Roger Federer, ovvero “Il dio della racchetta”

di - 23 ottobre 2017

“Come può un uomo uggiolare e gloglottare e financo barrire davanti alla televisione, mentre la televisione trasmette una partita di tennis?”. Questo è il peculiare incipit de Il dio della racchetta (Ultra Sport, 2017) in cui Simone Fornara cerca di dare risposta a questo interrogativo, sostenendo la tesi della natura divina di quello che da molti è stato definito come il più grande tennista della storia. Il talento e la perfezione tecnica di Federer sono assiomi che, come tali, non richiedono dimostrazione, al contrario della sua presunta divinità. L’autore, riallacciandosi appunto ad uno dei nodi classici della speculazione filosofica, vuole “dimostrare” a sé stesso ed ai lettori che il campione svizzero è una sorta di Dio in terra, un Eroe epico in versione tennistica, un Demiurgo capace di plasmare con la sua racchetta gesta impensabili per un comune mortale. Oppure, come dice Gianni Clerici in 500 anni di tennis, “la reincarnazione della Divinità tennistica che segretamente sovrintende al gioco”.

Se il titolo del volume ne descrive eloquentemente l’obiettivo, il sottotitolo (“Il tennis di Roger Federer raccontato in nove colpi impossibili”) spiega il percorso seguito per raggiungerlo. L’argomentazione che porta verso la dimostrazione della divinità del campione di Basilea, si basa infatti su nove “indizi”, che corrispondono ad altrettanti memorabili colpi che, per citare David Foster Wallace, sono a pieno titolo classificabili come “momenti Federer”. I colpi in questione, siano essi personali reinterpretazioni di quanto già codificato nel manuale del tennis, oppure creazioni geniali uscite estemporaneamente dal cilidro del prestigiatore svizzero, sono entrati a far parte della storia di questo sport, ma il lettore ha comunque la meravigliosa possibilità di “riviverli” nei molti video che pullulano in rete. Ogni “indizio” (vale a dire ogni colpo) viene minuziosamente descritto e seguito da un “ragionamento”, in cui l’autore ne razionalizza l’essenza, fornendo di volta in volta una nuova prova per avvalorare la natura divina del Nostro. Per fare un esempio, il famoso pallonetto in allungo all’indietro esibito nella semifinale di Dubai 2005 contro Agassi (“Indizio nº 2: Un puro e semplice miracolo”) porta l’autore ad esaminare (“Ragionamento nº2: Oltre le leggi della fisica”) il suo sublime saltellare in campo, “che può forse essere paragonato solo al ballo di Rudolf Nureyev”, per giungere poi all’inappelabile conclusione che Federer non è solo un tennista, ma “un ballerino, un artista” e che “i suoi saltelli hanno un legame molto stretto con l’essenza della Bellezza” (p.34).

Confesso, a costo di essere disprezzato da molti, di non essere un federeriano devoto. Resto a bocca aperta, certamente, di fronte alla sua perfezione, che però mi risulta eccessivamente algida e quindi incompatibile con la passionalità, che trova per me un terreno più favorevole quando il genio è “sporcato” dalla sregolatezza, come nel caso John McEnroe. Non avrei quindi letto un libro (un altro libro!) su Roger Federer se non l’avesse scritto Simone Fornara, linguista, docente universitario in Svizzera (guarda un po’…), prolifico scrittore e grande appassionato di tennis, sicuro che dalla sua penna sarebbe uscito qualcosa di originale. Il suo libro è infatti un originale atto di fede, di una parzialità che potrebbe renderlo stucchevole se non fosse intriso di intelligenza, ironia e autoironia. E anche di una buona dose di creatività stilistica, che Fornara manifesta anche in numerose creazioni lessicali, per esempio quando definisce squarettola (ma, come lui stesso dice, avrebbe potuto chiamarla anche orettola o fanfola o smolletto o riucodendro degli abissi, pp.40- 41) quella sorta di incredibile ibrido fra uno smash e un lob tagliato che Federer inventò nella semfinale degli Us Open 2008 contro Djokovic. Un nuovo colpo, un nuovo concetto, un nuovo nome.

Il lettore de Il dio della racchetta si imbatterà anche in numerosi riferimenti letterari (da Omero a Melville, Joyce a Rilke, da Dante a Tasso, da Gadda a Palazzeschi), fino al punto che nel “ragionamento” conclusivo ognuno dei nove “indizi” viene assimilato a un brano di una grande opera letteraria, perché “ogni colpo del Re è un lampo di genio nel vasto mare della letteratura” (p.110). I riferimenti alla tradizione (non solo a quella letteraria), non sono casuali, perché Federer è un tennista-demiurgo che sa reinventarla e riplasmarla, ed è grazie a lui che “il tennis perduto rinasce, torna a respirare, a vivere. Come uno sprazzo di luce nell’oscurità incipiente” (p. 102).

Se amate i gesti bianchi in versione aggiornata, se amate la tradizione ridipinta da un grande artista, allora non potete non amate Roger Federer, il cui gioco è, secondo Simone Formara, “un ossimoro del nostro tempo: è l’epistola su pergamena sigillata con la ceralacca in un universo di e-mail” (p.89).

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