Spagna: I (tanti) Pro e I (pochi) Contro

di - 6 Ottobre 2011


(Amerigo Contini)

di Alessandro Nizegorodcew

Nel mese di marzo avevamo intervistato una prima volta il giovane Amerigo Contini, classe 1993 e 1 punto Atp all’attivo (Clicca QUI per leggere l’intervista-profilo), che si era appena trasferito a Valencia, alla corte di Josè Altur. Dopo un anno di metodo spagnolo, analizziamo insieme ad Amerigo come stanno andando le cose…

Come giudichi il tuo 2011?
“Credo sia stato un anno molto importante per me, sia per quanto riguarda la mia crescita tennistica ma ancor di più a livello personale. Mi sono potuto confrontare, in allenamento, con giocatori del calibro di Ferrer, Andreev, Gabashvili e Safin, assaggiando anche quello che è il primo step del tennis professionistico, ovvero i 10.000$.”

Hai giocato moltissime qualificazioni, spesso a 4 turni, dei futures spagnoli e portoghesi. A volte ti sei qualificato, ma sei arrivato stremato al primo turno di main draw. Quanto è difficile e frustrante non riuscire a raggiungere subito i risultati agognati?
“Ad inizio 2011, insieme al mio coach Josè Altur e ai miei compagni di accademia Taro Daniel e Ricardo Rodriguez, abbiamo deciso la programmazione dei tornei, scegliendo di partecipare solamente a manifestazioni in Spagna, Portogallo e Italia, evitando i 10.000$ “facili” in giro per il mondo. Tornando indietro forse avrei preferito giocare qualche torneo meno complicato per costruirmi un ranking migliore, ma non me ne preoccupa più di tanto. Il mio obiettivo di quest’anno era di fare più esperienza possibile per rendermi conto di che cosa è il vero tennis. Certamente il fatto di non riuscire spesso a passare le “quali” o di avere main draw davvero duri non aiuta a livello di fiducia, però la nostra filosofia è chiara sin dall’inizio: più problemi riusciremo a superare, più semplici saranno le cose in futuro.”

I pro e i contro della Spagna?
“Ormai è praticamente un anno che sono qui in Spagna. In questo momento mi trovo in Italia per affrontare l’ultimo anni di superiori, poiché la scuola è sempre stata la mia seconda priorità. Le differenze con l’Italia sono soprattutto in termini di qualità e quantità del lavoro, oltre alla possibilità di essere affiancati da persone che navigano nel circuito maggiore da anni e da ex o attuali top-10. Lo stare lontano da casa comporta sempre molti sacrifici e mi ha portato a vivere anche qualche momento buio, ma tutto aiuta a crescere!”

Quanti ti segue il tuo coach? E come affronti le trasferte in cui sei solo, senza allenatore?
“Il capo-coach, Josè Altur (top-100 ad inizio anni ’90; ndr) ci ha seguito nei tornei che avevamo programmato all’inizio dell’anno. Ho disputato 24 tornei con Altur e 6-7 da solo, ma mi sono sempre comportato come se lui fosse stato presente.”

In cosa pensi di essere maggiormente migliorato? E su cosa lavorerai durante la preparazione invernale?
“Ho migliorato molto l’attitudine al lavoro, l’affrontare i problemi con determinazione e senza dubbio la mia visuale di gioco. Durante la prossima preparazione penso di dover insistere sui dettagli su cui ho lavorato anche quest’anno; sono processi lunghi da assimilare.”

Torniamo, in conclusione, a pro e contro. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi della vita del circuito, soprattutto per un giovanissimo come te?
“Partiamo dai pro: fare ciò che ti piace e ami, viaggiare, vedere posti nuovi e conoscere persone diverse. I contro? Stare lontano dalle persone care, dagli amici e dalla quotidianità tipica italiana. Quando ho deciso di rimanere per un anno in Spagna l’ho fatto per fare un’esperienza di vita e per poter capire cosa vuol dire essere giocatori di tennis. Non pensavo, almeno all’inizio, alla classifica o ai risultati. E’ stato un anno molto positivo, che mi ha aperto gli occhi su un mondo che in Italia è impossibile da apprezzare. Mi riferisco alla quantità di giovanissimi ragazzi che ha iniziato con le qualificazioni dei primi mesi dell’anno in Spagna e adesso sono nei primi 300-400. E’ un’esperienza che consiglio a chiunque abbia la possibilità e la voglia di lavorare in modo diverso.”

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