Elogio di un Underdog

di - 28 Giugno 2013

di Alessandro Nizegorodcew

“Ma guarda tu con chi ha perso Federer?” oppure “Nadal doveva essere rotto, come avrebbe potuto essere dominato da Darcis?” e ancora “L’amore fa male, la Sharapova è riuscita a perdere da una giocatrice fuori dalle top-100”. Queste sono solamente alcune delle frasi che rimbombano tra gli appassionati di tennis durante le recenti, sorprendenti, giornate di Wimbledon.

Il tennis, però è un’altra cosa.

E’ ovvio che risultati contro pronostico come le vittorie di Larcher de Brito, Stakhovsky, Darcis e dello stesso Zemlja (con Dimitrov), possano arrivare esclusivamente in situazioni ben precise: giornata di grazia dello sfavorito e prestazione incolore del campione. Concause. Meriti e demeriti.

Sminuire le vittorie dei cosiddetti “Underdog”, riferendole semplicemente alla scarsa forma del favorito, è quanto di più errato si possa fare analizzando un match.

Vi sono infatti giocatori che per i motivi più vari hanno una classifica che non rappresenta il loro massimo potenziale. Infortuni, capacità di esprimere un tennis di alto livello solo su alcune superfici, un fisico non così massiccio che non consente prestazioni importanti ogni settimana, oltre a tante altre variabili.

Il modo in cui vengono spesso sminuite le prestazioni dei Darcis, Stakhovsky e Zemlja di turno è quanto di più anacronistico possa avvenire al giorno d’oggi. Come ha ripetuto nei giorni scorsi Filippo Volandri “i giocatori classificati tra 80 e 120 sono molto più forti e possono esprimere un tennis di livello molto più alto rispetto al passato.”

Le prestazioni positive degli under dog, nel tennis come in altri sport, vengono sminuite in modo particolare in Italia, paese nel quale la cultura sportiva è ai minimi storici, così come il rispetto per il valore dell’avversario. I commenti calcistici da bar (e purtroppo, troppo spesso, anche dei cosiddetti giornalisti specializzati) sono purtroppo all’ordine del giorno.

Wimbledon ha sempre rappresentato terreno fertile per grandi sorprese. Non è ovviamente un caso. Su erba si gioca ormai pochissimo (un mese all’anno circa) e i tennisti adatti a questo tipo di superficie sono pochissimi. Precisazione immediata:  avere le caratteristiche adatte all’erba non significa essere un giocatore che vince tante partite su erba. Il perché è presto detto. Possono comunque esserci giocatori meno adatti all’erba ma comunque più forti fisicamente, mentalmente, furbi tatticamente, che non regalano nulla. Questo per rispondere a chi potrebbe ribattere: “come è possibile che Darcis e Stakho abbiano vinto, fino allo scorso anno, solamente una partita a testa a Wimbledon?”

La verità è che giocatori così leggeri fisicamente per poter vincere ad un certo livello devono essere al 100% fisicamente e mentalmente. Non a caso sono due tennisti dalla classifica Atp non invidiabile ma che in carriera hanno vinto 6 tornei Atp (4 Stakho, di cui uno su erba a s’Hertogenbosch, e 2 Darcis). Darcis e Stakhovsky sono tennisti dalle immense capacità tecniche, che sanno utilizzare colpi (back spin di rovescio, quello vero però, non quello difensivo) perfetti per l’erba, ottimi servitori (da erba), e soprattutto leggerissimi sul campo (dettaglio negativo magari sulla terra o sul cemento e positivo su erba). Se giocano in maniera (quasi) perfetta possono mettere in difficoltà anche i grandissimi giocatori o addirittura i campioni. E così è stato. Male Federer e Nadal? Certamente si (e non si cerchino giustificazioni su schiene e ginocchia doloranti, anche perché lo stesso Darcis si è fatto male durante il match con lo spagnolo). Enormi meriti degli under dog? Assolutamente si. Chi dice il contrario non conosce questo sport.

E non si prendano in considerazione le eventuali sconfitte nei turni successivi, perché l’indice di rischio di tennisti di questo tipo li costringe a giocare sempre al 100% per poter portare a casa un qualsiasi incontro con un top-100. Darcis e Stakhovsky, così come altri giocatori di questo tipo (Sela nel maschile, Erakovic nel femminile sono altri esempi), potranno perdere contro chiunque tra i primi 200 ma potranno metterli in difficoltà, nelle condizioni ideali, praticamente tutti.

Bisognerebbe provare grande ammirazione per gli underdog, ma purtroppo siamo in Italia. Spazio Tennis però prende posizione, perché l’under dog andrebbe sempre elogiato…

 

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3 commenti

  1. marco mazzoni

    Discorsi utili, giusti, interessanti, che spero di aver modo di approfondire. Soprattutto se il tennis tornerà finalmente a premiare chi sa giocare a tennis, anche se imperfetto e quindi troppo poco costante per salire in classifica; in questo sistema di classifica che premia troppo la costanza sulla qualità di rendimento

  2. cataflic

    Una categoria ancora più interessante è quella delle “bestie nere”, cioè quei giocatori che non si sa bene il perché hanno caratteristiche di gioco tali da mettere sempre in difficoltà il campione di turno molto più quotato, che diversamente farebbe polpette dei pari classifica.
    Di solito il tutto risiede nella incapacità del campione nel saper leggere i colpi della bestia nera e nella strana facilità con cui invece la bestia nera legge quelli del campione, il tutto condito con una ancor più strana selezione di colpi della bs nelle varie situazioni che molto spesso risulta fastidiosa per il campione e controintuitiva.
    Gli esempi nella storia sono molteplici, anche se su due piedi mi viene in mente subito Bennetteau con Federer.
    Mi pare che a suo tempo anche Ferreira con Sampras facesse danni molto spesso(pur essendo ben più forte di Bennetteau…)

  3. Gianfilippo Maiga

    Caro Alessandro,potrei sottoscrivere ogni singola parola da te detta. Condivido ogni concetto al 100%. Aggiungerei che il 200 al mondo, per fare un numero qualsiasi, che la classifica corrisponda o no ai suoi limiti, gioca ormai talmente bene che, quanto meno nella singola partita, può competere con giocatori molto ma molto meglio classificati di lui, senza che questo almeno per me costituisca una sorpresa. A titolo di esempio vorrei ricordare lo svizzero Laaksonen, che in coppa Davis ha portato Berdych al terzo, e non perchè Berdych abbia demeritato. Purtroppo è vero che la cultura sportiva in Italia lascia molto a desiderare nel leggere il tennis moderno e a questa sottocultura contribuisce, mi spiace dirlo, anche il giornalismo specializzato, che tende a considerare campioni solo i primi 10 ( o i primi 4!) e mediocri tutti gli altri. Stakovsky è stato trattato da un grande scrittore come una “stella filante” solo perchè è oltre il 100, senza guardare a quello che ha effettivamente fatto in campo ( e nel suo caso uno sguardo a suoi risultati recenti e passati non avrebbe guastato). Temo sarebbe stato trattato così anche se fosse stato al suo best ranking (30) come se uno capace di vincere parecchi titoli ATP possa essere considerato qualsiasi….

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