Per la prima volta dal 2018 Novak Djokovic è fuori dalla Top 10 ATP. La sconfitta contro Mariano Navone al primo turno dello US Open, arrivata dopo quattro ore e 36 minuti e al termine di una partita condizionata da evidenti problemi fisici, apre una domanda che fino a qualche tempo fa sembrava quasi impensabile: quanto manca davvero al ritiro del più grande giocatore della sua generazione?
Ci sono cadute che valgono più di una semplice sconfitta. Quella di Novak Djokovic contro Mariano Navone appartiene a questa categoria. Non tanto per il nome dell’avversario, né soltanto per il risultato, quanto per ciò che quella serata newyorkese sembra raccontare di una carriera che, inevitabilmente, si avvicina al suo ultimo capitolo. Come Achille, l’eroe che per anni sembrava impossibile da abbattere, anche Djokovic non può sfuggire alla legge più semplice dello sport: il tempo presenta prima o poi il conto. Per quasi vent’anni il serbo ha costruito la propria leggenda proprio sulla capacità di andare oltre i propri limiti, di trasformare la fatica in energia e le difficoltà fisiche in una nuova ragione per resistere. Ma oggi qualcosa è cambiato. A 39 anni, il corpo non risponde più con la stessa puntualità di un tempo. E non è soltanto una sensazione. È qualcosa che lo stesso Djokovic ha ammesso dopo la sconfitta contro Navone, raccontando di avere vissuto ancora una volta una serata complicata dal punto di vista fisico: vomito, crampi, problemi alla schiena e alla spalla che hanno progressivamente limitato il suo rendimento. “È qualcosa che mi porto dietro, purtroppo, praticamente in ogni partita quest’anno”, ha spiegato il serbo.
E proprio qui sta il punto. Perché una singola partita negativa può capitare anche al più grande. Ma quando gli episodi iniziano a ripetersi, diventa inevitabile interrogarsi.
Una stagione tra lampi e difficoltà
Il 2026 di Djokovic non è stato un fallimento. Anzi, per qualche settimana sembrava poter essere l’ennesima dimostrazione che il tempo, con lui, avesse ancora qualche conto da saldare. A Melbourne il serbo ha raggiunto la finale dell’Australian Open, superando Jannik Sinner in semifinale e arrendendosi soltanto a Carlos Alcaraz nell’ultimo atto. A 39 anni, un’altra finale Slam sembrava il preludio a una nuova sfida contro i limiti della carta d’identità. Poi, però, la stagione ha iniziato a prendere una direzione diversa. A Indian Wells Djokovic si è fermato agli ottavi contro Jack Draper, mentre agli Internazionali d’Italia è arrivata l’eliminazione prematura per mano del classe 2005 Dino Prižmić. Risultati che, presi singolarmente, potevano ancora essere considerati semplici incidenti di percorso. Inseriti nel quadro della stagione, però, hanno iniziato a raccontare qualcosa di diverso.
Roland Garros e Wimbledon
Anche al Roland Garros il serbo non è riuscito a spingersi fino alle fasi decisive, fermandosi al terzo turno contro Joao Fonseca dopo una battaglia di quasi cinque ore. La stagione sembrava così aver preso una piega complicata, ma Wimbledon ha restituito ancora una volta il Djokovic capace di sorprendere chiunque. Sull’erba londinese il serbo è arrivato fino alla semifinale, superando ai quarti Felix Auger-Aliassime al termine di una battaglia di cinque ore e 15 minuti, quinto match più lungo di sempre ai Championships. Una di quelle partite che sembravano appartenere al Djokovic di qualche anno fa: fatica, resistenza, sofferenza e, alla fine, la vittoria. Ma anche quella semifinale contro Sinner ha raccontato qualcosa. Djokovic ha perso in tre set e non è riuscito a mettere realmente in discussione il dominio del numero uno del mondo. La semifinale di Wimbledon restava comunque un risultato enorme, soprattutto alla sua età, ma rappresentava forse più un ultimo grande lampo che una conferma di continuità.
New York, la caduta più rumorosa
A Cincinnati, nel grande appuntamento in preparazione allo US Open, Djokovic ha vinto il primo set contro Thiago Agustín Tirante, ma ha finito per cedere alla distanza, perdendo 2-6, 6-4, 6-4. Il caldo e l’umidità hanno inciso sulla sua condizione e il serbo ha anche avuto bisogno dell’intervento del medico durante la partita.
Contro Mariano Navone Djokovic si è trovato avanti due set a uno, prima di perdere progressivamente energie e cedere gli ultimi due parziali per 6-2, 6-1. Quattro ore e 36 minuti di partita, con il serbo costretto a convivere con vomiti, crampi, problemi alla schiena e alla spalla. È stata la sua prima eliminazione al primo turno di uno Slam dal 2006. Vent’anni dopo, la storia si è ripetuta. E questa volta il peso della sconfitta sembra essere diverso.
Il ranking racconta un’altra parte della storia
C’è poi un dato che, più di molti altri, fotografa il cambiamento. Djokovic è fuori dalla Top 10 ATP per la prima volta dal 2018. Una striscia durata più di otto anni che si interrompe proprio dopo la sconfitta contro Navone. Il ranking, naturalmente, non stabilisce quanto valga un campione. Djokovic resta un giocatore capace di battere chiunque e il suo 2026 lo ha dimostrato proprio con la finale di Melbourne e la semifinale di Wimbledon. Ma il ranking misura anche la continuità. Ed è proprio questa continuità che oggi sembra essere venuta meno. Il problema, quindi, non è chiedersi se Djokovic sia improvvisamente diventato un giocatore qualsiasi. Non lo è, e probabilmente non lo sarà mai. Il problema è capire quanto a lungo possa ancora sostenere il livello necessario per competere con una generazione più giovane, più fresca e fisicamente sempre più esigente. Perché il Djokovic di oggi può ancora arrivare in semifinale a Wimbledon, può ancora trascinare una partita per oltre cinque ore e può ancora mettere in difficoltà i migliori. Ma sempre più spesso sembra aver bisogno di condizioni perfette, di settimane particolari e di uno sforzo fisico enorme per riuscirci. Ed è forse questa la differenza più evidente rispetto al passato.
E se il ritiro non fosse poi così lontano?
La domanda è inevitabile. E, dopo quello che è successo a New York, anche più difficile da allontanare. Djokovic non ha annunciato il ritiro. Al contrario, il sogno del 25° Slam è rimasto fino a New York uno degli obiettivi che lo spingevano a continuare. Ma dopo la sconfitta contro Navone è stato lo stesso serbo a parlare con maggiore inquietudine dei propri problemi fisici e del futuro, ammettendo di non sapere quanto potrà ancora andare avanti se questa situazione dovesse continuare. Ma il tennis è anche una questione di sensazioni. E quella lasciata dalla notte contro Navone è diversa da molte altre sconfitte subite dal serbo negli ultimi anni. Non è soltanto il risultato. È il modo in cui è arrivato. È vedere Djokovic avanti due set a uno e poi incapace di mantenere il ritmo. È vederlo fermarsi, soffrire, cercare risposte che il corpo non riesce più a dare con la stessa immediatezza. È ascoltare dalle sue stesse parole che problemi fisici simili lo hanno accompagnato per buona parte della stagione. Forse non siamo davanti all’ultima partita di Novak Djokovic. Dirlo oggi sarebbe prematuro. Ma per la prima volta da molto tempo il ritiro non sembra più un evento appartenente a un futuro indefinito. Ogni stagione che passa avvicina inevitabilmente Djokovic alla fine della sua carriera. La domanda, ormai, non è più soltanto se arriverà quel momento, ma quanto manca prima che il più grande tra gli eroi del tennis decida di deporre la racchetta. E forse, per la prima volta, quella risposta potrebbe essere molto meno lontana di quanto siamo abituati a pensare.