“Quella volta che io e Darderi abbiamo rischiato la vita”

7 Min Read
Da sinistra Luciano Darderi, Gino Darderi e Marcello Macchione

‘Marcello, io voglio diventare l’unico 2002, insieme a Musetti, a raggiungere la classifica italiana di 2.4’. Questa storia, che poteva finire in tragedia, inizia così, nell’agosto del 2017, con le parole di Luciano Darderi. A raccontarla per filo e per segno è Marcello Macchione, personaggio conosciutissimo, a Roma (e non solo), nella nicchia tennistica. Marcello ha aiutato tanti giocatori italiani trovando loro ingaggi per le gare a squadre, ha supportato il suo circolo (Villa York, un tempo Forma Center) in ogni maniera possibile, ed è una sorta di computer vivente per ciò che concerne i risultati del tennis romano. “Papà Gino è venuto al mio circolo quando aveva 18 anni: lavorava sei mesi come maestro in Italia e sei in Argentina. Faceva parte della squadra di Serie C del Forma Center; giocava bene, lo potremmo paragonare a un 2.2/2.3 di oggi”.

LA VITTORIA SU COBOLLI

Luciano nasce il 14 febbraio 2002 a Villa Gesell, in Argentina, e arriva con Gino e la famiglia nuovamente in Italia all’età di 12 anni. “Volli subito vederlo – spiega Marcello – e visto che giocava già bene lo tesserai per il circolo pensando, con lungimiranza, al fatto che potesse diventare un ‘acquisto’ per il vivaio, fondamentale per le gare a squadre. A 12 anni vinse contro Flavio Cobolli la finale di un torneo di macro-area in Abruzzo, nel quale era presente, ricordo, anche Matteo Gigante”. Luciano giocava in Argentina già con le racchette da adulti, ma in Italia il regolamento prevedeva attrezzi più piccoli per gli under 12. “Prima di entrare in campo dissero a Luciano: ‘tu con questa racchetta non puoi giocare!’. Lui entrò in campo con quella che gli fornirono e vinse comunque il torneo. Già questo fece capire molto della personalità del ragazzo. ‘Luli’ è diventato 3.5, ma in quel periodo Gino decide di rientrare in Argentina, per poi tornare in Italia solamente tre anni dopo. “Solo che Luciano a quel punto, non avendo più giocato da noi, era sceso inevitabilmente di classifica a 4.2. Provai a chiedere una deroga a Roberto Commentucci, all’epoca presidente del Comitato Regionale Lazio della FITP, che fu comprensivo ma, per via dei regolamenti, fu impossibilitato a intervenire. Grazie alla Serie C Luciano arrivò velocemente 3.1 e, dopo alcuni mesi, si spinse sino a 2.4. Ricordo ancora un Open al circolo Tennis Project di Roma: Luciano partì dal tabellone di quarta e arrivò ad affrontare Nicola Montani, che era 2.5”.

Luciano Darderi felice dopo la vittoria di un torneo Junior
Luciano Darderi

 

 

 

IL LUCIANO ‘AVVELENATO’

Darderi passeggia nei primi turni, affrontando nei tabelloni di quarta e terza categoria avversari di gran lunga inferiori. È nei quarti che arriva la sfida con Montani, testa di serie numero 1 del torneo Open. “Mi dissero che avrei dovuto giocare con un ragazzino molto promettente che era appena rientrato dall’Argentina – racconta Montani ed ero consapevole che sarebbe stata una sfida difficile. Il match fu combattuto ma alla fine prevalse Luciano, se non erro il punteggio fu 6-3 6-3. Darderi mi impressionò non tanto per il livello tennistico, che era ovviamente buono, ma soprattutto per l’intensità che metteva in campo, la forza mentale, la grinta. Era avvelenato! Non avevo mai visto alcun italiano con una fame agonistica del genere. Pensai: ‘questo è davvero un treno’. Non sono solito sbilanciarmi sui giovani, mi è capitato solamente due volte: con Luciano Darderi e con Gianluca Cadenasso, che ho affrontato qualche anno fa e che adesso sta venendo fuori a livello Challenger”.

400 KM AL GIORNO

L’obiettivo di passare in pochi mesi da 4.2 a 2.4 è una pazzia, ma Luciano vuole provarci. “Solo che per riuscirci abbiamo rischiato letteralmente di morire…, racconta ancora Macchione. È il 22 agosto del 2017, Luciano ha 15 anni e, prima di tornare a Villa Gesell, ha in testa un solo obiettivo: raggiungere la classifica del coetaneo Musetti. “Il 29 agosto però avrebbe preso l’aereo per l’Argentina, era impossibile diventare 2.4 con un solo torneo. E allora mi disse: ‘giochiamone due contemporaneamente’. Una follia, anche perché i due Open di quella settimana erano molto distanti: uno ad Acquapendente, in provincia di Viterbo, e l’altro a Rimini: più di 200 km per tratta. “Ogni giorno Luciano giocava a Rimini, poi andavamo ad Acquapendente dove dormivamo dopo aver disputato il match. E così per ogni turno. L’ultimo giorno ‘Luli’ aveva battuto un 2.4 a Rimini ottenendo i punti per passare a sua volta 2.4. Gli dissi: ‘Lucià, andiamo a Fano (dove hanno casa i Darderi; ndr) e dopodomani a Roma, così da lì prendi l’aereo. Mi rispose di no, voleva andare ad Acquapendente”.

L’INCIDENTE

È sera, Luciano e Marcello si trovano su una strada provinciale nei pressi di Arezzo. Dall’alto, in discesa, una macchina inizia a superare un camion. Marcello, alla guida, arriva dal lato opposto, in salita, e si vede arrivare letteralmente addosso quell’auto. “Io ho provato a sterzare, a evitarla, ma ci siamo visti quella macchina in faccia contromano. In qualche modo l’altro è riuscito a rientrare colpendomi soltanto lo specchietto, mentre lui ha urtato il camion ed è andato in testa-coda; noi miracolosamente illesi. Ieri quando sono andato a baciarlo dopo la vittoria su Zverev, dopo quattro match point annullati, gli ho detto: ‘Lucià, noi due siamo quasi morti quel giorno, che paura può farci una palla match’. Ed è così, Darderi sta raggiungendo traguardi incredibili, senza paura alcuna. Io pensavo che sarebbe potuto arrivare al numero 70/80 del mondo, ma a ridosso della top 10 onestamente no. È la dimostrazione che i sogni, accompagnati in questo caso dalla sua straordinaria cultura del lavoro, possono diventare realtà. Come quando a 18 anni si allenava lanciando dei mattoni. Questa però, è un’altra storia…”.

TAGGED:
Share This Article