Elogio di Di Mauro


di Sergio Pastena
Nel 212 a.C. i soldati romani riuscirono laddove sia gli ateniesi (414 a.C.) che i cartaginesi (ben quattro volte dal 405 al 311 a.C.) avevano fallito. Conquistarono Siracusa. Ci vollero tre anni, però, perché a Siracusa c’era tale Archimede, che costruì macchine geniali come la manus ferrea e gli specchi ustori rendendo difficilissima la vita ai romani. Fin da quei tempi, insomma, Siracusa era una città specializzata nella difesa e questa dote è rimasta immutata nel tempo. Un esempio? L’U.S. Siracusa, attualmente in lotta per la B, è la squadra che ha subito meno reti tra le mura amiche nel suo girone: appena sei in tredici partite, una miseria. Ma soprattutto a Siracusa è nato tale Alessio Di Mauro, professione tennista: un vero e proprio muro, un concentrato di abnegazione e voglia di lottare.
Di Mauro oggi ha conquistato la finale del Challenger di Casablanca e, male che vada, i punti presi gli permetteranno si assestarsi a ridosso del numero 140 delle classifiche, suo best ranking da fine 2007. Il tutto alla bella età di 33 anni (ad agosto 34). Per arrivare alla finale, dopo aver superato in scioltezza Ciric e Alcaide, il siciliano ha dovuto eliminare prima la testa di serie numero 2 Simon Greul battendolo alla sua maniera, da lottatore inesauribile: dopo aver perso il primo 4-6 ha rifilato all’avversario un 6-2 6-1. Il punteggio però inganna: all’inizio del terzo il tedesco ha avuto subito a disposizione una palla break, puntualmente annullata, e nel secondo game Di Mauro è stato capace di risalire dal 40-0 sul servizio di Greul e di piazzare il break che ha fatto crollare l’avversario. Oggi si è ripetuto contro Skugor, tennista croato con una buona potenza e una mano discreta: dopo aver perso il primo al tie-break sembrava che le cose si fossero messe male, specie quando il nostro atleta si è fatto recuperare un break di vantaggio nel secondo. Invece ha allungato il match aggiudicandosi il secondo parziale, sempre per 7-6, per poi breakkare in apertura di terzo l’avversario e contenere il suo ritorno andando a chiudere 6-2. Una roba da applausi.
Piccola premessa: non voglio parlare troppo del gioco del mancino siracusano, perchè sarei scontato. Già in tanti hanno fatto notare che grazie alla sua abnegazione il siciliano ha ottenuto risultati che sono andati ben oltre il suo talento tennistico, che non era propriamente cristallino. Palla decisamente poco potente, confinato dietro la riga di fondo, una vita passata a correre e ributtarla di là, una specie di linea Maginot vivente (eppure oggi Skugor provava sempre a sfondarlo di potenza, rimanendo frustrato). Tennisticamente, quindi, Di Mauro non dovrebbe essermi simpatico. Eppure lo apprezzo e tanto, e il perché si capisce ripercorrendo la sua storia tennistica.
La fortuna, va detto, non è mai stata il suo forte: al primo Future(Roma 1998, a ben 21 anni!)becca subito un talentuoso diciassettenne belga, tale Olivier Rochus. Lo supera e al secondo turno trova un argentino che risponde al nome di Agustin Calleri e viene eliminato. Per la serie: buongiorno! Ma lui va avanti per la sua strada, correndo, e di corsa arrivano la prima finale Future (Kocani, Macedonia, 1998), tutta una serie di semifinali e finali, la prima vittoria Challenger (Campinas, Brasile, 2001: curiosamente senza aver mai vinto prima un Future) e, sempre nel 2001, l’ingresso nei primi 200. Resta lì per un paio di anni, ballando tra i 200 e i 300 e tutti pensano che abbia in fondo raggiunto i suoi limiti: un’onesta carriera da mestierante dei Challenger, come tanti tennisti nostrani.
A quel punto Di Mauro che fa? Vince il prestigioso Challenger di San Marino e si guadagna una wild card a Palermo, nella sua Sicilia, dove fa l’esordio in un torneo del circuito maggiore perdendo da Squillari. Già, perchè lui non è tipo da wild card, quando nessuno punta forte su di te ottenerle è difficile. Di Mauro si assesta intorno alla posizione 150 e va avanti così per un anno e passa. E di nuovo gli addetti ai lavori pensano “Ora sì che ha raggiunto il massimo possibile”. E così lui, ad inizio 2005, prima fa finale a Barletta (eliminando Murray e perdendo in finale da Gasquet, sempre benedetti i suoi sorteggi), si ripete a Olbia e infine vince a Monza. Il Challenger di Tunisi lo va a giocare da numero 100 del mondo, tra l’incredulità generale.
E riparte il coro di opinioni. “E’ una toccata e fuga”, “Ha giocato il mese della vita”, “Tra un anno è di nuovo fuori dai 200”, magari persino “Vedi, i Challenger danno troppi punti lo dicevo io”. Il soldatino siracusano non se ne cura e nei 100 ci si installa stabilmente, togliendosi la soddisfazione di giocare a Wimbledon e passare persino un turno. Qualche punto gli scade, torna intorno alla posizione 120 ma lui continua a correre e nel 2006 arriva il suo primo quarto di finale in un torneo maggiore, Acapulco, battendo tra l’altro il numero 7 al mondo dell’epoca, Coria. Rientra nei 100, arriva al terzo turno al Masters Series di Montecarlo (eliminati Wawrinka e Stepanek prima di cedere a Gaudio) e arriva al numero 84. Stavolta i soloni tacciono, mormorando però sottovoce “Nei 70 comunque non ci entrerà mai” (aveva dichiarato pubblicamente che era il suo obiettivo). Non ci entrerà, dite? Sbagliato. Febbraio 2007, torneo di Buenos Aires: Di Mauro perde da Berlocq ma, complice la formula del Round Robin che i vertici Atp avevano partorito dopo un festino alcolico, sfrutta un corridoio in tabellone e arriva in finale battendo Montanes e Hartfield. Perde da Monaco ma al termine del torneo è numero 68 al mondo. Strike.
A quel punto la sfiga, che si era voltata per una settimana, si ricorda di lui. Fine 2007, c’è maretta intorno al tennis, i bookmakers si lamentano per l’andamento anomale delle quote di alcune partite, la gente comincia a malignare. E l’Atp cosa fa? Becca Di Mauro con le mani nella marmellata: il tennista siciliano, ingenuamente, aveva scommesso pochi euro su alcune partite di tennis usando una carta intestata a suo nome. Squalifica di 9 mesi. Ora, le regole sono regole, ma nove mesi son nove mesi: una sanzione spropositata tanto per dare l’idea che si sta facendo qualcosa contro le scommesse. Un po’ come dare l’ergastolo a un bambino che ruba una caramella per poter dire che si combattono i ladri. Addirittura dall’Atp sono scontenti: avevano chiesto tre anni. L’impiccagione no?
Comunque sia Di Mauro torna a metà 2008, da numero 311 del mondo con tutti i punti in scadenza a breve. E la sentenza stavolta è “Carriera finita”. E invece no, perchè Di Mauro in quell’anno non ha smesso di correre, nonostante vada per le 31 candeline, e in capo a un anno risale fino al numero 151 del mondo vincendo il Challenger di Milano. Poi una serie di risultati negativi lo fanno precipitare nuovamente oltre la posizione 250, nel 2009. E per l’ennesima volta c’è chi dice: “Stavolta è finita davvero”, convinto finalmente di azzeccarla.
E questo ragazzino di 33 anni cosa fa? Si rimette a giocare i Futures! Ne aveva vinto uno soltanto, nel lontano 2001, nel 2010 ne spazzola tre nel giro di pochi mesi: Foggia, Pozzuoli e Reggio Calabria. Torna nei 200 e adesso, con questa finale, male che vada sarà intorno al numero 140, ben che vada anche oltre. E allora chi scrive, anche se spesso è stato tra i profeti del malaugurio (spero di meritare le attenuanti, questo ragazzo ha davvero stupito tutti), non può che applaudire e togliersi il cappello di fronte alla grinta di questo tennista atipico, testardo e stakanovista.
Chapeau, Alessio.

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