Ci vorrebbe Corrado

di - 12 Luglio 2015

Corrado-Mantoni

di Sergio Pastena

Luigi Argiulo

Lui la sapeva lunga…

Il compianto professor Argiulo, decano dei giornalisti napoletani, un giorno ad un convegno mi disse “Dopo 50 anni di buon giornalismo potrei dire un po’ quello che mi pare. Ma non lo faccio perché se lo facessi sarei un cattivo giornalista”.

Una frase che riassume bene il mestiere. Ci vuole senso della misura, se ti servono colpi ad effetto per ottenere visibilità allora le tue opinioni han qualche problema (non a caso tanti politici urlano). Il professore pensava ci fossero altre cose da non fare: essere autoreferenziali, non preparati, scrivere in preda all’ira. Con quella di sopra fanno quattro, e la cosa gli piaceva: “Tre è troppo perfetto, cinque è banale”.

Poi, ovvio, dipende da cosa vuoi fare nella vita. Io l’ultima regola l’ho infranta spesso, ma a mia discolpa va detto che da dieci anni non mi considero un giornalista (ammesso che lo sia mai stato) e ora per fortuna faccio altro. Scrivo per hobby, se capitano pezzi rancorosi me ne frego nella consapevolezza che, fosse stato per lavoro, avrei scritto diversamente. E con questo paragrafo ho infranto anche la regola dell’autoreferenzialità.

Alle altre due ci han pensato i giornalisti di Wimbledon le scorse settimane. A proposito, un’altra regola non scritta dice di non parlare male in pubblico dei colleghi. Se lo fai nei convegni sei poco furbo, rischi di crearti un ambiente ostile. Se lo fai sui giornali sei poco professionale, perché usi uno strumento per fatti che non sono notizie. In questo caso, però, gli errori sono tali da diventare a loro volta notizie vere e proprie.

La prima è arrivata dopo la sfida tra Simon e Berdych, con il francese che ha massacrato il ceco. Prende la parola un cronista e chiede a Berdych se si sentisse pronto per i quarti. Momento di gelo. Berdych lo guarda. La moderatrice fa notare che ha perso. Berdych chiede se sia una presa in giro. Slavina di “I’m sorry” e finisce lì.

Neymar

Versione probabile: il giornalista arriva alla conferenza sapendo solo che è finita in tre set, dà per scontato che il carnefice sia Berdych e spara la domanda. Versione tragica: il giornalista non conosce le facce dei tennisti.

Peggio è andata alla Wozniacki, che si è sentita chiedere cosa pensasse dell’infortunio di McIlroy. Per chi non lo sapesse: McIlroy ha lasciato la Wozniacki a due mesi dalle nozze.

lopez

Immaginate la scena tra amici: siete a cena e uno dice a una ragazza “Oh, quello che ti ha lasciata prima del matrimonio si è rotto le gambe?”. E almeno tra amici la ragazza potrebbe rispondere “Bene. Magari va pure sotto un tram”. La Wozniacki, a Wimbledon, non poteva farlo.

La migliore, però, è arrivata oggi con il seguente tweet di congratulazioni a Serena Williams, vincitrice del torneo femminile, da parte dell’organizzazione del torneo di Bastad.

swill

“Congrats @serenawilliams to another wonderful Wimbledon Crown!!! See u coon in Bastad! =) #swedishopen”.

“See you soon” significa “Ci vediamo presto”. Però han scritto “See you coon”, che letteralmente è “Ci vediamo procione”. Purtroppo per loro, tuttavia, “coon” è anche un termine che in slang significa “negro”, per giunta con un intento offensivo molto marcato. Deriva da “baracoons”, le gabbie dove mettevano gli africani ai tempi dello schiavismo. In pratica hanno twittato a Serena Williams “Ci vediamo sporca negra” o qualcosa del genere.

pirlo

Le reazioni sono state divertite e critiche sui primi due errori, il terzo invece è quasi passato inosservato.

La cosa mi ha ricordato l’addetto stampa dell’onorevole Chiarelli, che in un tweet definì Aldo Moro “Grande estetista”. Versione più che probabile: il giornalista non scrive sul sito per evitare che parta l’invio per errore. Invece di farlo sul blocco note, però, lo fa su Word con la correzione ortografica attivata. Scrive per errore “Stetista” invece di “Statista”, Word corregge in “Estetista”. Il ragazzo copia e incolla senza controllare. Approssimazione e dilettantismo.

Il giorno dopo tanta gente che lo deridava ma anche tanta che lo difendeva: “E’ solo una lettera, può copitare”. Qualcuno potrebbe, con buona ragione, far notare che macari il ragazzo di Bastad stava lì da volontario o pogato poco giusto per curare i Social Media e non aveva alcuna specializzazione: trattandosi di sfedesi e del torneo meglio organizzato del circuito, dubitarei fortemente, ma ad ogni modo il tema è attuale per il giornalismo moterno.

Perché, cari signori, non è solo una lettera: è 1 lettera su 56 (togliendo spazi, punti e tag). Con lo stesso ritmo, in questo pezzo, avrei fatto più di un errore a riga. Come nel paragrafo appena letto, e non ditemi che non li avete notati. Stessa cosa vale per Bastad.

Quelli col tesserino che scrivono “squola” (ebbene sì, ne conosco uno), i disinformati alle conferenze stampa, gli addetti ai Social Media che non sanno cosa siano, non sono poi tanto diversi. Sono figli delle associazioni professionali che per un centello all’anno ammettono chiunque. Figli di giornali che hanno poco da dire e puntano sul polemista anche se impreparato. Figli di chi pensa “Ha poca esperienza ma tanto deve gestire Feisbuc e Tuitterr”.

Ma sono figli anche dell’indulgenza per cui chi non sa fare il suo lavoro viene perdonato perché “Poverino, ha fatto un errore, capita”. E intanto, a furia di ragazzi che “poverini, fanno errori”, ci sono decine di ragazzi capaci e preparati a spasso perché la concorrenza degli “improvvisati a costo zero” non la batti. Un tempo i dilettanti allo sbaraglio andavano alla Corrida, oggi si pensa che tutti possano fare tutto perché “Volere è potere” (sì, e se mi alleno tra un annetto massacro Mayweather).

E no, non sto dicendo che non si dovrebbe scrivere gratis. Sto dicendo che l’ordine dei giornalisti andrebbe abolito e con esso il tesserino da pubblicista, facendo in modo che chi scrive gratis lo faccia per pura passione o per avere accesso all’esame da professionista. Nel quale, per inciso, bisognerebbe segare chi non risponde a standard minimi (ma anche medi). Certi freaks della tastiera non sparirebbero, ma diminuirebbero drasticamente.

E per la libertà d’opinione, chi vuole può sempre aprire un blog.

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