Che fine ha fatto la generazione d’oro Usa?

di - 4 Settembre 2014

oudsema evans

di Luca Brancher

Date un’occhiata a questa classifica

Rank Player DOB
1 Gael MONFILS 01 Sep 1986
2 Eduardo SCHWANK 23 Apr 1986
3 Brendan EVANS 08 Apr 1986
4 Woong-Sun JUN 14 Jun 1986
5 Sun-Yong KIM 26 May 1987
6 Mischa ZVEREV 22 Aug 1987
7 Pablo ANDUJAR 23 Jan 1986
8 Scott OUDSEMA 01 Jul 1986
9 Lukas LACKO 03 Nov 1987
10 Rafael AREVALO 04 Jul 1986
11 Chu-Huan YI 31 Aug 1987
12 Viktor TROICKI 10 Feb 1986
13 Donald YOUNG 23 Jul 1989
14 Coen VAN KEULEN 25 Mar 1986
15 Fabio FOGNINI 24 May 1987
16 Jeremy CHARDY 12 Feb 1987
17 Guillermo ALCAIDE 27 May 1986
18 Igor SIJSLING 18 Aug 1987
19 Timothy NEILLY 24 Aug 1987
20 Sergei BUBKA 10 Feb 1987
21 Scoville JENKINS 23 Aug 1986
22 Jamie BAKER 05 Aug 1986
23 Juan Martin DEL POTRO 23 Sep 1988
24 Karan RASTOGI 08 Oct 1986
25 Sebastian RIESCHICK 15 Feb 1986
26 Nikita KRYVONOS 01 Sep 1986
27 Robin HAASE 06 Apr 1987
28 Miles KASIRI 29 Jan 1986
29 Tim SMYCZEK 30 Dec 1987
30 Thomaz BELLUCCI 30 Dec 1987
31 Kevin ANDERSON 18 May 1986
32 Phillip SIMMONDS 18 May 1986

E’ il ranking junior di fine 2004 e quelli evidenziati sono giocatori statunitensi. Addirittura 7 su 32, un piccolo plotone, su cui, per quanto si possa questionare attorno alla validità ed alla spendibilità in ottica futura di una classifica under 18, c’era un’attesa spasmodica: non su tutti chiaramente, ma sulla qualità di alcuni c’era un’intera nazione pronta a giurarci. Sembrava, ad un certo punto, che Sampras ed Agassi non fossero altro che un gustoso preambolo, che Roddick, Fish e Ginepri, tanto per citare i tre giocatori americani più in voga nella metà dello scorso decennio (permetteteci di escludere James Blake, il cui percorso è stato differente), rappresentassero soltanto un antipasto quasi sgradito prima dell’arrivo della vera banda americana, quella che avrebbe risollevato le sorti di una nazione abituata a primeggiare, a dominare. Il più giovane sarebbe dovuto essere il più forte, Donald Young, mai visto un ragazzino avere una tale padronanza in campo. E poi c’erano Brendan Evans e Alex Kuznetsov (non compreso, per esempio, nella graduatoria di cui sopra), altri due talenti che non potevano passare inosservati, senza dimenticare Oudsema, Jenkins, Simmonds, Kryvonos. Gli Stati Uniti dovevano tornare d’oro. Già, dovevano. Ed invece si stavano scavando la fossa da soli. Ed avercene, ora, non solo di Sampras ed Agassi, ma perfino di Fish e Ginepri.

Fa rabbrividire, alle volte, il pensiero che un ragazzo di 25 anni possa già definirsi bruciato, finito, sebbene lui, al pari dei suoi colleghi, lotti (o quantomeno ci provi) in campo e non abbia desistito dal sogno di diventare un grandissimo di questa disciplina. Quando però si parla di Donald Young è difficile sviluppare un qualsiasi pensiero che sia legato al futuro oppure più semplicemente al presente. Perché Donald è, per antonomasia, la grande promessa che non è mai divenuta tale, la “next big thing” americana scoppiata tra le mani troppe ansiose dei tanti tifosi. Un’attesa inutile, un sogno mai cominciato: eppure stiamo parlando di un ragazzo nato nel luglio del 1989. Su di lui non basterebbe non un articolo, ma addirittura un’intera enciclopedia, che nel migliore dei modi ci aiuterebbe a capire come mai tutto quello che doveva essere non si è mai concretizzato.

Donald cominciò a giocare a tennis a soli 2 anni, perché i genitori, entrambi maestri, non si potevano permettere una baby-sitter: lo portarono sul campo, in maniera particolare Ilona, la madre, e per i primi mesi gli permisero di fare “allenamento visivo”. Poco dopo gli diedero la prima racchetta. A 3 anni sapeva già palleggiare, anzi sapeva giocare ogni colpo, meno che il servizio ovviamente. A 6 dichiarò di voler divenire un professionista, a 11 era campione nazionale under 12, a 12 under 14, mentre a 14 lo era divenuto nel Mid-West a livello under 18. Niente di strano, quindi, se a 15 era già classificato a ridosso della top-10 mondiale juniores, anche perché il successivo Australian Open gli avrebbe garantito la prima posizione, ma di pari passo a questa incredibile ascesa sarebbero cresciute anche le spasmodiche pretese di chi non poteva più aspettare un grande campione: il popolo a stelle e strisce. E, di certo, tutte quelle attenzioni lo avrebbero reso un pochino indigesto agli occhi degli altri giocatori e di chi gli stava attorno. Spesso Donald, molto piccolo rispetto alla maggior parte dei suoi avversari, subiva delle vere e proprie minacce, per non dire degli insulti, in campo. A tal proposito fu sconfortante quanto accadde durante un incontro in Thailandia, quando tal William Ward, neozelandese, arrivò ad utilizzare la “n word” – quella usata per la discriminazione a sfondo razziale: tutto molto triste, soprattutto se pensiamo che Donald non aveva nemmeno 15 anni.

Ma era sulla bocca di tutti, ed era controllato da tutti: il 16 febbraio del 2003, sul Chicago Tribune, trattarono il caso del giovane tennista prodigio, citando dove vivesse e quanti soldi percepisse. Il giorno dopo casa sua venne svaligiata. No, non è stato per niente facile crescere per Donald Young.
Crescere, poi; non è mai stato un gigante, Donald, ma da piccolo soffriva non poco per questo motivo, tanto che ad un gioco di tennis per la X-Box aveva creato un suo alter-ego alto circa 2 metri, sostenendo che era quello che sarebbe voluto diventare. Elliot Teltscher, ex top-10 statunitense, asserì con vigore che “Donald era il migliore quattordicenne che avesse mai visto giocare a tennis. E, quando aveva 14 anni, io ho palleggiato con Pete Sampras.“ Ecco, il problema è che Pete è cresciuto ed ha affinato la sua tecnica, Donald, ahilui, non molto.

Eppure, in quella classifica, di top-50 americani ve n’erano ben 7, è possibile che soltanto Tim Smyczek affianchi Donald Young tra i top-100 americani, oggi? L’analisi, in verità sarebbe ancora più triste, perché ben 4 di quei ragazzi attualmente non svolgono più attività professionista. Il caso più eclatante è quello di Brendan Evans, all’epoca numero 3 del ranking giovanile. Era il primo della classe in quella che veniva vista come la futura “grande generazione del tennis statunitense”. Tutti pronti al grande salto, tutti spinti dal proprio entourage a farlo, questo grande salto: dalla high-school ai pro, senza passare dai college. Col senno di poi, forse, un errore. “A 17 anni avevamo una pressione enorme, molti di noi passarono pro senza nemmeno pensarci, e capimmo subito le difficoltà che avremmo dovuto affrontare. Ormai, però, bisognava solo lottare” sostiene Brendan Evans, che a 16 anni era sotto contratto con la IMG ed era bardato Nike da testa a piedi: non pensava ad altro se non allo sfondare nel tennis, per quanto entrambi i suoi genitori, dall’alto del loro Phd, consigliassero ben altro. Dopo qualche anno di tentativi sfortunati ai livelli più bassi, Evans, da Pontiac, Michigan, la strada sembrava averla imboccata, a 23 anni, toccando la posizione numero 117 ATP, ma dopo quel picco subentrarono gli infortuni e una dominante perdita di motivazioni. Brendan appese la racchetta al chiodo, iscrivendosi successivamente all’Università della Virginia, ordine inverso rispetto a quello usuale, per poi frequentare stage estivi come analista finanziario presso la Duff&Phelps ed alla Goldmann-Sachs. Concluderà il suo ciclo di studi nel 2015, come potreste valutare anche voi dal suo profilo Linked-In

Anche Scott Oudsema, altro ragazzo del Michigan, in quel benedetto 2004 era riuscito a spingersi tra i primi 10 giovani giocatori al mondo. Eppure, per lui, scegliere tra il tennis e il college non sarebbe stato così facile: Stanford era ben più di un semplice sogno nel cassetto. Alla fine, però, la racchetta vinse sui libri, ma lo scarso rendimento gli fece poco dopo rivedere la sua scelta: dopo essersi iscritto, nel 2009, all’Università del Michigan, Scott è diventato collega di Evans, prestando servizio dal luglio dello scorso anno alla Guggenheim Securities. Oudsema, nel 2003, fu il primo giocatore a stelle strisce, assieme a Philipp Simmonds, a cogliere il titolo junior in doppio all’Australian Open: avevano entrambi 16 anni ed erano molto fieri di aver registrato un risultato “storico”, a tal punto da scomodare paragoni illustri. Simmonds, che aveva preso la racchetta in mano per la prima volta nel 1990, anno in cui Sampras trionfava per la prima volta a Flushing Meadows, per merito del padre, un controllore di volo, al tempo di questa classifica aveva smesso con i tornei junior, fattore che lo collocava così in basso, per dedicarsi all’attività pro’, motivo che lo aveva spinto a non proseguire con gli studi. Dopo diversi anni di circuito americano, con annesso qualche titolo, soprattutto in doppio, senza aver sfondato la top-200 ATP Philip, a fine 2012, ha riposto la racchetta nella sacca, unendosi alla Sportime di New York, una multi-struttura in cui è ospitata anche la John McEnroe Tennis Accademy. Quest’estate ha provato la trafila dei tornei che concedono una wild card per il tabellone di qualificazione degli U.S. Open e si è spinto fino alla prova conclusiva.

Era probabilmente difficile da ipotizzare che Tim Smyczek, tra questi, sarebbe stato l’unico a non perdersi e a non arrivare troppo lontano da quelle che erano le speranze su di lui nutrite – non era esattamente tra i maggiormente promettenti – mentre il caso che riguarda Scoville Jenkins è piuttosto emblematico: nel 2004 gli fu concessa una wild-card per il tabellone principale dello U.S. Open e l’accoppiamento di primo turno lo frapponeva proprio all’allora primo giocatore a stelle e strisce, il ragazzo di Omaha, Andy Roddick. L’incontro lo tramortì, in maniera particolare quando si vide scagliare contro un ace a 152 miglia orari: nei tornei junior una cosa del genere non era nemmeno immaginabile. Scoville, allora campione nazionale di categoria, non poté desistere dall’idea di diventare professionista: “Sono cresciuto guardando e tifando per Sampras e Agassi, che al college non erano andati, e nemmeno altri avevano fatto quella scelta. Mi sentivo obbligato, andare al college mi sembrava il più classico ‘bacio della morte’”. La sua carriera si sarebbe conclusa nel 2009, con all’interno risultati nemmeno così deprecabili, come il secondo turno allo U.S. Open del 2005, ma le sconfitte lasciavano ogni volta un segno più marcato nella sua volontà, che usciva scalfita dopo ogni rovescio. Così, nel 2010, ha deciso di iscriversi all’università, frequentando per due anni la Kennesaw State, prima di ricevere una chiamata da Matt Anger, da cui veniva invitato a concludere il suo corso di studi in sociologia alla Washington University, dove ebbe la possibilità di cominciare ad affiancare i membri dello staff della squadra di tennis. Nel giugno scorso è stato assunto per il medesimo ruolo alla Wisconsin University di Madison, dove ora risiede con la moglie Tammy: il professionismo è definitivamente finito nel dimenticatoio.

Nikyta Kryvonos, di padre ucraino, frequenta saltuariamente, con risultati alterni, la scena ITF europea, senza particolari velleità, come se una vittoria od una sconfitta non avesse quel senso di vita o di morte che poteva avere dieci anni prima, quando tutto era così importante, come può affermare Alex Kuznetsov, altro nativo europeo, che probabilmente ha smarrito buona parte dei suoi propositi in un incidente stradale che gli distrusse il femore. Non ha mai pensato di smettere, anzi, un anno fa ha sfiorato la top-100 ed è saldamente a ridosso della 150esima posizione mondiale, ma qualcosa in quella testa, forgiata da idee a stento trattenute dietro i completini firmati che i contratti sottoscritti da teenager gli potevano garantire, è mutata per sempre.

Caso, sfortuna, scelte avventate: dietro la “generazione d’oro americana” c’è un tutto questo. A posteriori, tutti, a partire da Patrick McEnroe, affermano che la pressione e la fretta sono state foriere della mancata concretizzazione delle tante promesse, ma ora è troppo facile dirlo: sarebbe importante che gli errori non venissero ripetuti. Questo pare sia anche il desiderio dei vertici della USTA, dal momento che lo stesso McEnroe è stato gentilmente pregato di farsi da parte. Perché non vedere americani in campo nella seconda settimana dello Slam di casa, versione maschile, fa male anche a chi non è particolare amante della bandiera a stelle e strisce. E peggio di così sarà dura fare.

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