Sinner, Alcaraz, Djokovic e l’importanza dell’insuccesso

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Jannik Sinner - Media-Mode/SplashNews.com/IPA

La sconfitta è un motore. Jannik Sinner e Carlos Alcaraz si alimentano dagli insuccessi, ne traggono linfa vitale. Perdere, per gli sportivi più grandi della storia (del tennis e non), è un momento raro, doloroso ma, proprio per questo, fondamentale. La sconfitta di Sinner al Roland Garros, nel 2025, ha portato alla finale di Wimbledon; e Wimbledon ha creato una strada per Alcaraz verso New York. Le partite perse da Carlitos contro avversari a lui inferiori (ciò che non accade quasi mai a Jannik) sono state assimilate e comprese dal campione spagnolo negli anni, sino ad arrivare all’attuale inesorabile continuità. Sinner, dal canto suo, ha sofferto per le sconfitte in serie del passato con Medvedev, Djokovic, Auger-Aliassime, trasformandole in una (poi) vincente fase di studio (inizialmente rabbioso, poi chirurgicamente lucido).

L’arma di Djokovic

Jannik e Carlos odiano perdere ma non sarebbero, senza le sconfitte, gli attuali dominatori del circuito ATP. E Novak Djokovic non può che essere il loro più grande esempio in vita (tennistica). La maniera in cui Nole ha vinto due dei match più incredibili della sua recente carriera (la finale olimpica contro Alcaraz e la semifinale di Melbourne con Sinner) rappresenta due ‘masterclass’ da studiare, comprendere, ove possibile emulare. Concentrazione impressionante, stato di flow, capacità di gestione delle energie. Djokovic, poi, ha un’arma in più che l’esperienza gli ha porta in dote: prendere un singolo episodio ‘negativo’ e darsi forza. Un po’ come Ibrahimovic che, più volte, ha sottolineato come in trasferta riuscisse a caricarsi e a motivarsi dai fischi del pubblico avversario. Novak, in questo caso specifico, ha portato a suo favore una domanda posta in conferenza stampa che gli ha attivato l’energia (mentale e fisica) di riserva. Quella che, magari, sino a quel momento non sapeva nemmeno di avere.

Sinner e il ritorno veemente

Sinner tornerà presumibilmente più cattivo e carico dopo la sconfitta contro Djokovic all’Australian Open; ancor più che dopo una battuta d’arresto con Alcaraz. Jannik, in campo, non ha altri obiettivi che non siano vincere. Sempre. La reazione ai match persi contro Carlitos è spesso intensa (ma lucida) e potente. La sensazione è che stavolta il ritorno in campo, soprattutto nei grandi eventi, sarà veemente. Jannik non si aspettava di uscire battuto da quella semifinale, si sentiva più forte e in controllo. Aver perso gli darà ancor più voglia di migliorarsi ancora, di crescere, di saper gestire al meglio una lotta di cinque set; vorrà tornare a sfruttare le occasioni, a incutere timore nei ‘pressure points’ e sulle palle break (a favore e contro).

Jannik agonista nato

Jannik è un agonista nato. Vive per la vittoria, che sia su un campo da tennis, sui Kart o a Burraco. Sinner, per questo motivo, ha anche necessità dell’insuccesso. I suoi margini sono ancora notevoli sotto ogni punto di vista: tecnico, tattico, fisico e mentale. Sembra incredibile dirlo di un tennista che a Melbourne arrivava da cinque finali consecutive a livello Slam, che ne ha già conquistate quattro e che di record ne sta accumulando in serie. Ma è così. Gli occhi della tigre stanno per tornare, feriti e quindi ancor più pericolosi (per gli altri).

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