Parola a Fabrizio Fanucci

di - 26 Agosto 2009

Matteo Trevisan

Intervista di Roberto Commentucci

Abbiamo fatto una lunga chiacchierata telefonica con Fabrizio Fanucci, impegnato a Manerbio a seguire due dei suoi “cavalli”, Filippo Volandri e Matteo Trevisan. Abbiamo parlato dei suoi giocatori, di Davis, di Federazione e dei giovani talenti azzurri.

Troviamo Fabrizio ancora arrabbiato per quanto accaduto nella finale del challenger di Trani, dove Filippo Volandri è stato sconfitto in due set dall’austriaco Daniel Kollerer, tennista più noto per le sue clamorose intemperanze che per il suo talento

Come è andata, coach?
E’ stata una autentica vergogna. Kollerer si è permesso comportamenti inammissibili. Lo avrei voluto strozzare. Sfido che gioca i challenger. Facesse così nei tornei Atp lo squalificherebbero dopo 5 minuti.”

E gli arbitri?
Non hanno avuto coraggio. Gli hanno dato il penalty game, e lui ha continuato il suo show. Non ci sono scusanti, lo dovevano squalificare. Kollerer non è pazzo, fuori dal campo è un ragazzo normalissimo. Il suo comportamento è studiato a tavolino, sa che gli conviene. A fine partita, il pubblico era giustamente inferocito, e lui continuava a provocare tutti. Lo hanno dovuto portare via i body guard. Questo non è tennis.

E allora, parliamo di tennis. Fabrizio, tu sei famoso soprattutto per essere il “padre putativo” di Filippo Volandri. Ma dove e come inizia la tua carriera di coach?
Beh, prestissimo, addirittura nel lontano ’76, quando a 19 anni ero passato prima categoria, Mario Belardinelli mi voleva con lui a Formia. Praticamente ho iniziato ad allenare da subito, anche mentre giocavo, per arrotondare. In seguito, ho lavorato al CT Firenze e al Match Ball, per poi collaborare, per 4 anni, con la Federazione. Ero con Smid a Cesenatico, e infine ho seguito gli under 18 nati fra il 1978 e il 1981: Bracciali, Luzzi, Starace, e ovviamente Volandri. Dopo l’interruzione del rapporto con la Federazione, ho aperto la mia Accademia al Match Ball di Firenze e ho iniziato a seguire Filippo, che mi sono preso in casa quando aveva 16 anni. Ma ho allenato a più riprese anche Starace, Bracciali e tanti altri.

Volandri è precipitato fuori dai 200. Come sta? Pensi che riuscirà a tornare quello di prima?
Filippo sta bene. I problemi con il diritto che aveva al rientro nel circuito, dopo lo stop di 5 mesi per l’assurda squalifica, sono ormai superati. Gli manca un po’ di fiducia. Purtroppo lui è abituato ai grandi palcoscenici, e giocare challenger inevitabilmente gli va un po’ stretto. Ma fisicamente sta bene, sono ottimista per un suo rientro fra i 100. Ci vorrà un po’ di tempo, perché con il nuovo sistema di punteggi giocando challenger di punti se ne fanno pochini.

In onestà, e facendo un bilancio del tuo lungo rapporto con Filo, pensi che l’azzurro abbia espresso il 100% del suo potenziale?
Beh, difficile da dire con certezza: avrebbe anche potuto fare meno, ma con onestà devo dire che avrebbe sicuramente potuto fare di più. Purtroppo è mancato un po’ di coraggio, quando era più giovane, specie nelle scelte di programmazione e nel prendere di petto il problema del servizio.

Filippo Volandri
(Filippo Volandri – Foto Nizegorodcew)

C’è qualche scelta, nella gestione di Filippo che, con il senno di poi, non rifaresti?
Forse io lo ho assecondato troppo, avrei dovuto essere più deciso nel consigliarlo e stimolarlo a fare certe cose.”

In queste scelte, influisce più il tecnico o il giocatore?
Nella mia esperienza, il giocatore. Filippo purtroppo, nonostante le mie prediche, quando andavamo a giocare sul veloce non vedeva l’ora di tornare a casa. Eppure risultati ne poteva fare anche là, eccome. Anche con il suo servizio debole, grazie alle sue eccezionali qualità fisiche e nella risposta. Ha fatto semifinale a Doha, battendo Davydenko, ha sconfitto Kiefer in Australia. Ma non si è mai convinto di potercela fare sul duro.

E come mai?
Paradossalmente, l’essere così forte sulla terra è stato quasi uno svantaggio, perché comunque lo portava a fine stagione fra i primi 50. Avrebbe potuto fare molto di più.

In questo periodo stai seguendo ben 3 giocatori, tutti toscani: Volandri, Bracciali, e il giovane talento Trevisan. Quali sono i pro e i contro dell’avere a che fare con 3 tennisti?
Io contro non ne vedo. Vedo solo dei pro. Grazie all’esempio di Filippo, Matteo sta imparando velocemente cosa significhi la professionalità, nel tennis. Molti hanno rimproverato a Volandri di non essere un buon professionista, ma sono accuse false. Filippo si è sempre allenato tantissimo e con scrupolo, anche se non aveva voglia di provare a fare cose nuove. Che poi gli piaccia la topa (testuale, ndr.) è un altro discorso. Ma quella, credimi, non ha mai fatto male a nessuno. E con Matteo ha un buonissimo rapporto, gli vuole bene, lo incoraggia, lo consiglia.

Quindi stare insieme aiuta.
Ti dirò, un grande problema del nostro tennis è che ogni team va per conto suo, non ci sono sinergie, non c’è collaborazione, come invece avviene in Spagna o in Francia. Io da tempo ho fatto una proposta agli altri coach: troviamo uno sponsor comune, uniamo i nostri sforzi, perché così da soli non andiamo da nessuna parte. Da noi manca l’organizzazione, quella che hanno francesi e spagnoli. E i risultati non arrivano: a fine anno, a meno di exploit di Seppi, non avremo nemmeno un top 50. Dispiace, perché il nostro movimento vale sicuramente di più.

Daniele Bracciali
(Daniele Bracciali – Foto Nizegorodcew)

Bracciali ha risalito oltre 500 posizioni da inizio anno. Come lo vedi? Riuscirà anche lui a tornare nel circuito, o dovrebbe specializzarsi nel doppio?
Beh, con Daniele l’idea a inizio anno era soprattutto quella di riportarlo su nel doppio, per farlo giocare in Davis, e nello stesso tempo, provare anche in singolo. In doppio lui è molto competitivo, chiuderà la stagione nei 100. In singolo all’inizio aveva paura di rifarsi male, era condizionato, ma poi ha giocato bene qualche torneo, come Sanremo, e ha preso un po’ di fiducia. Non è pronto per il circuito maggiore, ma può ancora ottenere qualche buon risultato.

Cosa pensi delle polemiche per le tante wild card ricevute da Daniele?
Le wild card per Daniele le ho chieste io, se la devono prendere con me, non con lui. Ma io credo che uno che è stato doppista di Davis, che ha dato una spalla alla patria (in Israele giocò con la spalla già infortunata) e che è stato primi 50 del mondo meriti queste wild card. E poi se gli organizzatori gliela danno è anche perché il suo gioco è ancora spettacolare.

Se tu fossi in Barazzutti, lo chiameresti per la Davis a Genova?
Io lo chiamerei di corsa. E lo farei giocare in coppia con Potito. Insieme hanno vinto il challenger di Torino, si trovano bene e giocheranno ancora assieme al challenger di Genova, prima della Davis. Purtroppo Barazzutti in un anno lo abbiamo sentito solo una volta. Un po’ pochino, direi. Quanto alle scelte di Corrado, che devo dire, lui finora ha seguito sempre la classifica… Ma secondo me chiamare 4 singolaristi (Poto, Seppi, Bole e Fabio) non ha senso. Ne bastano 3. Solo che poi bisogna scegliere chi lasciare fuori.

Che rapporti hai con la Federazione?
Devo dire che io mi trovo molto meglio con Binaghi che con i suoi collaboratori. Il presidente è uno dal carattere forte, spigoloso, ma è un uomo di parola. Ci sta aiutando in tutti i modi, anche con dei rimborsi spese, per recuperare Bracciali e Volandri e per lanciare Trevisan.

Questa settimana Braccio è in campo al future di Piombino, uno dei pochi tornei italiani sul veloce. In tanti dicono che Daniele dovrebbe giocare meno sulla terra, se davvero vuole salire in singolare.
Purtroppo non è così. Gli acciacchi che ha, e il lavoro fisico che non ha quasi mai voluto fare, fin da quando era junior (ridacchia amaro Fanucci, ndr) non gli consentono di giocare con continuità sul duro.

Descrivici Matteo Trevisan. Pochi lo hanno visto giocare. Che tennista è? Quali sono i suoi punti di forza, e dove invece deve migliorare?
Matteo ha grandissime potenzialità. E’ un gran picchiatore. Il diritto è potentissimo, serve molto bene ed è molto solido anche con il rovescio. Copre già bene il campo, anche se può ancora migliorare molto nella mobilità. Poche settimane fa ha perso 75 al terzo con Greul, che è 60 al mondo ed è un giocatore caldissimo, nonostante avesse rimediato una distorsione alla caviglia, senza la quale avrebbe vinto in due set. Non ti dico un numero, ma Matteo può arrivare davvero molto in alto, se gli infortuni lo lasceranno in pace.

Perché si fa male così spesso?
Una risposta ancora non ce l’ho. Lo sto conoscendo. Me lo sono portato in giro sul circuito, anche ad Umago, per conoscerlo meglio. Vedo che ha gambe molto potenti ed esplosive, ma i muscoli sono molto corti e tende a stirarsi. Stiamo cercando di capire come gestirlo al meglio sul piano fisico. Ma ho molta fiducia in lui.

Com’è la sua motivazione al lavoro duro?
Sta migliorando. E’ ancora un po’ bambino, a Tirrenia è stato forse un po’ troppo coccolato, e con Infantino proprio non si trovava. Ha perso un mucchio di tempo. A breve, l’obiettivo è farlo diventare un vero professionista. Come diceva sempre Mario Belardinelli, prima costruisci l’uomo, poi il giocatore.

Quali sono, secondo te, gli altri giovani interessanti del nostro tennis?
Non ne vedo molti. Io ho potuto vedere Travaglia, Miccini, Gaio e Giannessi. Ti dirò che Travaglia mi piace, avevo anche contattato il suo agente per proporgli di allenarsi nella mia accademia. Su Miccini invece per ora sono un pò scettico. Mi pare ben impostato tecnicamente, ma fisicamente è già molto grosso, forse troppo, e non credo abbia molti margini di crescita. E poi, alcuni atteggiamenti da star che non mi convincono. Uno che invece mi piace molto, come approccio, è Gaio, che mi pare anche buono nel braccio. Forse è quello che può arrivare più lontano.

E Giannessi?
Mah… Non credo abbia grandi chances. E detto fra noi, la Federazione dovrebbe evitare di spendere tutti questi soldi per seguire in prima persona questi giovani, spesso di dubbie prospettive. Come ho detto anche al presidente Binaghi, se li facessero seguire a noi, nelle nostre strutture, spenderebbero molto meno e si avrebbero risultati migliori.

Beh, le cose però stanno cambiando. A te è stato affidato Trevisan, e pare che Gaio e Miccini saranno seguiti da Rianna, il coach di Starace. Era quel che volevate no?
Si ma c’è una bella differenza. Volandri e Trevisan possono fare gli stessi tornei, Starace e Miccini proprio no. Come può Rianna seguire questi ragazzi, se sta appresso a Potito? Deve affidarli a qualcuno del suo staff, ma a chi? A noi in questi anni la FIT non ha consentito di tirare su dei collaboratori validi, dei maestri motivati a cui trasmettere il nostro sapere, la nostra esperienza. Anzi, se crescevamo qualche buon tecnico, ce lo portavano via per mandarlo al centro di Tirrenia.

Perché tanti nostri giovani, bravi da junior, faticano così tanto ad entrare nel circuito?
I motivi principali sono a mio avviso due. In primo luogo, quasi sempre i nostri adolescenti sono molto più bambini dei pari età stranieri. Sono svogliati, capricciosi, non sanno una parola di inglese, hanno sempre bisogno della balia, che gli si dica cosa devono fare. All’estero, sarà la cultura, ma i maschi crescono molto prima. E poi, noi continuiamo tenerli troppo nella bambagia dei tornei juniores, che contano poco. Quello che conta, è iniziare a fare i Futures, fin dai 16 anni. E’ lì che si gioca il tennis vero, è li che si impara il professionismo.

Fabrizio, tu sei uno dei pochi coach professionisti italiani. E’ perché fate una vitaccia, tra un aereo e l’altro, o perché in Italia ci sono pochi tecnici bravi?
Non credo che non ci siano tecnici bravi. E’ che c’è poco incentivo a girare per il circuito, perché se uno ha un nome, può guadagnare troppo a fare la bella vita come Direttore Tecnico nei circoli. E chi te lo fa fare di scegliere la vita disagiata del coach, appresso magari ad un giovane di prospettive incerte?

E allora?
Qui la Federazione, come ti dicevo, potrebbe fare qualcosa. Si prendono un po’ di ex giocatori, come fanno francesi e spagnoli, e gli si dà un incentivo, li si aiuta a girare per il circuito con i giovani. Poi, se tutto va come si deve, si arriva nei primi 20 30 del mondo, e beh, a quel punto quei 60.000 euro l’anno se li mette in tasca anche il coach. Ma intanto, abbiamo costruito un professionista. Anzi due: un giocatore e un tecnico.

In conclusione?
Ci dovrebbe essere più sinergia fra pubblico e privato. Se ci aiutano, noi possiamo formare non solo dei buoni giocatori, ma anche dei buoni allenatori, e allargare il movimento.

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