Henri Laaksonen: “La Coppa Davis mi ha dato fiducia”

di - 3 Aprile 2015

Henri Laaksonen

di Gianfilippo Maiga

Henri Laaksonen ha rischiato di essere uno dei più incredibili e inattesi “Eroi-Davis” del 2015. Schierato titolare da Severin Luthi contro il Belgio, il ventitreenne elvetico ha battuto prima Bemelmans e poi Darcis, entrambi in cinque set, regalando alla Svizzera un sogno infrantosi con la sconfitta di Adrien Bossel contro il numero 1 belga David Goffin nel quinto e deciviso incontro. La trasferta elvetica a Liegi non ha portato con sè solamente una sconfitta, ma anche una feroce polemica scatenata da Yann Marti, palesemente più forte degli attuali Lammer (schierato nella prima giornata) e Bossel, che ha abbandonato il ritiro svizzero alla luce della formazione titolare schierata dal capitano. L’unico a portare in alto la bandiera svizzera è stato dunque il finlandese (nato Lohja il 31 marzo 1992) Henri Laaksonen, tennista dotato di un ottimo tennis ma incapace sino ad oggi di raggiungere i Top-150 Atp. Attualmente al numero 238 del mondo, Laaksonen è ripartito quest’anno dai futures, ma i risultati latinano.

Henri LaaksonenPrima di tutto dicci qualcosa della tua storia personale: quando hai iniziato, chi ti ha insegnato a giocare e soprattutto come hai deciso di giocare a tennis.
Sono nato, come dice il mio cognome, in Finlandia e lì sono rimasto fino al 2009, quando mi sono trasferito in Svizzera. Sono un po’ un “figlio d’arte”, perchè entrambi i miei genitori giocavano a tennis: voler provare è stato per me inevitabile ed ho cominciato a giocare a 3 anni con mia madre con una palla morbida. Io sono sempre stato uno sportivo e giocavo anche a basket e a calcio, ma il tennis mi piaceva ed è quello che mi dava le maggiori soddisfazioni; per questo è stata la mia scelta finale.

Che tipo di giocatore sei?
Sono senz’altro un attaccante da fondocampo; gioco volentieri sulla linea di fondo, ma cerco soluzioni offensive ogni volta che posso. La mia arma vincente, se devo scegliere, è il dritto, piuttosto che il rovescio.

Ti sei allenato a lungo  presso il Centro Federale di Bienne, mentre ora sei seguito da un coach. Come ti sei organizzato? Chi ti segue nei tornei?
Mi sono allenato presso Swiss Tennis per poco più di 4 anni, ma da 6-7 mesi lavoro vicino a Winterthur con Roman Vögeli (ex 410 atp ndr) e, per la preparazione fisica, con un allenatore finlandese. Il cambiamento è recente e quindi mi sto ancora organizzando sotto certi aspetti: per esempio se prima Swiss Tennis mi metteva a disposizione un coach per i tornei, ora ho viaggiato nei primi mesi prevalentemente da solo e più di recente con un finlandese come coach itinerante.

Hai raggiunto molto velocemente la posizione 187 nel ranking atp. Poi hai avuto un periodo di difficoltà, dal quale sembra tu stia uscendo. Cosa è successo?
L’estate 2013 è stata fantastica per me, con il raggiungimento del mio best ranking; nel 2014 ho vissuto, come è normale dopo un’ascesa così rapida, una fase di consolidamento, ma all’inizio dell’estate ho sofferto di un brutto infortunio e ho commesso il grave errore di anticipare troppo il mio rientro, per il desiderio di difendere la mia classifica. La conseguenza è stata un recupero della mia integrità fisica molto più lento del previsto e risultati ovviamente altalenanti, anche se non mi sono mancate vittorie significative contro giocatori nei primi 100. In questi ultimi 6 masi ho lavorato davvero duramente sul mio gioco da fondo e i risultati si sono visti (ora è ca 230 atp ndr). Ho buone sensazioni su quello che faccio in campo e su come voglio giocare; credo che la Coppa Davis mi abbia detto qualcosa sul mio potenziale e sul fatto che il lavoro paghi.

Henri LaaksonenImpossibile non parlare della tua esperienza in Davis, non solo e non tanto la prima in cui hai incontrato Berdych, ma in particolare la seconda contro il Belgio in cui avevi responsabilità di leadership.
È  inutile dire che sono sempre stato veramente onorato di giocare per la Svizzera e specialmente in Nazionale. Intorno alla squadra c’è un’atmosfera speciale: lo spirito di squadra e il supporto dei fan ti danno quella spinta in più che ti permette di dare il tuo meglio, anche un po’ al di là delle tue possibilità del momento. Per questo motivo le poche volte che ho avuto la possibilità di giocare in Coppa Davis sono state per me indimenticabili. Anche se è un peccato che non si sia riusciti a battere il Belgio, per me tutto è stato comunque incredibile: sia il clima di lavoro di squadra veramente intenso nella settimana che ha preceduto l’incontro, sia la soddisfazione personale di aver espresso il mio miglior tennis.

Ora sei in grado di confrontare davvero l’ambiente dei tornei di più alto livello con quello dei Challengers e dei Futures.
Metterei a confronto Tornei ATP e challengers da una parte e Futures dall’altra e dico che non c’è davvero paragone. In questi ultimi ogni settimana tirando le somme ti accorgi che il risultato economico è negativo, specie se vuoi esser accompagnato da un coach. Anche le condizioni di gioco e, soprattutto, di allenamento non sono molto buone. Negli altri tutto è meglio, tutto è più facile, direi anche l’organizzazione nel suo complesso facilita molto le cose per noi giocatori.

Hai potuto lavorare direttamente con Roger Federer e Stan Wawrinka. Che impressioni ne hai tratto? Potersi rapportare con due campioni così non può che essere stato e tuttora essere un’esperienza arricchente. Solo allenandoti con loro impari un mucchio di cose, vedi subito cosa devi migliorare nel tuo gioco, e in più non lesinano consigli davvero preziosi.

Inevitabile una domanda sui tuoi obiettivi.
Il mio obiettivo per il 2015 è certamente ambizioso: vorrei essere 150 al mondo. Sono consapevole che è difficile, ma anche che non è impossibile arrivarci. Per me sarà cruciale non solo migliorare il mio gioco da fondo, guadagnando in aggressività, ma ancor più essere in salute, per poter lavorare adeguatamente.

Dicci qualcosa sulla tua esperienza a Bienne.
Swiss Tennis è per i giocatori più giovani un ottimo posto dove allenarsi. Ci si confronta e inevitabilmente si genera una competizione sana, che induce a migliorarsi. Non solo: dato che vi vengono i migliori giovani svizzeri, un aspetto molto imporante è che ciascuno di essi si cimenta con stili di gioco affatto diversi e tutto questo non può portare che ad un miglioramento del proprio livello.

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