James Ward, king for a day

di - 2 Luglio 2015

James Ward

di Luca Fiorino (@LucaFiorino24)

Nel suo disegno originario deve essersi proprio dimenticato di colorarla del tutto o quanto meno di sbiancarla. O forse no? Sarebbe inimmaginabile pensare che quella “malloit a pois”, solitamente indossata in passato al Tour de France da Richard Virenque o Clément Lhotellerie per distinguere il leader della classifica della montagna, possa poi vedersi sui campi da tennis. Ma questa volta se l’è dovuta cambiare per davvero quella maglietta James Ward, così come richiede la tradizione di Wimbledon, poiché, come sappiamo, tinte diverse dal bianco non sono ammesse  a Church Road. Un colore, il bianco, che nella tradizione cinese ed indiana rievoca la morte ed i fantasmi. Quegli stessi fantasmi che saranno passati per la testa dell’inglese nell’ultimo game di battuta. Perché il passato a volte torna alla mente proprio nei momenti cruciali della nostra vita. Perché quel gioco voleva dire essenzialmente due cose: prima volta nella storia per lui al terzo turno di Wimbledon e, finalmente, entrare nella top 100 del ranking Atp.

James WardFiglio di un tassista del nord di Londra, James ha capito sin da subito che nella vita per guadagnarsi il pane bisogna sudare e anche tanto. Inizia a giocare a tennis relativamente tardi rispetto alla media all’età di 11 anni diventando professionista nel 2004. Si può considerare un inglese atipico visto che ai campi in erba inglesi ha preferito in passato allenarsi per quattro anni consecutivi all’Equelite Juan Carlos Ferrero Academy a Villena, vicino Valencia. Anche per questo preferisce la terra rossa ai prati verdi, sebbene le sue caratteristiche di gioco ben si adattino all’erba. Non sarà un classico giocatore serve and volley ma il suo gioco abbastanza pulito, un buon servizio ed una grande intelligenza tattica ne fanno un tennista insidioso su questo tipo di superficie. Lavorare in passato, seppur part time, con Greg Rusedski poi ha agevolato il compito e non poco.

Tra il 2004 e il 2006 gioca i primi futures in Spagna senza ottenere risultati di rilievo, anzi, a dire il vero vince giusto qualche match nei turni di qualificazione. Nel 2007 Ward gioca con più frequenza sul circuito maggiore; dopo aver ottenuto un quarto di finale a gennaio in un future spagnolo, gioca la sua prima partita Atp a Valencia, dove perde in un match durato 2’ e 28’’ contro Augustin Gensse. Partecipa poi le qualificazioni ai tornei del Queen’s e a Wimbledon, ma ottiene una sola vittoria contro Daniel Evans non accedendo di fatto al main draw. L’anno dopo è ancora sul circuito future ma questa volta, a differenza della passata stagione, si qualifica al Queen’s per poi perdere al primo turno contro Marat Safin. Si prende la briga di battere un giovanissimo Grigor Dimitrov in un futures spagnolo e di entrare nel tabellone principale di Nottingham. Nel 2009 sono maggiori le apparizioni in tornei challenger così come le soddisfazioni. Battendo Carsten Ball è il primo giocatore britannico da Tim Henman nel 1995, a vincere un torneo challenger su terra. In giugno il britannico si sposta a giocare sull’erba inglese, dove ottiene la sua prima vittoria Atp a Eastbourne contro Victor Crivoi e partecipa per la prima volta ai Championships grazie ad una wild card, perdendo da Fernando Verdasco. L’anno successivo si qualifica a Chennai e raggiunge il primo quarto di finale ad Eastbourne, sempre su erba ovviamente. Nel 2011 arrivano ulteriori gratificazioni con il successo al Queen’s su Stan Wawrinka, il campione in carica Sam Querrey e Adrian Mannarino nei quarti di finale. Solo Jo-Wilfried Tsonga in semifinale riesce a porre fine al grande torneo del britannico, battendolo in un match equilibrato per 6-3, 7-6(7).

James Ward è così, raccoglie i suoi successi step by step. Il 2012 sarà l’anno più complesso. Primo storico successo a Wimbledon contro Pablo Andujar in quattro set e partita di secondo turno persa ma combattutissima contro l’allora top ten Mardy Fish. Alla fine del match contro lo spagnolo il primo pensiero di James sarà rivolto all’ Arsenal di Arsene Wenger, la sua più grande passione. I Gunners? Sì, perché non tutti i tennisti possono permettersi l’abbonamento per un’intera stagione della squadra del nord di Londra. Ward l’aveva acquistato nei mesi passati ma, resosi conto che le proprie disponibilità economiche fossero limitate, poco dopo l’aveva ceduto ad un suo amico per la cifra di 1,300 £. “Con tutti i viaggi che mi porta a fare il tennis riesco al massimo a vedere 6-7 partite. Era necessario vendere l’abbonamento per autofinanziarmi”. Da qui il rammarico. Con le 23,125 £ guadagnate se lo sarebbe potuto permettere eccome ma lui ci ride su e l’Arsenal, tanto per sdebitarsi in qualche modo, lo invita in tribuna VIP per assistere ad un match della stagione 2012/2013.

Non sarà andato all’Emirates Stadium a seguire la sua squadra del cuore ma in fondo cosa importa quando la tua rincorsa alla top 100 è più vicina che mai? Il londinese non aveva fatto i conti col destino. Viene fermato dapprima da alcuni acciacchi e poi da un infortunio in un challenger a Shanghai nei primi di settembre che lo costringerà a tornare nel 2013. Obiettivo sfumato ma come si suol dire la vita sceglie la musica, noi scegliamo come ballarla, vero James? Nel 2013 arriva il secondo successo challenger della carriera in finale su Duckworth a Lexington ma soprattutto si toglie le prime soddisfazioni con la propria rappresentativa in Coppa Davis. Il popolo britannico negli ultimi anni ha iniziato a conoscerlo, stimarlo ma soprattutto sostenerlo perché lui è l’uomo Davis, capace di rimonte impossibili. Prima il successo nel 2013 contro Dmitry Tursunov, poi l’anno dopo nel secondo singolare contro Sam Querrey sotto due set a uno, regala uno storico quarto di finale. Ma non è finita qui. Quest’anno nella sfida che ha visto la Gran Bretagna opposta agli Stati Uniti, James Ward, sotto due set a zero contro John Isner sul cemento, ha avuto la meglio vincendo un match epocale 15-13 al quinto set.

E oggi il compimento di quanto costruito con sacrificio e dedizione in questi anni. Con il successo per 6-2 7-6 3-6 6-3 su Jiri Vesely, Ward entra di fatto per la prima volta nei top 100 e si qualifica al terzo turno di Wimbledon. Non accadeva dal 2002, quando a centrare questo traguardo furono Tim Henman e Greg Rusedski. Altri tempi per la Gran Bretagna…

Occhi rivolti al cielo, urlo liberatorio ed un pugno a battersi il petto. James Ward ha compiuto la sua piccola impresa davanti alla sua gente. Al terzo turno affronterà Vasek Pospisil consapevole che almeno per i prossimi anni l’abbonamento per gustarsi l’Arsenal dal vivo è al sicuro. Ora possiamo comprendere il significato di quella maglia a pois. Quella maglietta alquanto bizzarra rappresenta in tutto e per tutto la sua carriera da tennista. Una scalata continua di soddisfazioni, anno dopo anno, salita dopo salita, proprio come fanno i più grandi ciclisti del Tour de France. La maglia bianca oggi rimane intatta, non macchiata a pois ma da un sogno divenuto realtà. Questi due traguardi raggiunti oggi sono il coronamento di una carriera di certo non brillante ma dalla quale c’è solo che da imparare. Il proprio momento, se si ha la pazienza di aspettare e di cogliere eventuali occasioni (ritiro di David Ferrer dal tabellone), arriva prima o poi. Nessuna regina, a Wimbledon oggi si celebra un solo re. Re per un giorno ma pur sempre un re…

 

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2 commenti

  1. Giuseppe84

    Bell’articolo!
    Sei riuscito a rendere la vita di Ward interessante e al contempo appassionante.

    Che rammarico però per Luca Vanni.
    Per voi non era una partita alla sua portata?

  2. Luca Fiorino

    @Giuseppe84

    Grazie mille.

    Vanni sull’erba non ci ha mai giocato prima di 3 settimane fa a differenza del britannico che conosce i prati da sempre. Obiettivamente non era un match impossibile ma che non lo vedeva neanche favorito. Un sorteggio su qualsiasi altra superficie con Ward sarebbe stato ottimo per Lucone, un po’ meno a Wimbledon, purtroppo.

    Ciao!

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