Diario di Bordo da Caltanissetta

di - 12 Giugno 2014

Pablo Carreno Busta e Piero Emmolo
(Pablo Carreno Busta e Piero Emmolo)

da Caltanissetta, Piero Emmolo

Caltanissetta è un’isola nell’isola. Come suffragato da molti amici nisseni, tennisti e non, la città sicula è ombelico di un indotto lavorativo e commerciale assai superiore che nel resto della Sicilia. E mentre a Palermo, a distanza di pochi anni l’uno dall’altro, cadono gli ultimi eccellenti baluardi del tennis professionistico in Italia, il sodalizio di Villa Amedeo eleva ancora il prize money in palio, consolidando il ruolo di secondo miglior torneo della Penisola. Gli impegni universitari, mio malgrado, non mi consentono di assistere ai match per troppi giorni. Caltanissetta, tra l’altro, è a due ore di auto da casa mia. Non proprio dietro l’angolo. Faccio la strada con Filippo e Diana, colleghi universitari nonchè grandi appassionati di tennis. Arriviamo intorno alle due. Appena giunti nel complesso impiantistico, sito dentro una villa il cui nome è dedicato ad Amedeo di Savoia, tramite amici di amici faccio conoscenza del presidente dello storico circolo siciliano, Michele Trobia. Persona squisita e cordiale che, dato l’orario, ci offre il pranzo nel ristorante appena adiacente alla players lounge. Il circolo nisseno è terrazzato su più livelli. Quattro campi in totale. Quest’anno solo due destinati al torneo. Il colpo d’occhio è notevole e si nota la perfetta predisposizione floreale e organizzativa in vista dell’appuntamento. Sguardo rapido alla bacheca degli incontri. Dura poco meno di un’ora il match dell’iberico Pere Riba, fermato da un affaticamento muscolare alla spalla.

Avrei voluto vedere all’opera il cileno Lama, vittorioso nella tappa di Cali e più accreditato epigono del tennis cileno, ma l’infortunio dell’avversario mi ha impedito di ammirarlo in un match agonisticamente appassionante. Il secondo match schedulato era quello tra il brasiliano Joao Souza e il magiaro Marton Fucsovics. Incontro disputato in un clima surreale. I lampi illuminano il cielo plumbeo nella vallata a un tiro di schioppo dai campi. I tuoni deflagrano nel silenzio degli scambi. Un incendio o, più probabilmente, un contadino intento a bruciare le sterpaglie dei propri campi, pratica molto diffusa in Sicilia in questo periodo, rendono l’aria a tratti irrespirabile. “It’s smoking”, sbuffa un paio di volte Fucsovics, rivolgendosi al coach Olivier Tauma, seduto proprio a due metri da me. Il circolo è come se esecitasse una forza centrifuga verso il temporale. Distinguiamo una pioggia fittissima tutt’attorno a noi. Il match, incredibilmente, volge al termine. Vince e convince il verdeoro, mio pupillo, dal tennis più ragionato e ponderato rispetto all’ungherese, protagonista di un paio di errori pacchiani a tal punto da suscitare un’incontenibile ilarità tra il pubblico astante. Più maturo e costante nel rendimento il brasiliano, che nella partita non ha mostrato picchi eccessivi ma nemmeno cali clamorosi, prevalendo alla distanza. Lo vedo bene per il proseguo, anche se ha un tabellone complesso. Ci sono venti minuti al match successivo. Mentre i raccattapalle braccano Joao per gli autografi di rito, faccio uno scatto con Carreno Busta e con ”Braccio” l’aretino.

Delic e Volandri sono già in campo. Sono curioso di vedere il croato, mai osservato dal vivo. Con la sua andatura dinoccolata, rifila un bel bagel al livornese, nervoso e molto falloso. Un lato del campo di gioco, sull’out destro, ha una evidente cromatura più “prugnea” ,in quanto più umido. Il manto è un pò instabile in quel punto, ma niente di straordinariamente impraticabile. Una mancata chiamata, a dir poco ininfluente, sul 5-0 e più per Delic, manda Filo su tutte le furie. Fanucci assiste, dalla tribunetta vip, con fare scandinavo alla disfatta del primo set del suo allievo che, ingigantendo a dismisura, ritiene di perdere stabilmente due punti a games per la superficie sconnessa. “Mi chiami Carmelo?” (Di Dio, ATP supervisor dell’evento) dice Volandri rivolgendosi al giudice di sedia. Il supervisore arriva. Ha luogo la solita ridondante manfrina a tre che, puntualmente, si conclude con la conferma della decisione arbitrale. La seconda partita è più avvincente. Mate scende un pò di rendimento. L’azzurro, inevitabilmente, sale un pò. I ”bravo” del correttissimo croato, allenato da coach italiano, si sprecano. Per tutto il secondo set, ad ogni cambio campo, per assecondare le lamentele del toscano, gli inservienti, un pò corrucciati in verità, manutenzionano la zona di campo incriminata, passando quella che in gergo tennistico siculo chiamiamo “strica” (l’arnese per spazzolare il campo) .Si arriva al tie break, in cui il croato ha la meglio per 12-10. Faccio un salto sul campo uno. Andujar e un tarantolato Velotti simulano un set. Pablito è molto falloso e svogliato. L’argentino, voglioso e attento, rifila un bel 6-3 al più blasonato training player. Nulla di trascendentale, solo un set di allenamento, nel quale ho avuto la sensazione che l’iberico stesse provando un nuovo armeggio o un nuovo balancing racquet, riferendone soventemente le sensazioni al coach a bordo campo. Andujar è nella slot di Cecchinato. Volevo tastarne la condizione in vista di un probabilissimo, salvo sorprese, match di quarti col palermitano. L’ultimo incontro di giornata prevede il derby azzurro tra Arnaboldi e Starace. Avessi dovuto buttare un euro, lo avrei messo sul canturino. Ma il lombardo non sta bene. Ha una lieve contrattura al collo. Va sotto 4-0 e chiede un MTO. Entra progressivamente nel match, ma il divario è ormai incolmabile: 6-4 Poto.

I giocatori non fanno parola delle presunte buche del campo di gioco. Anzi, Starace scivola su un recupero, rovinando a terra. Il manto di un rosso acceso si appiccica al suo abbigliamento intriso di sudore, come di regola avviene per un campo di gioco in stile non-subsahariano. É la prova che forse Filo era un tantino troppo nervoso oggi. Il secondo set è più equilibrato. Arna sciorina qualche bella accelerazione. Poto ricama drop shots e demi volèe pregevoli. La chiave tattica del match è però la diagonale diritto destrorso-rovescio mancino. Andrea fa fatica a sovvertire l’inerzia dello scambio, soffrendo il kick esasperato che intelligentemente il tennista di Cervinara ripropone con una certa frequenza, visti i risultati. Altro 6-4 per il campano. Decidiamo di andare, non prima di aver salutato il presidente Trobia. Accomiatandoci, gli faccio presente del mio diletto a scrivere qualche riga per Spazio Tennis. Conosce il sito e si augura io faccia positiva propaganda massmediatica alla kermesse nissena. La cordialità e gentilezza profuse, sono state il biglietto da visita più accogliente e caloroso che un appassionato di tennis potesse ricevere.

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