Bye Bye Koellerer: respinto l’appello

di - 24 Marzo 2012

di Sergio Pastena

E’ arrivata la sentenza definitiva: “Crazy Dani” Koellerer non giocherà più, ma se non altro ha risparmiato qualche soldino.

Il Tas ha confermato la squalifica a vita per il tennista austriaco, colpevole di aver tentato di organizzare cinque combine, ma ha annullato la multa di 100.000 dollari perché Koellerer non ha tratto alcun beneficio economico dalle sue azioni illecite.

Amen, verrebbe da dire: l’eventualità di un ritorno sul terreno da gioco dell’austriaco non allietava nessuno tranne quelli che andavano nei tornei minori per vedere un pazzo all’opera. Sì, perché qui non parliamo di un provocatore nato alla Nastase o di un Connors che cancella il segno a Barazzutti: Koellerer scendeva in campo col preciso obiettivo di fare la carogna e ci riusciva, lo “spettacolo” che ne veniva fuori era involontario e grosso modo dello stesso interesse che potrebbe suscitare una rissa all’Isola dei Famosi.

Seguiva alla perfezione il “winning ugly” di Gilbert, il caro Daniel, dimenticando che “win ugly” significa “vincere giocando male” e il libro dell’americano era concepito per fare in modo di battere quelli più forti di te con ogni mezzo (incluse le scorrettezze). Un peccato, nel suo caso, perché pur non essendo nato con le stimmate del campione, l’austriaco a tennis sapeva giocare ed era a tratti gradevole: una mano da Top 100 comodo, se solo avesse curato di più il suo gioco che i suoi neuroni perennemente in collisione tra loro. A conti fatti la sua strategia non ha pagato.

La vicenda, tuttavia, evidenzia almeno due aspetti da considerare attentamente per il futuro.

L’uniformità della giustizia sportiva

Qualcosa non torna: Koellerer e Savic (il cui appello si discuterà tra pochi giorni) vengono beccati con le mani nella marmellata e, giustamente, stangati senza pietà. Comprare e vendere partite è per certi versi grave come il doping se non peggio. In altri sport, però, atleti che “concretizzano” le vendite ricevono squalifiche più lievi. Cos’è che non funziona?

Personalmente il concetto di giustizia sportiva non mi è mai andato troppo a genio, per lo stesso motivo per cui non mi andrebbero a genio i concetti di giustizia musicale o giustizia metalmeccanica. La giustizia è una, i tribunali speciali non mi son mai piaciuti. Tuttavia, nello sport, c’è una ricorrenza tale di casi da risolvere in tempi brevi (pensiamo alle squalifiche del calcio) da giustificare la creazione di organi ad hoc. Questi, però, dovrebbero mantenere un criterio di giudizio uniforme: comprare o vendere una partita è grave nel calcio come nel tennis, sarebbe opportuno uniformare i criteri di giudizio perché arrivare ad avere un tribunale tennistico, uno calcistico e via dicendo sarebbe eccessivo.

Aggiungerei: andrebbe messa la stessa energia in tutti gli ambiti e a tutti i livelli. Vero che non vedremo mai un Federer o un Nadal comprare o vendere partite, a meno che non diventino stupidi, ma con tutti i casi di quote “falsate” che vengono segnalati dalle agenzie di scommesse non ci si può accontentare di beccare tennisti di secondo piano come Koellerer o di terzo piano come Savic. E bisognerebbe evitare di cadere nel ridicolo, è sempre bene ricordarlo, con casi come quello del povero Alessio Di Mauro.

Insomma: uniformità d’azione nelle discipline e tra le discipline, non è poi così difficile. A patto di volerlo.

La rigidità delle regole

Già il caso Odesnik, per quanto la questione fosse differente, ha messo in luce un fatto: a volte la scarsa flessibilità delle regole permette di trovare delle scappatoie notevoli. Non c’erano norme che punissero il possesso di materiale dopante, in assenza di test, quindi l’americano ha potuto “patteggiare” e ad Houston, come avevamo ipotizzato, farà la sua rentrèe in un main draw Atp senza passare per le qualificazioni.

Il caso Koellerer conferma certi problemi. Diciamoci la verità: se la squalifica per la scazzottata con Luzzi era stata ineccepibile e quest’ultima è sacrosanta, di mezzo c’era stato un episodio abbastanza ridicolo. A norma di regolamento, infatti, è legittimo fermare per tre mesi un atleta perché mette un link a un sito di scommesse sul proprio sito: tuttavia, considerando che si trattava di un annuncio di Adsense messo palesemente in buona fede dal quale Crazy Dani avrà ricavato qualche dollaro se gli è andata di lusso, si è andati un po’ con la mano pesante. Il problema è che si trattava di Koellerer, quindi chi di dovere gli stava col fiato sul collo in attesa di un qualunque passo falso, anche minimo.

Domanda retorica: c’era bisogno di tutto sto casino per un bannerino automatico? Non bastava quello che combinava in campo a dare un calcio nel sedere a sto benedetto ragazzo?

Evidentemente no, perché Koellerer si è sempre tenuto ai confini del regolamento evitando conseguenze troppo pesanti. La riflessione che ne consegue, però, è che se un regolamento consente a un tennista di fare ciò che ha fatto l’austriaco facendogli pagare al massimo il prezzo di qualche penalty game, allora qualcosa non va. Insomma, bisognerebbe ricordarsi della storiella del dentifricio e della mela: “Prevenire è meglio che curare”. Questo Koellerer, finalmente, è fuori combattimento: al prossimo cerchiamo di farci trovare pronti.

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