Le somiglianze che non sono tali: viaggio in un mondo di accostamenti azzardati

di - 6 Marzo 2009

di Luca Brancher

La ricerca del paragone è un’attività stimolante, un classico divertissment che in ambito tennistico vorrebbe aiutarci a trovare delle analogie utili per classificare il gioco dei parvenus. D’altro lato, però, delle etichette di “nuovi Sampras”, “nuovi Agassi” e chi più ne ha più ne metta si fa troppo spesso un uso eccessivo, un vero e proprio abuso, con l’ovvia conseguenza che la maggior parte delle volte questi paragoni sono piuttosto campati in aria. Per usare un eufemismo.
E’ proprio così, però, che si creano quelle leggende metropolitane assolutamente false, ma che vengono fatte assurgere a dogmi insindacabili, oracoli pitiaci, dati di fatto incontrovertibili: quando però ci si scontra con la mera realtà, lo scenario che ci si presenta è diverso. L’unica speranza è che la memoria della gente sia corta, ma non tutti dimenticano, anzi.

Era il maggio del 2007, il Trofeo del Bonfiglio entrava nella sua fase calda e il clamore del pubblico presente sugli spalti del T.c. Bonacossa accompagnava la trionfale cavalcata di Matteo Trevisan, protagonista di una primavera da assoluto dominatore che lo avrebbe destinato al successo in terra meneghina, oltre che al trono della classifica juniores. L’ultimo ostacolo tra il pisano e il prestigioso titolo rispondeva al nome di Stephane Piro, enigmatico tennista francese dal tennis tanto apprezzabile quanto fragile, un gioco tutt’altro che moderno, ammirevole, ma troppo leggero per poter emergere, di questi tempi: difficile restare impassibili davanti al suo rovescio ad una mano. Già, rovescio ad una mano… Purtroppo, per le molte persone che ancora non avevano avuto modo di visionare il transalpino, il giovane Piro venne etichettato come “Nuovo Santoro”, direttamente dagli osservatori della FIT. Di certo, oltre alla nazionalità, i due giocatori avevano ben poco da condividere, la fortuna di queste Cassandre mancate è che il francesino non ha ancora trovato la sua luce tra i professionisti.

Passa un anno, stesso torneo, stesso azzardo. Tra l’altro sempre ai danni del giocatore sconfitto in finale, che nel 2008 è stato David Goffin, belga, che poteva essere definito, quantomeno all’epoca di questo torneo, un giocatore moderno, senza volerci addentrare in una descrizione dettagliata: destro e dal rovescio bimane, come tanti, su questa terra. Non mi soffermo su questi dettagli a caso, perché in ambito federale la figura di Goffin, tanto per non smentirsi, venne affiancata a quella di Henri Leconte, che potrà pure essere ricordato in tantissimi modi, ma che fosse mancino credo lo rimembrino anche gli smemorati. Unendo l’utile al dilettevole, proporrei qualche partitina di Ritton da mandare su Supertennis: non sarebbe tanto riprovevole, no?

Per staccarmi dalla polemica stucchevole, chiudo con l’ultimo episodio, in ordine meramente cronologico, accaduto a Bergamo, dove era presente Filip Krajinovic. Non aggiornatissimo sul talentuoso tennista serbo – che ancora non avevo visto all’azione – mi viene suggerita, da non meglio precisata fonte, una somiglianza con Andre Agassi. Nella mia testa Agassi è sinonimo di gioco piatto e fatto di grande anticipo, magari non dotato a rete e vista l’età con qualche problema al servizio. Chiaramente il giocatore che mi sono trovato davanti era esattamente il contrario di quello che mi era stato prospettato: a rete ben pochi errori, già decisivo col servizio, un anticipo, se si può chiamare tale, mostrato a tratti, in risposta, ma che assolutamente non faceva ricordare Agassi. Anzi, semmai col dritto peccava proprio sotto questo punto di vista.

Mi sono allora chiesto, dopo l’ennesimo paragone mal posto, quanto male ci vengano filtrate le cose che non vediamo e, preso da questa considerazione di matrice filosofica, ho rammentato una sentenza di Rino Tommasi sugli scommettitori, la quale giustamente sosteneva come i pronostici li sbagliasse soltanto chi li facesse: vero, ma per quanto concerne i paragoni, sarebbe meglio non farne, se devono essere tanto sballati.

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