Vagnozzi: “Jannik ha una forza mentale incredibile, non ha bisogno di essere motivato”

Marco della Calce
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Simone Vagnozzi e Jannik Sinner a Pechino - Photo Courtesy of China Open

Quando ho incontrato Jannik per la prima volta mi ha detto che voleva diventare il numero 1 del mondo. Ha una forza mentale incredibile, in 5 anni avrò dovuto motivarlo due volte. Il periodo del caso doping è stato difficile, ma Jannik quando scende in campo sa cancellare tutto. Tutto parte dall’attitudine e dalla voglia di migliorarsi. Dobbiamo imparare a convivere con suoi crolli psico-fisici. Allenare è stupendo, per farlo serve la visione. Mi sono ritirato perché non avevo più stimoli“. Così Simone Vagnozzi, ex numero 161 del mondo e attuale coach di Jannik Sinner, il quale si è raccontato in una lunga intervista al Corriere della Sera, dagli inizi della sua carriera al prematuro ritiro nel 2015, fino ad arrivare alla più fortunata e vincente vita da allenatore dell’altoatesino insieme all’ex numero 22 del mondo Darren Cahill.

L’amore per il tennis e il ritiro

Il marchigiano ha esordito parlando di come si è innamorato di questo sport, che gli ha poi permesso di realizzare alcuni dei suoi sogni più grandi. “Con mio padre passavo sempre davanti a un piccolo circolo di tennis e un giorno gli ho detto che volevo praticare quel gioco lì. Mi sono accorto che riuscivo bene e allora mi è presa la febbre del tennis, passavo ore a esercitarmi con racchetta e pallina usando il muro di casa. Insomma, a 12 anni ero in Inghilterra con mia nonna. A sedici anni dormivo a casa di Andreas Seppi con cui mi allenavo“.

Tanti bei ricordi per Simone, culminati, però, nel ritiro nel 2015 a soli 32 anni. “Il sogno di chi inizia quella carriera è di entrare nei primi cento del mondo. Ci sono andato vicino, ero 161. Però sentivo che mi mancava qualcosa e, mentre giocavo, capivo che avrei fatto meglio l’allenatore. Se inizi a fare quei pensieri vuol dire che ti mancano gli stimoli e quella cattiveria che è indispensabile per diventare un buon giocatore. Poi un paio di infortuni mi hanno sospinto all’uscita. È stata dura, non avevo nulla da fare, mi mancava l’adrenalina“.

Il ruolo di allenatore: da Cecchinato a Sinner

Allenare è un modo per raggiungere gli obiettivi che non hai colto come giocatore. E poi è bello far raggiungere i tuoi sogni a un altro ragazzo. È una sensazione stupenda. L’allenatore deve avere visione. Deve immaginare il percorso dell’atleta con cui collabora, deve programmare, mettersi in discussione, ma non muoversi mai senza una visione d’insieme, una prospettiva chiara” racconta Vagnozzi, che ha iniziato questa seconda carriera al fianco di Marco Cecchinato. Insieme hanno raggiunto la storica semifinale al Roland Garros 2018 e la posizione numero 16 del ranking ATP. Dopo la separazione con il palermitano, nel 2022 arriva la chiamata da parte del manager di Sinner Alex Vittur. “Quando Sinner decise di separarsi da Piatti mi chiamarono. Mi misero in prova e, evidentemente, ha funzionato“.

L’azzurro ha proseguito riflettendo sul percorso fatto con l’attuale numero 1 del mondo, grazie anche all’ingresso nel team di coach Cahill. “Si capiva subito che aveva un talento raro, ma anche una gran voglia di far bene. Era già centrato, non a caso era numero dieci del mondo a vent’anni. Era già un fenomeno, ma si capiva che era pronto per andare oltre. Quando abbiamo parlato per la prima volta speravo non mi dicesse di essere contento della sua classifica. E così fu. Voleva diventare il n.1, ma ancora faticava con i più forti. Per diventare leader bisognava migliorare tante cose. Bisognava potenziare la dimensione fisica e muscolare, lavorare sull’aspetto mentale. Se ripenso a Jannik di cinque anni fa, quando abbiamo iniziato, oggi lo vedo completamente diverso, è migliorato in ogni aspetto“.

Il caso doping e i crolli: l’importanza dell’aspetto mentale

Vagnozzi ha trattato anche il caso doping, cominciato a marzo 2024 durante il Masters 1000 di Indian Wells e terminato a febbraio 2025 con il patteggiamento da parte di Sinner e la conseguente squalifica di tre mesi. “È stato un momento difficile. Non capisci quello che sta succedendo, perché tu non hai colpa. Ma noi nel tennis siamo abituati a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno e a rivoltare le frittate. Sei stato eliminato presto al Roland Garros? Avrai più tempo per prepararti a Wimbledon. Ti hanno squalificato? Hai un periodo per ricaricarti, riprendere energia e aggiustare quell’aspetto tecnico. Solo così si superano i problemi. E Jannik in questo è un fenomeno, quando scende in campo cancella tutto quello che c’è fuori, lo rimuove. Conta solo la partita“.

Attraverso l’esperienza avuta in questi anni con l’altoatesino, Simone ha parlato dell’importanza dell’aspetto mentale e di quanto incida ai massimi livelli. “Tutto parte dall’attitudine, dall’apertura, dalla voglia di migliorarsi. Certo, devi imparare a fare la smorzata o andare a rete nel momento giusto. Ma in primo luogo devi trovare il coraggio di farlo, di sbagliare e fallire. Sta tutto nella testa. Noi abbiamo la fortuna che Jannik ha una base di forza mentale incredibile e noi abbiamo cercato solo di moltiplicare questa virtù“.

Forse in cinque anni avrò dovuto motivarlo due o tre volte, è davvero pauroso – prosegue Vagnozzi –. Lui è sempre il primo che vuole sacrificarsi per migliorare ed è molto bravo ad ascoltare. Non ha la presunzione che avrebbe il diritto di avere. Anche se lo prendi a muso duro dopo una partita, lui il giorno dopo ci pensa, reagisce e accetta quello che gli hai detto. La sua più grande qualità è volere al fianco persone che gli dicano quello che lui non vuole sentirsi dire“.

Il coach marchigiano è tornato anche sul crollo psico-fisico di Jannik al Roland Garros durante il match di secondo turno contro l’argentino Juan Manuel Cerundolo. Sopra 2 set a 0, l’azzurro ha avuto un attacco di crampi improvviso, probabilmente a causa del caldo torrido e delle fatiche accumulate, e ha subito la rimonta dell’avversario. “Non penso ci sia una sola causa, sono tante piccole cose che messe insieme possono determinare questi piccoli crolli, ma ricordiamoci che sono stati quattro negli ultimi cinque anni. Questi ragazzi non sono automi. Il caldo, la stanchezza, la tensione possono combinarsi. A Parigi c’era una temperatura proibitiva e lui era arrivato lì con un significativo stress fisico e mentale. Insomma non c’è un singolo fattore, in quel caso sarebbe più facile per noi correggerlo. Dobbiamo convivere con questi episodi, lavorando per evitarli“.

 

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