Mauro Pepe, mental coach

di - 7 Dicembre 2013

Intervista al mental coach Mauro Pepe (nella foto a sinistra). Dal 1999 appassionato di sviluppo delle risorse umane. La frase che lo contraddistingue: “Credo che ogni persona sia straordinaria, e potenzialmente possa essere un Campione”

In poche parole cosa è un mental coach sportivo?

Il mental coach è un professionista che si occupa di “guidare” lo sportivo verso il raggiungimento dei suoi obiettivi, attraverso una preparazione mentale ed emotiva.

In parole povere, il mental coach si occupa aiutare l’atleta che segue a dare il massimo e a raggiungere la peak performance nel momento più opportuno.

Andiamo nello specifico, nel Tennis funziona il mental coaching sportivo?
Ti voglio rispondere con le parole di Andre Agassi.

“Tony Robbins è una persona straordinaria e probabilmente una delle più evolute grazie alla sua capacità di comprendere il mondo, gli individui e la natura umana. Lui sa perfettamente come far eccellere le persone… e portarle alla vittoria!”

Queste parole Agassi le ha dette non nel 1992, quando vinse Wimbledon, ma dopo la sua rinascita, dopo che era finito al 141° posto del ranking, e dopo che anche la sua vita privata stava prendendo una brutta direzione. In quel momento ad Agassi apparve una mano tesa che lo aiutò a ritornare grande, a vincere, ad essere il numero 1. Era la mano di Anthony Robbins. Era la mano di un mental Coach.

Ti rispondo anche dicendoti che il tennis è uno degli sport dove la preparazione mentale è determinante, al punto da rappresentare la differenza tra un ottimo atleta e un campione!

Sul mio blog, www.vinciconlamente.it, ho anche dedicato un articolo che parla dell’allenamento mentale per il tennista.

Ok, faccio un po’ l’avvocato del Diavolo, ma in Italia?
Renzo Furlan entrò nei primi 20 nel momento in cui cominciò a lavorare, con uno psicologo, su sé stesso.
Il bolognese Paolo Canè in Coppa Davis faceva sfracelli, specie sulla terra rossa, invece, nei tornei rendeva molto, molto meno.

Come mai? In Davis, all’angolo, aveva Panatta, che non era né uno psicologo dello sport né un mental coach, ma evidentemente riusciva a gestire al meglio al sua emotività, canalizzando la sua energia. Mi chiedo come sarebbe stata la carriera di Canè se si fosse rivolto ad un mental coach.

Inoltre, ti cito come rispose la Schiavone alla domanda: “Quando hai pensato per la prima volta: vincerò il Roland Garros?” «Ho conosciuto il mio allenatore mentale, nel 2000. Mi ha chiesto “Cosa vuoi? Perché sei qui?”. Gli ho risposto: “Voglio diventare una grande persona e una grande atleta. E voglio vincere il Roland Garros”»
Una dimostrazione lampante che, volontà, talento e preparazione mentale hanno trasformato dal 2000 al 2010, una speranza del tennis nella regina di Parigi!

Posso fare io adesso una domanda a te? Se ti chiedessi quali sono i campioni più vincenti di sempre tu chi risponderesti?

Pensavo peggio, come domanda. Ovviamente direi Sampras e Federer.
Bene, sia Sampras che Federer ad un certo punto si son rivolti a dei professionisti, anche se Fischer di Sampras è un po’ un mental coach sui generis. Ma la mamma di Federer, in una intervista, sottolinea chiaramente che scelsero un mental coach per Roger a 17 anni. Come vedi il talento non basta, va affinato, allenato, reso vincente. Questo è il compito di un mental coach.
Sai meglio di me che dal punto di vista tecnico non c’è molta differenza tra un numero 5 del ranking e un numero 25; la differenza è tutta nella preparazione mentale e nella capacità di saper gestire determinate situazioni. Ed è qui che un mental coach può fare di un ottimo tennista un Big

Ad un tennista che ci legge che messaggio vuoi lasciare?

Forse si aspetterebbe da me dei consigli o delle strategie per migliorare. Io invece approfitto dell’opportunità che mi dai per porre una domanda:

” Qual è il tuo vero sogno nel tennis? “

A questa domanda bisogna rispondere, spegnendo la propria razionalità. Bisogna farsi guidare dal cuore e dalle proprie emozioni, bisogna avere l’incoscienza e la passione di un bambino.

Per essere motivato, tutti i giorni, ad allenarsi straordinariamente bene, e a dedicarsi anima e corpo allo sport, bisogna avere una “meta” davvero emozionante, una “ragione di vita” che ci permette di vivere ogni momento sportivo, più o meno piacevole, totalmente “guidati”.

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18 commenti

  1. Massimiliano pace

    Scusate la banale domanda: quando un mental coach fallisce? Cioè non riesce a trasformare un ottimo tennista in un Big ,mi fate degli esempi.

  2. pulsatilla

    Ottima domanda.
    Io la penso così: allenatore di tennis, preparatore atletico, mental coach e fisioterapista. Almeno quattro figure dovrebbero interagire fra loro e agire di comune accordo nell’interesse del giocatore.
    Mi sembra un’assurdità, e non solo per motivi economici.
    A me pare molto più logico invece che l’allenatore riassuma in sè conoscenze e competenze degli altri.
    Lasciamo perdere la fisioterapia, che attiene a un’altra sfera (anche se in questo blog esistono preparatori che sono osteopati e allenatori che usano la pancafit…, interessi multidisciplinari che mi sembrano non solo legittimi, ma doverosi).
    Un allenatore deve, ripeto deve, avere una conoscenza adeguata di PA, se non altro per scegliere il PA giusto.
    Ancora più importante a mio parere è che l’allenatore sia anche un mental coach. I motivi della mia affermazione sono diversi e alcuni facilmante intuibili. Il fatto è che la preparazione mentale deve essere fatta in allenamento tutti i giorni, deve essere ripetitiva come la parte tecnica, e soprattutto deve essere riassunta da una sola figura, la cui autorità deve essere indiscutibile da parte dei ragazzi (naturalmente sto parlando di under).
    la separazione delle funzioni secondo me rende il lavoro più frammentario e dispersivo.
    Secondo me l’allenatore dovrebbe essere addirittura anche un ottimo preparatore atletico.

  3. Maurizio

    Pulsatilla, sono d’accordo su fatto che l’allenatore deve avere delle cognizioni anche approfondite di psicologia e preparazione atletica, ma ad alto livello penso sia indispensabile l’estrema specializzazione, a quel livello sono i particolari che fanno la differenza.
    per esempio, a basso e medio livello puoi anche farti incordare la racchetta da chiunque poi però devi andare dai migliori, farti fare il calco della mano per la misura del grip etc.

  4. Per Massimiliano Pace: se il mental coach è bravo, raramente si parla di fallimento (come concetto e non come risultato). Sicuramente si possono fare errori e il solo fatto di essere seguiti da un mental coach non garantisce al tennista i risultati che desidera. Il mental coaching è un processo di crescita che necessita della comunione di intenti tra atleta e mental coach.

    Per la questione dell’allenatore che sia anche un mental coach, sono d’accordo con Maurizio. Dipende dal livello. Per i tennisti professionisti, è fondamentale essere circondati da un team specializzato.

    Comunque prendo spunto dalla riflessione di Pulsatilla per dire che anche gli allenatori necessitano di un mental coach. Sicuramente un allenatore che abbia ottime conoscenze nel campo dello sviluppo delle risorse umane, di comunicazione, di gestione delle emozioni, ecc… può rendere il suo lavoro decisamente più efficace.

  5. Massimiliano pace

    Mi sembra di capire dunque che il mental coach aiuta l’atleta con le sue ampie conoscenze ma se poi questo non recepisce la colpa è sua.
    Io direi che serve una distinzione tra atleta professionista e aspiranti tali, come tanti under o appena oltre che provano a giocare il loro miglior tennis, purtroppo in tante fantomatiche “accademie” ci si riempie la bobba di argomenti troppo lontani dal reale livello di gioco espresso dai ragazzi.
    L’aiuto mentale per un giocatore/trice del tour maggiore impegnato settimane in giro per il mondo, che venga dal coach stesso o da una persona esterna è fondamentale, ma nel minitennis di tutti i giorni, tornei under e open, lasciatemi dire è solo una moda tanto per far cadere nella propria rete più polli possibile.

  6. cataflic

    Massimiliano pace
    sicuramente una offerta più altisonante e completa attira più gente…..prova a pensare quante funzioni ha il tuo cellulare e quante realmente ne usi…!
    Chiaro che “pagare”(perchè male non fa sicuro) un mental coach per un 16enne 4.3 non vale sicuramente la pena…..
    Però può essere anche che in un campione di 500 bambini l’aiuto di un mental coach possa aiutarne magari anche solo 1 ad intraprendere una possibile carriera con la giusta motivazione ed equilibrio fuori e dentro il campo…un possibile giocatore che altrimenti andrebbe perso.
    …questo possibile successo ovviamente lo pagheranno gli altri 499 come in tutte le cose della vita!

    Il mental…di cui si è discusso con migliaia di post sul blog, è un po’ come la medicina alternativa…quando ti passa la malattia non sai se lo fa perchè è passata una settimana e il tuo fisico l’ha sconfitta da solo o se è per quello che hai preso.
    Difficile fare sperimentazioni a doppio cieco….

  7. pulsatilla

    Certo bisognerebbe anche saper distinguere almeno due tipi di mental.

    C’è un lavoro che più o meno tutti fanno, gestione delle emozioni, autostima etc…
    Ce n’è un altro che è sicuramente più profondo e difficile e che può concludersi anche con l’abbandono del tennis, come giustamente diceva il famoso PA olandese nell’intervista del libro “il cervello tennistico”.
    Nel secondo caso si tratta di mettersi in discussione a tutto tondo, dalle fondamenta, perchè nel match di tennis emerge la nostra parte più vera e profonda, una parte inconscia e insondabile, che gli strumenti della razionalità non riescono mai a controllare.

  8. Ma come è che sti mental coach, sti psicologi dello sport, so sempre ritratti in giacca e cravatta e mai a vederli co na racchetta in mano o con la tenuta da campo addosso?

  9. Sono contento che l’intervista abbia scatenato un dibattito. Ci sono molti spunti di riflessione. Ho qualche commento:

    Massimiliano Pace: rispetto alla tua frase “Mi sembra di capire dunque che il mental coach aiuta l’atleta con le sue ampie conoscenze ma se poi questo non recepisce la colpa è sua.”
    Non sono d’accordo, infatti il lavoro tra mental coach e allievo ha senso solo quando entrambi si prendono le loro responsabilità. Non sempre il rapporto tra MC e atleta funziona ovviamente e la responsabilità è spesso di entrambi ma anche solo del MC che non è all’altezza del compito.

    Per Cataflic: “Il mental…di cui si è discusso con migliaia di post sul blog, è un po’ come la medicina alternativa…quando ti passa la malattia non sai se lo fa perchè è passata una settimana e il tuo fisico l’ha sconfitta da solo o se è per quello che hai preso.
    Difficile fare sperimentazioni a doppio cieco….” Bella come metafora, aggiungerei anche che il lavoro del mental coach a volte prescinde il campo sportivo, spesso permette all’atleta di crescere come persona, superando conflitti interni e profondi; e il beneficio, per quanto importante, è difficilmente quantificabile.

    Per pulsatilla delle 15:46. Sono d’accordo con quello che affermi!

    Per Federico di Carlo: La giacca e la cravatta a volte stanno strette anche a me che preferisco una bella tuta o un abbigliamento decisamente più casual. Purtroppo in Italia, e non ammetterlo e da incoscienti, è necessaria anche la giacca e la cravatta.
    Inoltre, sono d’accordo con te. Meglio un mental coach sportivo ( come me ad esempio ) che pratica sport, perchè riesce prima ad entrare in sintonia con l’atleta.

  10. pulsatilla

    Mauro Pepe,
    c’è una giocatrice più di tutte che credo abbia bisogno di mental, ma quello profondo: Camila Giorgi. Lo dico senza ironia naturalmente.
    Dalla gestualità, dal non verbale mi dà l’impressione che abbia un grosso problema di dominanza e di dipendenza.
    A te che impressione fa?

  11. Cataflic,
    gli approcci mentali, come tutti gli approcci dipendono da chi applica la materia e dagli strumenti che usa. Per ciò che mi riguarda l’approccio basato su rilevazioni qualitative statistiche della prestazione, sul campo, ripetute e valutate a livello diacronico offrono dei riscontri quantificabili ed evidenti. Comprendo benissimo il tuo scetticismo perché nel mondo della psicologia dello sport questo approccio specialistico nella disciplina è desueto, per usare un eufemismo.

  12. Monkey71

    “L’aiuto mentale per un giocatore/trice del tour maggiore impegnato settimane in giro per il mondo, che venga dal coach stesso o da una persona esterna è fondamentale, ma nel minitennis di tutti i giorni, tornei under e open, lasciatemi dire è solo una moda tanto per far cadere nella propria rete più polli possibile.”
    Io vado un pò controcorrente rispetto a quanto affermato da Massimiliano Pace (pur rispettando ovviamente la sua opinione),ritengo che proprio in età precoce l’aiuto di uno Psicologo dello Sport possa essere fondamentale se l’impegno richiesto al ragazzo diventa importante…
    Io ho deciso di provare ad avvalermi proprio dell’aiuto di un professionista per curare la crescita agonistica di due Bambini (un 2005 e una 2004) che in quanto tali devono far convivere le loro giuste esigenze di bambini con gli allenamenti abbastanza assidui e la tensione mentale dei tornei che gia a questa età vanno ad affrontare.
    Noi non siamo un’accademia altisonante ma un piccolo circolo di provincia e ho preso questa decisione perchè credo veramente che questo possa essere un aiuto fondamentale per i ragazzi,ovviamente potrò valutare solo a lungo termine se porterà o no dei risultati ma un tentativo voglio farlo

  13. Monkey71

    Per specificare meglio il mio intervento io non mi aspetto o pretendo che il professionista psicologo faccia necessariamente migliorare i ragazzi nel puro rendimento tennistico,io mi aspetto che li aiuti a far convivere il bambino e l’atleta il più possibile in armonia ed è ovvio che se poi il ragazzo è sereno ne trarrà giovamento anche il rendimento tennistico,ma non ritengo sia l’obbiettivo primario…

  14. Per Pulsatilla: Per quello che riguarda la tennista Camilla Giorgi, per valutare davvero le sue aree di miglioramento sarebbe necessario conoscerla.

    Per Federico Di Carlo: Anche io preferisco sistemi misurabili per quantizzare la qualità del mio lavoro. Molto spesso ci riesco, altre volte non è possibile.

    Per Monkey71: Anche se non mi hanno mai chiesto di seguire atleti così piccoli, ho fatto delle coaching ad adolescenti ( 15 e 16 anni ) e hanno risposto in maniera brillante, spesso si presentano con meno “svrastrutture” degli adulti e ottengono risultati buoni più velocemente.
    Sono perfettamente d’accordo sul fatto che gli atleti giovani vanno seguiti anche per aiutarli a vivere una vita equilibrata. Infatti spesso tra impegni scolastici e impegni degli allenamenti ( per alcuni sport tutti i giorni ) rischiano di non vivere correttamente le esperienze della loro età.

  15. Mauro Pepe,
    non c’è bisogno di quantizzare il lavoro dell’operatore; per avere un feedback corretto è necessario quantizzare l’esito e la variazione diacronica della prestazione. Se ciò non avviene si rimane in quello che in termini tecnici si definisce “a dual sided placebo effect”. Ovvero l’allenatore ritiene, senza averne prova tangibile, di aver fatto un buon lavoro e l’atleta ha la sensazione effimera che ha ricevuto dei benefici senza che questo sia comprobato in modo specifico e misurabile. Benefici infatti che quando va bene hanno scarso e/o limitato periodo di tempo. Questo è uno dei motivi di insoddisfazione che provoca da parte degli atleti dubbi, perplessità, scetticismo e discredito sia sul mental training che su chi lo propone.

    Monkey
    ho lavorato 2 anni fa con bambini del 2004 con risultati che il maestro ha ritenuto strabilianti. Hai pienamente ragione quando scrivi che l’aiuto mentale dovrebbe essere fornito dal momento in cui i bambini calcano un campo da tennis. Ma bisogna però usare selettivamente le modalità in cui l’intervento va fatto.
    L’aiuto mentale prima dei 12 anni è efficace se viene svolto solo ed esclusivamente in mezzo al campo. I bambini prima dei 12 anni non hanno sviluppata la neocorteccia per cui non sono in grado di fare metacognizione.

  16. Monkey71

    @Di Carlo
    A parte due sedute preliminari di conoscenza inizieremo a lavorare da domani e a quanto ho capito il lavoro si svolgerà proprio sul campo…
    Tra l’altro il professionista in questione interviene spesso su questo Forum e penso vi conosciate abbastanza bene…

  17. Monkey,
    meglio così, vuol dire che qualcosa nella mentalità del mental training comincia finalmente a cambiare e che gli operatori del settore si cominciano a sporcare un po le scarpe di terra rossa.

  18. @Federico Di Carlo
    sono d’accordo con te quanto affermi che i risultati si devono misurare su aspetti concreti del gioco e sui risultati dell’atleta. (Generalmente io prevedo un’analisi dello stato dell’arte e la creazione di obiettivi da raggiungere: Il mio lavoro, nella maggioranza dei casi, viene valutato sul raggiungimento degli obiettivi!)

    Purtroppo c’è ancora la convinzione che il mental coach stia in giacca e cravatta e chiuso in un ufficio, ecc… nella mia esperienza ci sono coaching da fare in campo e altre, spesso più profonde e dove si toccano argomenti molto delicati, che è necessario un luogo dove poter essere soli.

    Per gli under 12 sono dell’idea che il lavoro di mental training va fatto solo sul campo e il livello di profondità deve essere controllato.

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