mio fisioterapista Max Tosello mi ha chiesto se avevo mai pensato di arrivare in una finale Slam, o di vincerlo, e io gli ho risposto di no – si legge sul pezzo della Gazzetta dello Sport firmato da Vincenzo Martucci – ma noi tutti che facciamo sport sappiamo che non si può mai dire, che devi dare sempre il massimo e che le cose migliori arrivano sempre quando meno te lo aspetti, o quando le desideri troppo. Finale con Serena? E chi ha detto che Serena ha già vinto?”.

Appunto, chi l’ha detto? Succede infatti l’incredibile: Roberta Vinci, alla sua prima semifinale in un Major, gioca la partita della vita e, dopo aver perso 6-2 il primo set, va a prendersi la vittoria delle vittorie con un doppio 6-4. Il tocco e la rapidità che per una volta mandano al tappeto la potenza e la forza bruta, una riedizione di Davide e Golia con palline e racchette. Un match straordinario, che i 23.000 dell’Arthur Ashe Stadium seguono con sgomento e stupore: la loro campionessa è in difficoltà, grida in continuazione manifestando tutta la propria sofferenza e va in tilt al cospetto di una Vinci ispiratissima, che attacca ogni punto senza paura. “Applaudite anche me, cazzo!” grida la tarantina dopo aver vinto un quindici spettacolare.

“Mi ripetevo: divertiti, rimetti la palla in campo, non pensare a Serena, puoi farcela” le sue parole nel dopo gara, mentre il coach dell’americana Patrick Mouratoglou offre un’altra versione: “con tutto il rispetto per la Vinci, Serena era in cattiva giornata e di fatto ha perso lei, tatticamente non sapeva più che fare”. Per fortuna è proprio la Williams a dare i giusti meriti alla propria avversaria: “Penso che lei abbia giocato il miglior tennis della sua carriera, era fuori di testa. Io non ho giocato tanto male, ho fatto più errori del solito ma lei è stata veramente brava”.

E siamo così al 12 settembre: due ragazze pugliesi, due amiche, due compagne di tante avventure che devono contendersi una delle coppe più ambite al mondo. La prima finale tutta italiana di sempre, il presidente del Consiglio Matteo Renzi annulla tutti i suoi impegni e vola a New York per non perdersi la partita. Lo stesso Renzi, durante la premiazione conclusiva, espone dal palco la bandiera italiana al contrario ed è l’ambasciatore italiano Claudio Bisogniero a sistemarla…ma questa è un’altra storia.

3,3 milioni di dollari per la vincitrice (2,9 milioni di euro), 1,6 milioni di dollari per la sconfitta (1,41 milioni di euro). Comunque vada sarà un successo, come disse Piero Chiambretti durante un Festival di Sanremo: tanti bei soldi, ma le motivazioni sono altissime per entrambe. La partita non è bellissima, a dire il vero: vince Flavia 7-6 6-2, come da previsioni, ma al termine del match è un festival di abbracci e di complimenti reciproci. E’ stato un match drammatico perché siamo scese in campo dopo aver vissuto delle emozioni fortissime – racconta poi Pennetta – mi fa male lo stomaco per la tensione da tre giorni. Ancora non ho realizzato bene quello che ho fatto. La percezione vera l’avrò al mio rientro in Italia, quando guarderò negli occhi i miei familiari, i miei amici al circolo, la gente comune che mi conosce e mi vuole bene. Questa vittoria è qualcosa di unico, irripetibile”.

Quanto a Roberta Vinci, niente successo per lei ma la clamorosa affermazione su Serena Williams è un qualcosa che rimarrà per sempre nei libri di storia del tennis. Un ricordo, per noi italiani amanti del tennis, che emoziona e che emozionerà da qui all’eternità. Sarebbe fantastico se il destino le concedesse una seconda possibilità: primo turno difficile contro Sloane Stephens, ma in un tennis femminile così incerto e privo di una vera leader, sognare non costa nulla.

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