La difesa di Bracciali: “Sono innocente e lo proverò”

di - 10 Giugno 2015

starace bracciali

di Alessandro Mastroluca

Non sarà un sabato qualunque per Daniele Bracciali. Il 13 giugno, infatti, gli avvocati dell’aretino sosterranno la sua innocenza in udienza davanti al tribunale della FIT dopo la sospensione per il suo coinvolgimento nell’indagine sulle partite truccate del gip di Cremona, Salvini. “Sono abbastanza fiducioso” ci spiega l’azzurro, che ha organizzato una conferenza stampa per illustrare le ragioni della sua innocenza, “non sono come mi si dipinge e credo che i giudici alla fine lo capiranno. Sono del tutto estraneo al fatto contestato”.

Bracciali entra nell’indagine per le conversazione registrate via Skype attraverso il suo account, “braccio78” e acquisite dalla Procura, con Manlio Bruni, commercialista di Beppe Signori, finito agli arresti domiciliari nel 2011 per il suo ruolo di intermediario e pianificatore del giro di scommesse illecite del gruppo dei bolognesi, tra cui Erodiani, Bellavista e lo stesso Signori. “Conoscevo solo Bruni” ci spiega Bracciali, che a lui si era rivolto per farsi aiutare a trovare un accordo con il Geovillage di Olbia, circolo per cui allora giocava, che gli doveva 150 mila euro, “ma non sapevo che fosse coinvolto in quei giri col calcio, con Erodiani, con gli zingari”.

“Il mio nome” aggiunge Bracciali, che abbiamo raggiunto telefonicamente al termine della conferenza stampa, “è stato fatto fondamentalmente solo da Bruni, gli altri giocatori hanno smentito tutti che io abbia mai fatto da intermediario per truccare le partite”.

Per il giudice, però, le dichiarazioni di Bruni, si legge nella richiesta di provvedimento cautelare, “oltre che attendibili -dal momento che non si vede quale interesse potesse avere l’indagato a riferire circostanze non veritiere” risultano confermate “dal tenore della chat intrattenuta con Bracciali” e dall’estratto di una mail “tratta dal dispositivo Blsckberry del Bruni”, che però Braccio sostiene di non aver mai ricevuto.

È proprio su questi due elementi, sulle modalità di acquisizione di questi peculiari elementi di prova che si concentra la perizia di parte di Umberto Rapetto, generale della Guardia di Finanza in congedo e già comandante del GAT Nucleo Speciale Frodi Telematiche, la cui presenza è stata però esclusa nell’udienza di sabato 13.

Nella perizia informatica sul traffico Skype, eseguita dal consulente Cesare Marini e trasmessa dal GIP Salvini, vengono riportati i testi delle conversazioni, anche quelle cancellate e recuperate da uno specifico software, dell’account di Bruni. Ma, sottolinea Repetto, nella presentazione di questi elementi di prova mancano alcuni dettagli essenziali. Senza scendere in tecnicismi, il perito di parte evidenzia soprattutto l’assenza dell’indirizzo IP degli utenti, un dato che compare tra i dati delle conversazioni salvate di Skype e consente anche di individuare un terminale specifico in caso di connessioni multiple a una rete condivisa, come può accadere all’interno di un ufficio. Repetto rimarca, inoltre, che nella presentazione dei messaggi che fanno parte delle conversazioni cancellate da Bruni, non ci sia alcun riferimento né al mittente né al destinatario, circostanza indispensabile per l’attribuzione delle responsabilità specifiche in relazione alle frasi recuperate. Ma soprattutto, lamenta come non ci sia mai stato uno speculare esame del computer e degli altri dispositivi di Bracciali, per verificare da una parte che a scambiare i messaggi non fosse eventualmente un soggetto terzo con l’account del tennista e dall’altra per ricavare magari ulteriori messaggi utili all’indagine.

Rapetto, come logicamente ci si può aspettare nell’ambito di una perizia di parte che come tale ha l’obiettivo di sostenere e supportare la tesi difensiva, si preoccupa anche di smontare il secondo elemento di prova, l’email che Bruni avrebbe spedito il 5 maggio 2011 alle 9,45 di cui, sostiene il perito, esiste traccia solo nei frammenti recuperati dal software. La mail, in base all’analisi del frammento, sarebbe stata inviata attraverso un Black Berry. In questi casi, ogni messaggio acquisisce uno specifico ID, che lo identifica in maniera univoca e permette di risalire sia allo specifico mittente che alla casella email del destinatario. Eppure, ha sottolineato Rapetto, nonostante il software sia riuscito a risalire all’ID del messaggio, non sono state effettuate ulteriori analisi per risalire, attraverso questa sorta di “ricevuta digitale”, all’effettivo mittente, all’ora di invio e anche al testo originale del messaggio, oltre alle eventuali ragioni tecniche che possono aver portato alla mancata ricezione che Bracciali sostiene.

Ci tiene, comunque, Braccio a sottolineare un ulteriore particolare, come ci spiega nell’intervista. “Alla fine quello che mi viene contestato è l’aver fatto da tramite. Però sono usciti articoli che mi hanno dipinto come uno che si vende le partite, hanno fatto riferimento al torneo di Casablanca del 2011, hanno scritto che Starace si sarebbe venduto la finale e io avrei incassato 300 mila euro. Ma Casablanca non è nemmeno nominato nell’atto di accusa. Hanno anche raccontato la festa per il mio trentesimo compleanno come se fosse una riunione di mafiosi, ma l’ho festeggiato in un locale pubblico con gli amici e non era presente nessuna delle persone che poi saranno coinvolte nella storia delle scommesse”.

Questa storia, spiega, “mi ha fatto capire chi sono i miei amici veri” e non ha cambiato né intaccato il rapporto con gli altri tennisti azzurri. “Ne ho rivisti molti in Australia, e continuo a non avere problemi con loro”.

Comunque andrà a finire l’udienza di sabato, anche se dovesse scontare una squalifica, “Braccio” vede il suo futuro nel mondo del tennis. “In fondo, è quello che ho sempre fatto. Ho cercato di rappresentare al meglio l’Italia, ho dato priorità alla bandiera rispetto ai tornei individuali, mi sono rotto uno spalla nello spareggio di Coppa Davis in Israele quando ero numero 60 del mondo e avrei magari avuto davanti almeno un paio di stagioni. Ma tutte le mie scelte sono sempre andate in un’unica direzione. Quando tutto sarà finito, non abbandonerò questo mondo. Potrei aprire una scuola, potrei seguire qualche giovane o fare da coach a un giocatore più affermato, ancora non lo so, ma posso e voglio restare nel mondo del tennis”.

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