I Perché dell’Oste…

di - 28 Ottobre 2010

di Marta Polidori

Ero piccola, tenera e senza un perché. Tre anni di vita alle spalle e non so ancora quanti da vivere.
Vacanze in Calabria tra cibo e mare, e qualche partita.

Papà con la sua racchetta ed io a bordo campo. Una pallina in faccia ed è andata.
Non so secondo quale procedimento logico, ma la annusai, e mi piacque, ed anche tanto.
Quello fu il mio primo pensiero d’amore, e l’annusai così intensamente ed abbastanza a lungo da esaurirne l’odore. Buffa come immagine in effetti.

Chiesi a mio padre una racchetta: una MMaxima fucsia brillantinata, col manico giallo e le corde verdi, nessun disegno. Volli un disegno sulla mia racchetta, tutti i grandi campioni ne avevano uno, perché io no? Insomma, il disegno ci vuole. Et voìlà, un quadrato. Uno stupido ed insignificante quadrato.
Ah, quanto era bello. Ero la sola ad avere un quadrato, il che era elettrizzante.
Ma il tennis si gioca, non si annusa e non si guarda, perciò volli andare a scuola. Dimenticavo, sono piccola non posso. Allora guardo.

Guardando cominciai ad avere emozioni, vedendo un diritto e sentendone il rumore, guardando uno smash; come mi piaceva!
A quel punto decisi di giocare a tennis, tra l’altro è uno sport individuale, non contando il doppio ovviamente.
Io detesto gli sport di squadra, se il compagno gioca male e perdi hai perso la partita per un compagno non in vena e viceversa, se giochi male tu rischi di avere sulla coscienza il tuo compagno.
Assolutamente no, io se vinco è merito mio, se perdo anche.

Adesso, a 16 anni, adoro il contrasto tra il colore giallo della pallina e l’indaco dei campi in play it.
Vedete, io sono del parere che queste sensazioni ed emozioni debbano esserci sempre.
A distanza di quattordici anni io quando entro in campo provo le stesse cose, e gioco per gli stessi motivi.
Faccio la guerra con un avversario che cerca di fregarmi in tutti i modi, ma io voglio conquista e conquista avrò, ed è sempre stato così.

Se a distanza di tempo tuo figlio non è più coinvolto mentalmente i motivi possono essere tanti.
Può essere mancanza di motivazione, sentirsi indietro rispetto agli altri o l’aspettarsi un risultato che tarda ad arrivare.
Sta di fatto che se per un qualunque motivo queste emozioni, che sono il solo ed unico motivo per cui giochiamo a tennis, vengono a mancare, abbiamo un problema non da poco.

Ciò che compensa le cadute o le sconfitte è la passione, che ci fa intestardire fino a risolvere con una vittoria, ma se la passione non c’è non basterà di certo la mano amica di papà a placare il dolore di una sconfitta, e finiremo per arrenderci.
Mi raccomando, tenete vivo quel loro sacro fuoco, altrimenti subentra l’abitudine, che non è abbastanza forte come impulso per dare risultati di livello.

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