Thomas Enqvist e quel magico 1999

di - 13 Marzo 2015

Thomas Enqvist

di Alessandro Mastroluca

È la storia di una stella annunciata. Una stella che non hai mai brillato tanto come nel 1999: il Millenniem Bug che venne dal freddo.

enqvist giovaneThomas Enqvist è uno di quei personaggi che starebbe bene nei romanzi di Mankell, nei gialli dell’ispettore Wallander. “Bel giovanotto di Stoccolma alto un metro e novanta, visuccio dal nasino a patata e zigomi alti, forse per distrazione di una nonna che vide il sole di mezzanotte in Lapponia” lo descriveva Gianni Clerici su Repubblica. “Tipo capace non solo di colpire la palla ma di farle male con sferzate crudeli, e insieme non meno sicure di un Bjorn Borg, che, quanto a violenza, appare ormai un antenato. (…) E allora? Dopo tutte queste belle informazioni, cos’ è che non va? Il modo, amici. La quasi completa assenza di creatività, di riflessione, direi di umanità, se nel giovanotto non ci fosse anche qualche candore”. Ha sempre giocato con i più grandi, già da quando ha preso una racchetta in mano nel club vicino casa della bisnonna per seguire il fratello maggiore Torbjörn, che poi andrà in Usa alla South Methodist University, nel Texas, e lascerà il tennis. A 11 anni vince la “Donald Duck Cup”, riservata agli under 12. A 14 è campione europeo dopo aver battuto Medvedev in semifinale e Kucera in finale. Cino Marchese ne predice un futuro da star e l’IMG lo mette sotto contratto subito. Da junior, perde da Gaudenzi la finale del Roland Garros 1990, ma alla Francia resterà legato, la moglie Carine infatti è di Aix-en-Provence. L’anno successivo vince Australian Open e Wimbledon. Alla prima stagione da pro, entra nel team sponsorizzato da una società che produce vernici, la Beckers, con Magnus Larsson e Nicklas Kulti. Nel ’92, l’anno del suo primo titolo da pro, a Bolzano, la federazione gli consente di lavorare, con uno sponsor, con Joakim Nyström. Poi lo sponsor lascia, e Enqvist continua a pagare Nystrom per rimanere. E i risultati si vedono.

 C’è qualcosa di speciale nell’anno che porta alla fine del millennio. Enqvist conquista il titolo a Adelaide e all’Australian Open batte Pat Rafter al terzo turno: non ha mai vinto così tante partite di fila a inizio stagione. Numero 21 del mondo allora, non testa di serie, costretto l’anno prima a giocare solo 17 tornei per un infortunio al piede, agli ottavi cancella la principale speranza Aussie rimasta in tabellone, Mark Philippoussis. Lo svedese vince i primi due set e fino al 5-4 gioca la partita perfetta, si fa breakare però alla prima occasione e portare al quinto, poi chiude 62. E non finisce di stupire. “Sento che potrei battere chiunque” commenta dopo la facile vittoria su Mark Rosset che gli vale la prima semifinale Slam in carriera. “C’è solo un giocatore che potrebber fermare Enqvist”, predice Scud, “Andre Agassi”, che però perde da Spadea.

 La semifinale su Lapentti è quasi altrettanto facile: Enqvist è in finale. E sarà déjà-vu con Yevgeny Kafelnikov. L’ha già affrontato a Bercy nel 1996, nella prima grande finale della carriera, nella settimana del passaggio di consegne in cui ha sconfitto Edberg nell’ultimo “tango” a Parigi. Una finale quasi senza storia, che Enqvist ha dominato con 20 ace e chiuso con un game perfetto. Ha tolto al Principe il gusto della doppietta Roland Garros-Bercy e lanciato la doppietta che lo porterà la settimana dopo ad alzare a Stoccolma il decimo trofeo ATP. Kafelnikov l’ha affrontato e battuto anche undici mesi prima, a Marsiglia, dove ha confermato il titolo del ’97 e dove vincerà il suo ultimo torneo, nel 2002. Per un set la storia sembra doversi ripetere ancora. Ma il russo, allenato in quel periodo da Larry Stefanki e con una figlia di pochi mesi, ha una maturità diversa, gira la partita e chiude 46 6-0 6-3 76. L’emozione frena lo svedese, lo induce a 62 gratuiti e al doppio fallo sul match point, ma non a bloccare l’ascesa in una stagione che resterà comunque memorabile.

Vince 17 delle prime 22 partite in stagione, arriva in finale a Dusseldorf, alla World Team Champions, sulla terra rossa: batte Moya, Haas e Henman, ma perde da Rafter. La sua è una carriera segnata da luoghi e da avversari del destino, punti fermi che ritornano e disegnano la geografia della lunga e ventosa strada verso la porta del successo. C’è l’Australia, la terra dell’exploit Slam e dell’ultima vittoria in Davis, al Memorial Drive di Adelaide nel 2004, batte ancora Philippoussis nel singolare d’apertura e poi Arthurs, ma a vittoria acquisita. C’è la Francia della Porte d’Auteuil e di Bercy, la nazionale che arriva a Malmoe per la finale di Davis del 1996. Enqvist fa 2 su 2 in singolare, il 97 al quinto su Pioline in rimonta da sotto due set a zero, fa storia, ma non basta ad alzare l’insalatiera. E c’è la Germania, soprattutto in quel 1999 di presagi, di conclusioni e nuovi inizi. A Stoccarda non lo ferma nessuno. Batte, di fila, Kuerten (n.5), Rios (n.9), Agassi (n.1 del mondo) e in finale Krajicek (n.8 e campione in carica), e vince il secondo Masters Series in carriera. È in flow, e la settimana dopo trionfa anche a casa, a Stoccolma. Fanno 12 vittorie su 13 partite prima del Masters, che si gioca sempre in Germania, a Hannover, e lascerà dopo due sconfitte nel round robin. Ma con due consolazioni: è il settimo per numero di ace in stagione, 586, e chiude da numero 4 del mondo, la sua miglior classifica di sempre.

Di soddisfazioni se ne prenderà ancora, vincerà un altro Masters Series, a Cincinnati nel 2000, e batterà Federer in finale a Basilea. Porta a casa almeno un titolo per sei anni di fila, dal 1995, è rimasto capitano di Coppa Davis dal 2000 al 2012. Ha continuato a seguire sport, non solo ilm tennis, come faceva da piccolo. Si appassiona ancora di hockey su ghiaccio e nei mesi in Australia ha scoperto il cricket, e conosce Sachin Tendulkar, leggenda che invece Maria Sharapova ignorava prima di aver involontariamente scatenato la reazione dei suoi tifosi su Twitter.

“Ogni epoca” ha raccontato in un’intervista qualche tempo fa, “ha i suoi eroi. Mi piace vedere i vecchi video delle finali tra Borg e McEnroe e mi piace guardare Nadal e Djokovic, che sono straordinari, anche se giocano più da fondo rispetto a Becker o a Sampras. Allora, quando giocavo, c’era più varietà, non sapevi mai cosa sarebbe successo”.

Il tennis rimane, dunque, al centro del suo mondo. Anche se dopo la sua generazione la Svezia è ormai sparita dalla geografia del tennis, almeno in campo. Perché fuori la sua generazione la sta cambiando, la storia. C’è tanto merito di Magnus Norman nel primo Slam in carriera di Stan Wawrinka, e c’è molto di Stefan Edberg nel nuovo Federer che è tornato in finale a Wimbledon e ha finalmente alzato la Davis che gli mancava. Il giovanotto di Stoccolma col naso all’insù ha provato a ripetersi, ha seguito Verdasco ma senza grandi risultati. Conserva ricordi, tanti, e nemmeno un rimpianto. O forse uno solo. “Mi manca la sensazione che provavo prima di entrare in campo, quel pizzico di nervosismo, quella stretta alla bocca dello stomaco quando sentivo il pubblico pronto là fuori. Non mi manca la competizione, mi manca sentire l’adrenalina che dà la competizione, e credo che mi mancherà per sempre”.

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