Fuga Dalla Terra

di - 11 Maggio 2010

Terra RossaCemento

di Roberto Commentucci (articolo apparso sull’ultimo numero de Il Tennis Italiano)

Il peccato originale.

Come e perché la cultura della terra rossa (e la mentalità che ne scaturisce) penalizzano il tennis italiano maschile. Come nasce e cos’è il Progetto Campi Veloci della FIT.

L’allenamento e la competizione su tutte le

superfici sono di importanza fondamentale

nella costruzione di un moderno professionista

(Renzo Furlan)


Molti nostri giocatori, nei momenti caldi

dei match, fanno un passo indietro

e lasciano l’iniziativa agli avversari.

E’ una attitudine mentale che viene dagli anni

giovanili, molto difficile da cambiare.

E’ il “DNA del terraiolo”.

(Fabio Rizzo, coach italiano)


Non basta allenarsi sul veloce, per diventare tennisti completi.

Bisogna giocarci sopra dei tornei, delle gare importanti.

La partita di allenamento è come il poker giocato senza soldi

(Simone Ercoli, coach italiano)

“Aho, ma hai visto i nostri, in Australia?

Tutti fuori al primo turno…come a New York!

Mamma mia, certo che sul veloce sò proprio scarsi…

A proposito, ragazzi, per il doppio, c’è libero solo il campo veloce…

Che si fa? No, no, aspettiamo, là sopra io non ci gioco…”

(4 Soci di mezza età nella Club House di un Circolo romano)


Chi vive vicino al fiume conosce la natura dei pesci;

chi dimora fra le colline sa riconoscere

il cinguettio dei diversi tipi di uccelli.

(Proverbio cinese)


La terra rossa, rifugio e prigione del tennis italiano.

Primavera. Con il ritorno del circuito in Europa, ci si appresta a vivere la stagione tradizionale della terra battuta. Montecarlo, Roma, Madrid, Parigi. Eventi e tornei carichi di fascino, ricchi di storia, onusti di gloria. Gli appassionati italiani attendono speranzosi l’exploit di qualche azzurro. I nostri giocatori, tradizionalmente, danno il meglio sulla polvere di mattone. Ma i numeri sono impietosi. E ci mostrano con chiarezza che la breve stagione della terra battuta è ormai una parentesi, nemmeno troppo importante, nel complessivo panorama del tennis mondiale di alto livello.

Le regole di determinazione del ranking in vigore dallo scorso anno per i top 30 e il calendario Atp, infatti, fanno si che sulla terra rossa venga ormai assegnato solo il 27% circa dei punti in palio nel circuito maggiore. Uno su 4, insomma, mentre il veloce (outdoor e indoor) la fa da padrone incontrastato.

Schermata 1

Ne consegue che, a parità di livello tecnico e di risultati, un tennista da veloce avrà sistematicamente una classifica migliore di uno specialista della terra: quindi, per essere competitivi ad alto livello bisogna ottenere punti soprattutto sulle superfici rapide. Ovvero, proprio quel che non riescono a fare i nostri giocatori. Il best 18 (i migliori 18 risultati che determinano la classifica Atp) dei primi 10 tennisti italiani è infatti costituito per oltre il 60% da punti ottenuti sul rosso, come mostra la tabella seguente, aggiornata al 12 ottobre 2009.

Schermata 2

Difficile, in queste condizioni, essere competitivi a livello di top 30 (dove infatti i nostri hanno fatto registrare, negli ultimi 10 anni, apparizioni sporadiche). Non stupisce, quindi, che l’unico top 50 che abbiamo attualmente sia un tennista come Seppi, non particolarmente dotato come talento, ma in grado di difendersi su tutte le superfici.

Infrastrutture e organizzazione agonistica: un confronto internazionale.
Al capezzale del tennis maschile italiano si sono affannati, negli anni, fior di medici, guaritori e stregoni. Di seguito, si propone una personalissima diagnosi, basata in parte su dati oggettivi e in parte sull’osservazione delle dinamiche della crescita dei giovani tennisti in Italia.
In estrema sintesi, la tesi che si intende dimostrare è la seguente: uno dei maggiori mali del nostro tennis è l’interazione perniciosa fra una caratteristica ambientale (allenamento e competizione concentrati sulla terra rossa come in nessuna altra nazione europea) e una mentalità, nella costruzione dei giovani giocatori, troppo orientata al breve termine, alla vittoria immediata, alla coppetta tra gli under, trascurando il lavoro da fare in chiave futura, per essere competitivi tra i professionisti.

Iniziamo da un confronto sulle infrastrutture, con i tre paesi europei più vicini a noi:

Schermata 3

Lasciando da parte il minore sviluppo complessivo del nostro movimento, che promana da motivazioni profonde di ordine storico, culturale e sociale, quel che spicca nel confronto è l’obsoleta vocazione terracentrica nella nostra dotazione infrastrutturale (i presunti terraioli spagnoli hanno 7 campi veloci per uno nostro!) che si riflette ovviamente sull’organizzazione delle gare.

I nostri giovani agonisti, in questa situazione, sono costretti ad allenarsi e competere quasi esclusivamente sulla terra: tornei giovanili, campionati italiani assoluti giovanili nazionali e regionali, coppa PIA, coppa delle Regioni, Coppa delle Province, etc. Solo la Coppa di Inverno, da poco istituita, si gioca sul veloce.

A livello under 16 e under 18, è più o meno lo stesso. Pressoché tutti i prestigiosi tornei juniores italiani (Bonfiglio, Santa Croce, Avvenire, etc.) si disputano sul mattone tritato.

E poi ancora, crescendo, i pochi che tentano la via del professionismo trovano la medesima situazione nei tornei Open, i Futures, i Challenger italiani: quasi tutti si disputano sul veloce, mentre all’estero la ripartizione degli eventi minori per superficie è molto più equilibrata, come si vede:

Schermata 4

Terra rossa, mentalità e crescita dei giovani nel tennis moderno.
Ma questo non è tutto. Il problema è che la terra battuta non solo limita l’emergere di giocatori da veloce, ma condiziona in negativo la costruzione di tennisti adatti al gioco moderno. Secondo le statistiche della PTR (Program Tennis Registry) nel circuito Atp maschile oltre il 65% degli scambi giocati dura meno di cinque colpi ed è vinto dal giocatore che prevale nei colpi di inizio gioco (servizio o risposta aggressiva). Nel tennis moderno ormai da anni vincere punti in difesa è molto più complicato che in passato: il primo che prende l’iniziativa, che riesce a mettere i piedi dentro al campo, ha le migliori probabilità di fare il punto. Per questo, i colpi più importanti non sono più il diritto e il rovescio, ma il servizio e la risposta.

Illuminanti, in questo senso, sono le statistiche dell’Atp sull’efficienza dei colpi di inizio gioco dei nostri tennisti. Vediamo com’era la situazione allo scorso settembre:

Schermata 5

Come si vede, la qualità dei colpi di inizio gioco determina gran parte della dimensione tecnica del giocatore. In questo ambito, manchiamo di un tennista in possesso di un profilo equilibrato: chi risponde relativamente bene serve maluccio (Seppi e Fognini) o viceversa (Bolelli). In generale, i nostri sono più bravi a rispondere che a servire, ma questo dipende anche dal fatto che giocano molto sulla terra.

Sono problematiche che vengono da lontano. Basta farsi un giro per le nostre scuole di agonistica, e misurare la percentuale del tempo che viene dedicato alla cura del servizio e della risposta sul totale, per capire quanto il nostro sistema addestrativo sia indietro. Questo, tuttavia, non deriva necessariamente da insipienza o cattiva volontà dei tecnici.
Il problema fondamentale è che la terra rossa non incentiva l’ambiente (nel suo complesso: maestri, genitori, dirigenti etc.,) a costruire nei giovanissimi i due colpi più importanti nel tennis moderno: il servizio e la risposta.

Inoltre, anche quando si entra nello scambio “alla pari”, giocare sulla terra rende più difficile stimolare i giovani giocatori ad assumere un atteggiamento tattico aggressivo, a cercare l’anticipo e a giocare con i piedi vicini alla linea di fondo, caratteristiche oggigiorno fondamentali.
In definitiva: imparare a giocare (anche) sul veloce significa diventare giocatori migliori e più completi, e quindi più forti (anche) sulla terra battuta. Essere terraioli specialisti non paga più nemmeno sulla terra.
Vediamo ora cosa capita tipicamente in Italia con un ragazzino promettente (diciamo tra i migliori della sua regione) nel periodo che va dai 12 ai 14 anni, periodo fondamentale per la crescita tecnica e fisica. Il pericolo maggiore sulla via del professionismo è l’orientamento al breve termine del lavoro tecnico e fisico, che deriva da una serie di fattori soprattutto culturali e ambientali:

  • i genitori (che spesso hanno poca cultura sportiva e tennistica) fanno pressione sui maestri per vincere ogni giorno, preoccupandosi se un cambiamento tecnico (es. imparare a servire piatto e aggressivo) ha un costo immediato in termini di competitività;
  • i maestri, spesso in concorrenza fra loro per allenare i ragazzi bravi, temono di perdere la fiducia del genitore-cliente, e finiscono spesso per assecondare le loro ansie di vittoria immediata, rinviando il necessario lavoro di sviluppo tecnico e fisico;
  • i dirigenti di circolo, anche quelli più illuminati e desiderosi di investire sui giovani, hanno a cuore che i ragazzini vincano – qui e ora – la coppetta a squadre;
  • la Federazione, che deve iniziare a selezionare i ragazzi da tenere sotto osservazione e da convocare ai raduni, ovviamente non può prescindere (anche) dai risultati: questo genera ulteriori incentivi a vincere subito, per mettersi in evidenza, costi quel che costi.

Gli effetti negativi di questa mentalità orientata al breve termine sono però potentemente esacerbati e amplificati dalle caratteristiche tecniche della terra rossa. Far competere solo sul rosso i ragazzini sotto i 14 anni, magari in inverno, con umidità e palle pesantissime, significa selezionare, a parità di livello tecnico, i più prudenti, i più regolari e scaltri tatticamente, i più precoci nell’evoluzione fisica. Ma molto spesso i più futuribili, ovvero quelli che osano, quelli che prendono rischi, sono coloro che escono sconfitti, e sono quindi incentivati a smettere.

Così, il nostro ambiente “seleziona” i giovani alla rovescia: a quell’età, può capitare che siano i meno adatti al tennis moderno quelli che vanno avanti. Fino a che, di lì a poco, verso i 16 anni, si accorgono che furbizia, regolarità e tattica non bastano più, e che bisogna saper fare gli aces e tirare i vincenti, se si vuole andare avanti. E a quel punto, smettono anche loro. Un Darwinismo al contrario, insomma.
In conclusione, in Italia abbiamo bisogno di una doppia rivoluzione: infrastrutturale (costruire tanti campi veloci, per allenare e far competere i nostri ragazzi) e soprattutto culturale.
Cambiare la mentalità, il modo di pensare delle persone, è un processo lungo e difficile: ma può essere reso più spedito, se l’ambiente “fisico” (la superficie di gioco) sarà quello che più spontaneamente incentiva le scelte e le politiche più lungimiranti.

La più grossa obiezione a tutta la costruzione potrebbe essere: ma perché, allora, se il problema sono i campi, fra le donne andiamo bene? Per varie ragioni: la prima, e più immediata, è che fra le donne i colpi di inizio gioco hanno (per ora) molta meno importanza rispetto ai fondamentali da fondo. E quindi, in questo settore il nostro “terracentrismo” è meno dannoso. Poi, perché molti allenatori concordano sul fatto che in Italia le ragazzine sono più allenabili dei maschietti: sono più docili e mature, e più determinate a migliorare. E’ più semplice con loro lavorare su servizio e risposta, mentre i ragazzini spesso si annoiano. Infine, la maggiore determinazione porta le ragazze a viaggiare di più e a capire prima come funziona il circuito professionistico.
Una prima risposta: il “Progetto Campi Veloci” della FIT.

La nostra Federazione ha iniziato ad affrontare il problema. Il prossimo 3 maggio a Roma, in una apposita conferenza stampa, verrà presentato, durante gli Internazionali d’Italia, il “Progetto Campi Veloci”, iniziativa strategica volta a stimolare i Circoli ad aumentare la dotazione di campi rapidi del nostro paese.

Sono previste 3 diverse leve di azione:

1. L’organizzazione agonistica: molte gare giovanili, sia individuali che a squadre, saranno disputate sul veloce; le date più richieste per l’organizzazione dei Futures ITF verranno attribuite ai circoli che organizzeranno tornei sul veloce; i punti validi per la classifica nazionale, se ottenuti in tornei giocati sul veloce, saranno ponderati il 15% in più;

2. Il marketing: la Federazione ha stipulato convenzioni con le maggiori ditte produttrici di campi veloci (Play-it, Greenset, Mantoflex), che riconosceranno ai circoli sconti fino ad oltre il 20% sui prezzi ufficiali. Inoltre, sono stati presi accordi con il Credito Sportivo e la BNL-BNP Paribas, per offrire ai circoli in grado di presentare idonee garanzie finanziamenti mirati a condizioni agevolate.

3. La comunicazione: L’ostacolo maggiore al “salto culturale” del veloce è che i Circoli sono frequentati e finanziati da soci, spesso anziani, che sono molto diffidenti nei confronti dei campi rapidi. Tuttavia, che essi siano pericolosi, a livello amatoriale, è più che altro un luogo comune, basato su esperienze fatte su superfici di 30 anni fa, quali il cd. “Mateco”, mentre le più moderne soluzioni oggi disponibili sono ben più confortevoli e “giocabili”. Inoltre, rispetto alla terra rossa, esse soffrono molto meno gli agenti atmosferici (non gelano, asciugano prima) e offrono condizioni di gioco molto migliori nelle ore serali e invernali, quando sulla terra le palle diventano “gatti”. Pertanto, la Federazione porrà in atto una massiccia campagna di comunicazione per far conoscere i vantaggi delle nuove superfici e mitigare i timori dei soci.

Conclusione.

La sfida più difficile per il nostro movimento, in prospettiva, sarà quella di trovare un diverso equilibrio fra le sue due principali componenti, quella ricreativa e quella agonistica, che come abbiamo visto hanno esigenze spesso contrastanti: i giovani devo giocare anche sul veloce, i soci non vogliono sentirne parlare. Tuttavia, appare chiaro che nella ricerca di questo nuovo equilibrio i clubs spagnoli, francesi e tedeschi (da cui sono usciti 35 degli attuali top 100…) sono stati finora più lungimiranti dei circoli italiani. Occorre recuperare il tempo perduto.

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