Giulia Pairone: “La mia nuova vita in Arkansas”


Giulia Pairone è stata una delle migliori junior italiane, ha disputato tutte e quattro le prove del Grande Slam Junior, ha iniziato positivamente la carriera pro, entrando in top 700 WTA a 17 anni ma, quando sembrava avviata verso una carriera importante, sono iniziati i primi acciacchi fisici, che in realtà nascondevano un problema di salute molto grave, alla tiroide, che l’hanno tenuta lontana dai campi da tennis per un anno.
Giulia ha ripreso, quasi da zero, con lo storico maestro Stefano Dolce e piano piano ha ricominciato nel 2015 ad allenarsi e disputare tornei, ma non sono scomparsi del tutto i problemi fisici e psicologici che l’hanno attanagliata per tutto il 2014, così ha anche pensato di abbandonare il tennis. In seguito è arrivata, all’improvviso, la proposta di andare a studiare negli Usa, con la possibilità di praticare college-tennis e per lei è iniziata una nuova vita.
Ora è in Italia per incontrare la sua famiglia e i suoi cari e per provare a cimentarsi in qualche torneo europeo e, finora, l’ha fatto con risultati molto lusinghieri. La incontriamo, sorridente e serena, per farci raccontare la sua esperienza in Arkansas.
Giulia, ricordiamo brevemente le tue vicissitudini che ti hanno portata all’idea di poter abbandonare il tennis…
“Tutto il 2014 sono stata ferma per curare una grave disfunzione tiroidea, che mi provocava stanchezza e impossibilità a stare in campo. Poi ho ripreso ad allenarmi e a giocare dal gennaio 2015. Ho fatto moltissima fatica, ma sono andata avanti tutto l’anno a lavorare con Stefano Dolce, il mio coach storico. Lavoravamo bene e con intensità, ma dentro di me sentivo che qualcosa non andava. A gennaio 2016 ho partecipato a tre tornei a Guadalupe e Martinica e mi è accaduto un fatto che mi ha fatto riflettere sulla mia vita prima ancora che sulla mia carriera: improvvisamente mentre giocavo una partita mi è venuto un attacco di panico ed ho capito che non potevo andare avanti in quel modo. Ho deciso di fermarmi e prima di tutto curarmi, soprattutto, in quel periodo, dal punto di vista psicologico, visto che soffrivo anche di disturbi alimentari. Con Stefano Dolce abbiamo deciso quindi di interrompere la collaborazione e in quel momento non sapevo assolutamente se e quando avrei continuato a giocare a tennis. Volevo solo stare bene.”
Poi sono iniziate ad arrivare le prime proposte dagli Stati Uniti…
“Da giocatrice ogni tanto ricevevo delle proposte o comunque dei depliant informativi sui college americani, ma non le avevo mai minimamente considerate. Ho iniziato un percorso di psicoterapia, ho deciso di riprendere a studiare e, parlando con Claudio Pistolesi, mi è iniziata a balenare nella mente l’idea di associare studio e tennis andando in un college. Sono andata in Florida da Claudio e mi ha accompagnata a vedere alcune università e mi sono piaciute subito tantissimo, per l’organizzazione, per lo spazio che dedicano a chi fa sport, per tanti motivi. A quel punto dovevo scegliere quale borsa di studio accettare e la scelta è caduta sull’Arkansas. Ad oggi sono pienamente soddisfatta, sia dal punto di vista universitario che sportivo”.

C’è un motivo particolare che ti ha spinto ad andare in Arkansas piuttosto che in altri college, magari più rinomati?
“Nel colloquio che ho fatto, l’allenatore della squadra di tennis, Michael Hegarty, ha dimostrato di prendersi a cuore tantissimo prima di tutto la mia salute e mi ha spiegato come intendono conciliare studio, tennis, salute e qualità della vita e questo è stato determinante nella mia scelta. Anche a posteriori posso dire che lavorare con Michael Hegarty e con il suo collaboratore Luc Godin è un impegno a 360 gradi che va ben oltre il tennis o il miglioramento della tecnica”.
Raccontaci la vita del college. Come conciliate studio e sport?
“La prima metà della giornata si passa a seguire le lezioni e l’altra metà viene dedicata allo sport, sia alla parte atletica a cui partecipano sportivi di tutte le discipline sia, nel mio caso, agli allenamenti specifici di tennis. Poi la sera di solito dobbiamo studiare. E’ molto impegnativo, ma organizzato molto bene e tutti fanno del loro meglio per farci sentire a casa e metterci a nostro agio”.
Poi nel week end fate le partite del campionato universitario, esatto?
“Sì, da gennaio a maggio tutti i fine settimana giriamo gli Stati Uniti per disputare le partite del campionato universitario. Si inizia con tre doppi con una formula un po’ particolare. Si gioca un solo set e i game sono senza vantaggi. Chi vince almeno due doppi, si aggiudica il punto. Poi a seguire immediatamente ci sono sei singolari e per vincere bisogna aggiudicarsene quattro. Insomma sono partite molto intense e tirate. E’ molto dura, ma anche tanto divertente, si fanno nuove amicizie, si conoscono ragazze di ogni nazionalità, un’esperienza di vita che consiglierei a tutte le tenniste”.
Negli Usa c’è una cultura più orientata allo sport rispetto alla nostra, concordi?
Negli Usa ci sono un’organizzazione e una cultura sportiva assolutamente perfette, molto lontane dai nostri canoni. Lo sport si integra perfettamente con l’università e si riesce benissimo a studiare, a laurearsi e anche a migliorare il proprio sport; qua da noi è molto più difficile già dalle scuole superiori. Io ho fatto una scuola pubblica, ma con tanta tanta fatica pur avendo insegnanti che comprendevano bene le mie difficoltà per allenarmi e giocare. La maggior parte dei tennisti che conosco è dovuto ricorrere a scuole private, fra l’altro pagando tantissimo e questo è un peccato. Negli Usa se hai talento o anche semplicemente se ci metti molto impegno, hai le borse di studio che coprono tutte le spese. L’altro vantaggio di essermi trasferita negli Usa è che non devo più gravare economicamente sui miei genitori per sostenere le spese legate al tennis”.

Dal punto di vista tecnico, è diversa la preparazione che fai negli Usa rispetto a quello che facevi in Italia?
“Intanto è differente la superficie in cui ci si allena. Negli Stati Uniti i campi sono praticamente tutti in cemento, mentre da noi sono quasi tutti in terra rossa, quindi si lavora meglio per preparare scambi più rapidi e colpi al volo. Si lavora di più sui primi colpi, servizio e risposta, che spesso bastano per chiudere lo scambio”.
Ora sei tornata in Italia a rivedere la tua famiglia, a riposarti, ma intanto hai giocato due tornei facendo bella figura. Partiamo dal primo, il WTA 125K di Bol in Croazia, dove hai ottenuto una wild card per le quali e hai perso con la svizzera Xenia Knoll. Raccontaci questa esperienza.
“Sono tornata per rivedere la mia famiglia, ma anche per giocare e continuare a confrontarmi anche con il tennis europeo. Il torneo WTA di Bol è stata una sorpresa. Sono andata con Claudio Pistolesi, che era stato invitato dall’organizzazione, solo per allenarmi e comunque guardare altre tenniste giocare. C’è stata qualche defezione e mi hanno proposto la wild card che ho accettato con grande piacere. Non ero chiaramente pronta, perché ero arrivata tre giorni prima dagli Stati Uniti e non giocavo sulla terra praticamente da un anno, ma ho fatto una discreta partita, potevo anche vincerla. Ho partecipato anche al doppio con una compagna occasionale e abbiamo giocato molto bene arrivando fino ai quarti”.
Poi c’è stato il torneo di Maribor. Hai vinto quattro partite prima di perdere da Kaja Juvan, una tennista giovane in grande ascesa e hai vinto il torneo di doppio. Raccontaci come ti sei vista in Slovenia
“Il torneo di Maribor mi ha dato grandi soddisfazioni, sia per il risultato che per il gioco espresso. Ho vinto bene le tre partite delle qualificazioni e al primo turno contro la serba Curovic e poi c’è stata la grande battaglia con Kaja Juvan, che è una giocatrice giovanissima che vale molto di più della sua attuale classifica. Il primo set è stato lottatissimo, tutti punti molto tirati, tanto che è durato un’ora e venti minuti, peccato averlo perso al tie break. Poi ho alzato il ritmo e sono riuscita a impormi per 6-2 nel secondo set, mentre al terzo sono crollata fisicamente perché ero alla quinta partita consecutiva e c’era caldissimo, però ho giocato veramente bene e sono molto soddisfatta. Ho giocato anche il doppio che ho vinto assieme alla mia compagna di college Mia Jurasic”.
Parliamo del doppio. Sei migliorata molto in questa disciplina. Il merito è del college?
“Sicuramente sì. Come dicevamo prima il punto del doppio è molto importante nel campionato universitario e quindi ci alleniamo sempre e tantissimo in questa disciplina. Ho imparato diversi automatismi che prima sicuramente non erano nelle mie corde. Prima spesso non prendevo nemmeno in considerazione il fatto di giocarlo, ora invece mi piace e credo sia molto utile anche per migliorare in singolare”.
Programmi futuri? Farai qualche altro torneo prima di tornare in America?
“Sì, adesso mi riposo un attimo e devo anche fare qualche visita di controllo per la tiroide, ma a luglio farò sicuramente qualche altro torneo in Europa, poi a fine agosto torno negli Stati Uniti perché ricominciano le lezioni all’università e subito dopo il campionato di college-tennis”.

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