Tra la Penna e la Racchetta

di - 15 Gennaio 2015

David Foster Wallace
(David Foster Wallace)

di Micol Cavuoto Mei

Il legame tra letteratura e tennis è sempre stato intrecciato saldamente. Nella storia recente vi sono stati moltissimi esempi di importanti autori che hanno deciso di inserire il tennis nei loro capolavori. Tutti loro condividevano una profonda e viscerale passione per questo sport, tanto da renderlo parte integrante della loro espressione creativa. Quello che interessa è perciò fare una panoramica sul tennis scritto dai giganti e reso grande letteratura.

E’ impossibile parlare di narrazione e tennis senza menzionare subito Vladimir Nabokov e il suo capolavoro ‘Lolita’. Il protagonista, Humbert, è un ex giocatore di tennis a buoni livelli, ancora grande appassionato. Proprio questo sport funge da legame tra il professore e la giovane Dolores, da ponte comunicativo e creatore di intimità e spesso anche di vera e propria carica sessuale. “Ma tutto ciò non era nulla, assolutamente nulla di fronte all’indescrivibile prurigine d’estasi che suscitava in me il suo modo di giocare a tennis – la sensazione allucinata e stuzzicante di vacillare sull’orlo di un’armonia e un fulgore ultraterreni.” Memorabile è la celebre scena della lezione di tennis che Humbert impartisce a Lolita senza troppi risultati. Così come indimenticabili risultano le descrizioni dei match tra Charlotte, una ragazza più giovane incontrata nel loro viaggio in California e la bella Lolita. Per non parlare dei satireggianti commenti espressi a proposito dei costosi allenamenti eseguiti da Lolita con un ex campione di tennis dell’epoca. Humbert nel romanzo si esprime come colpevole del talento tennistico inespresso da Lolita, molto portata e Lolitadeliziosa nel suo gioco ma bloccata dalle insistenze e la morbosità di lui a proposito. Le pagine del libro sono pervase di citazioni riguardanti il tennis, metafora di una competizione individuale strutturata in un gioco a somma zero. Mors tua vita mea, sul campo e nella verità della loro relazione. Lo stesso Vladimir Nabokov fu un buon giocatore di questo sport, che amò e seguì con interesse per tutta la sua vita. Grazie alle competenze acquisite Vladimir riuscì a lungo a guadagnarsi qualche dollaro extra come coach di tennis, essendo capace in parte di concretizzare nella vita reale la sua adorazione per questa disciplina. Nabokov ha scritto di tennis in molti altri suoi lavori. Sia nei romanzi scritti in russo che nelle poesie giovanili, tra cui ‘Gloria’ e la ‘University poem’, emerge il tema del tennis, prepotente e impetuosa passione dello scrittore fin dai tempi sovietici. Anche in ‘Cose trasparenti’, romanzo del 1976, già parte della sua vita statunitense, come in ‘L’originale di Laura’, pubblicato postumo solo nel 2009, vi è un costante rimando al mondo del tennis. Proprio in ‘Cose trasparenti’ prende forma una stupenda e lunga narrazione di uno dei personaggi, Witt. “Non solo giocava discretamente a tennis, con una certa facile eleganza (acquisita anni addietro da un brillante cugino che era istruttore di tennis nel collegio della Nuova Inghilterra di cui il padre di Hugh era allora preside), ma aveva inventato un colpo che né Guy, né il cognato di Guy, professionista ancora più bravo, erano capaci di eseguire o ribattere”.

Tra i grandi autori del ‘900 italiano, colui che ha inserito il tennis nella sua produzione letteraria in modo più delicato e contestuale alla storia che ha scelto di narrare è certamente Giorgio Bassani. Nel capolavoro ‘Il giardino dei Finzi Contini’ racconta di una famiglia ebrea benestante di Ferrara durante il periodo del Fascismo. Il tennis è prepotentemente al centro di questo romanzo, visto come unica possibile consolazione e distrazione per i giovani Finzi Contini. Quando vengono emanate le leggi razziali nel 1938 il protagonista del libro viene cacciato dal suo circolo di tennis e viene dunque accolto a giocare dai Finzi Contini. L’unico passatempo che hanno a disposizione i ragazzi è giocare a tennis e farsi lunghe chiacchierate passeggiando per il giardino. “Fummo veramente molto fortunati con la stagione. Per dieci o dodici giorni il tempo si mantenne perfetto, fermo in quella specie di magica sospensione, di immobilità dolcemente vitrea e luminosa che è particolare di certi nostri autunni. Faceva caldo, nel giardino: quasi come se si fosse d’estate. Chi ne aveva voglia, poteva tirare avanti a giocare a tennis fino alle cinque e mezzo e oltre, senza timore che l’umidità della sera danneggiasse le corde delle Il Giardino dei Finzi Continiracchette. A quell’ora, naturalmente, sul campo non ci si vedeva quasi più. Però quell’ultima luce invitava a continuare, a insistere in palleggi non importa se ormai quasi ciechi.” Il campo a loro disposizione era stretto e mal tenuto, così come i turni per giocare erano serratissimi, avendo come fruitori i maggiori borghesi ebrei ferraresi, tutti esiliati e impossibilitati a giocare da nessun’altra parte. In queste interminabili attese stancanti, il protagonista e Micol, la Finzi Contini di cui lui sarà sempre innamorato, vagano per il giardino in tenuta da tennis, cercando di ammazzare il tempo discorrendo del più e del meno. Il protagonista continua a pensare a lei e a immaginarla intenta a giocare. “Sognavo per esempio di trovarmi, proprio come il primissimo giorno che avevo messo piede nel giardino, a guardarla mentre gioca a tennis con Alberto. Tornavo a dirmi che era splendida, che mi piaceva così sudata e rossa, con quella ruga d’impegno che le divideva verticalmente la fronte, tutta tesa come era nello sforzo di sconfiggere il sorridente, un pò fiacco e annoiato fratello maggiore. Della bambina di dieci anni prima, che cosa era rimasto in questa Micol di ventidue anni in shorts e maglietta di cotone, con l’aria così libera, sportiva, moderna, da far pensare che gli ultimi anni li avesse passati esclusivamente in giro per le mecche del tennis internazionale.” Proprio il tennis risulta in questo romanzo essere non solo l’unica forma di distrazione e socialità possibile ma anche il mezzo attraverso il quale il protagonista ama Micol, la conosce e la sfida a rivelarsi per ciò che veramente è. Come in Nabokov anche in Bassani è evidente la componente intima e sensuale legata al gesto atletico compiuto dall’oggetto del desiderio. Una seduzione sottile e sospesa, difficilissima da tradurre in parole che restituiscano il reale significato. I sentimenti e le emozioni vengono vissute da Micol Finzi Contini in questa stessa dimensione competitiva ed escludente “l’amore – così, almeno, se lo immaginava lei – era roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda: uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce del tennis!, da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d’animo e onestà di propositi.” E’ così che il protagonista si arrenderà al destino che purtroppo riserverà amarezza e fallimento per tutti con l’arrivo della Seconda Guerra Mondiale e i deportamenti nei campi di concentramento nazisti in Germania.

Lo scrittore che senza alcun dubbio ha messo al centro della sua arte il tennis più di ogni altri è David Foster Wallace. Anch’esso come Nabokov era stato in gioventù un discreto tennista, avendo vissuto questo sport con un’immedesimazione emotiva e psicologica assoluta. Da giovane giocatore di ranking regionale, Foster Wallace si è creato poi una carriera del tutto intellettuale. Scrittore ed insegnante di lingua inglese, è stato definito dal New York Times ‘la mente più brillante della sua generazione’. Tracce evidenti di tennis vengono rintracciate in quasi tutti i suoi maggiori lavori, da ‘Il tennis come esperienza religiosa’ a ‘Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più)’. In quest’ultimo, raccolta di short stories, Foster Wallace in un racconto narra la sua esperienza personale da tennista professionista mentre in un altro commenta il Canadian Open del 1995, con particolare interesse al giocatore statunitense Micheal Joyce. Ne ‘Il tennis come esperienza religiosa’ Foster Wallace prosegue di questa china, proponendo prima un’analisi sui meccanismi commerciali organizzativi dello US Open 1995, presentando poi una vera e propria esegesi di Roger Federer, in ‘Federer come esperienza religiosa’. Questo breve saggio già pubblicato sul New York Times è forse la forma più compiuta di celebrazione sportiva di un campione talmente vincente da traslare dal campo degli esseri umani a quello delle divinità, delle icone della cultura contemporanea. L’opera più importante di Foster Wallace rimane senza dubbio ‘Infinite Jest’. Proprio in questo capolavoro complesso e lunghissimo, il tennis viene messo al centro della vicenda. Foster Wallace crea come un ponte tra il suo sport d’elezione e la sua idea di cosa significhi scrivere. “Schtitt sapeva che il vero tennis non era fatto da quella misturs di ordine statistico e potenziale espansivo che veneravano i tecnici del gioco, ma ne era anzi l’opposto, non- ordine, limite, i punti in cui le cose andavano in pezzi e si frammentavano nella bellezza pura.” Ecco che cos’è il tennis per Wallace, frammentazione e bellezza pura, infinità di possibili colpi e risposte, calcolo e assolutezza del gesto estetico, immaginazione di se stessi e dell’avversario. Lo scrittore trova dunque corrispondenza tra la sua evoluzione creativa come autore e la sua più grande passione sportiva. Sempre in ‘Infinite Jest’ Foster Wallace ci regala periodi di autentica poesia quando ci descrive la grande intuizione del suo personaggio Schtitt. “Il vero avversario, la frontiera che include, è il giocatore stesso. C’è sempre e solo l’io là fuori, sul campo, da incontrare, combattere, costringere a venire a patti. Il ragazzo dall’altro lato della rete: lui non è il nemico, è più il partner di una danza. Lui è il pretesto o l’occasione per incontrare l’io. E tu sei la sua occasione. Le infinite radici della bellezza del tennis sono autocompetitive. Si compete con i propri limiti per trascendere l’io in immaginazione ed esecuzione. Scompari dentro il gioco: fai breccia nei tuoi limiti: trascendi, migliora, vinci.” Ed è proprio questa impossibilità di trascendere i limiti che rendono lo stesso gioco possibile che traduce la tragicità e la solitudine non solo del giocatore di tennis ma dell’essere umano tout court. Perciò l’unica cosa che può fare il tennista o l’artista è sciogliersi e perdersi dentro l’azione, sconfiggere l’ego e fondersi nella trasfigurazione fuori da sè, (sebbene molti match avvengano più nella testa dei giocatori che fuori).

Un altro tema caro a David attraverso la sua produzione letteraria è stato l’incomunicabilità concreta di ciò che davvero significa il tennis. E’ possibile riportare analisi tecniche, score, statistiche, ranking ma è davvero irraggiungibile il traguardo di poter raccontare davvero del tennis. Per Wallace è una forma di mutismo magico e rispettoso quello che anima la maggioranza di tennisti e lascia noi tutti spettatori ancora più silenti, incapaci di verbalizzare una metafisica corporea di bellezza e forza primordiale. Il tennis per David Foster Wallace è sacrificio e ripetizione quasi maniacale. Nella bizzarra accademia di tennis presentata in ‘Infinite jest’ viene costantemente rimarcata l’importanza di “accumulare attraverso gesti ripetuti senza intervento della mente” attraverso gli incitamenti del tutor Schtitt.

Come non trovare un evidente richiamo in ‘Open’, probabilmente la migliore autobiografia che un tennista abbia mai pubblicato. Agassi ha fatto una cantilena del suo mantra ‘odio il tennis ma non posso fare null’altro’, così come la sua futura moglie Steffi Graf gli ha nel testo più volte suggerito di liberare la sua mente e smettere di pensare, sentendo semplicemente i colpi e ripetendoli fino alla perfezione. Come monaci che con pazienza e gran fatica disegnano stupendi Mandala di granelli di sabbia colorata, destinati poi ad essere spazzati via subito dopo il completamento del disegno intero.

Pare in conclusione che vi sia stato sempre posto nella grande letteratura per il tennis. Attraverso l’analisi del lavoro di tre grandi autori della letteratura contemporanea è emerso come la passione per questo sport abbia funto in gran parte da ispirazione creativa per questi scrittori. Il tennis fu per loro soprattutto filosofia di vita e servì loro non solo per esprimere la propria artisticità ma per trovare quelle giustificazioni essenziali che necessitano all’umano per vivere serenamente la sua esistenza terrena. Essi sono stati capaci di guardare oltre ai meri numeri e colpi tecnici, cogliendo il senso più profondo del nobile sport che è il tennis. Ne hanno saputo cogliere la crudezza e la grazia, la forza e l’abnegazione, il solipsismo e la solitudine. Hanno convertito quelle emozioni puramente pragmatiche e viscerali in pura poesia. Che si può desiderare di più, da grandi appassionati di questo sport?

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