Coppa Davis Story: Svizzera, sogno a metà

di - 21 Novembre 2014

usa daviscup 1992

di Alessandro Mastroluca

“Merry Christmas, Switzerland”. È con una buona dose di arroganza che Jim Courier accoglie gli elvetici a Fort Worth. La cerimonia del sorteggio della finale di Davis 1992 è un circo western con un apache che santifica i campi del Tarrant County Convention Center a suon di segnali di fumo, un’esibizione di tiro a volo e lo sceriffo che regala un cappello da cowboy a tutta la squadra svizzera, alla prima finale di Davis nella loro storia. Cappelli che avrebbe dovuto indossare anche la squadra americana, ma Courier si rifiuta, e allora non se ne fa nulla.

“Rosset continuava a dire che potevamo vincere l’insalatiera, che eravamo la piccola Svizzera sbarcata in Texas con grandi ambizioni” racconta Rosset. Una Svizzera talmente piccola da presentarsi con due giocatori soli: Hlasek e Rosset. Han giocato sempre loro, solo loro. Hanno battuto l’Olanda, senza l’infortunato Krajicek, hanno battuto in trasferta i campioni in carica della Francia e dominato 5-0 il Brasile in semifinale. E dopo la semifinale, scelta non proprio usuale, hanno cacciato il capitano. “Credo che siamo stati l’unica nazione al mondo a prendere una decisione simile” ammette anni dopo Rosset. “Niente giustificava la separazione da Roland Stalder. È stata solo una prova di forza dei giocatori per provare il nostro potere e la nostra solidarietà”.

Nemmeno il quartetto americano, però, è privo di tensioni. Anzi. Ci sono Sampras, Courier e Agassi, e per il doppio è stato richiamato John McEnroe, grande amico di Hlasek. “Due settimane prima della finale” racconta, “John mi aveva chiamato per dirmi che stava divorziando da sua moglie [Tatum O’Neil] e che si sentiva davvero giù di morale”.

Gli Usa hanno un solo obiettivo: dimenticare Lione. Non possono permettersi un’altra sconfitta a sorpresa, men che meno a casa loro. E la ferocia di Agassi nel primo singolare sembra un monito inequivocabile: questa è terra straniera. Splendente nel suo completo nero, bianco e giallo, dà spettacolo per 90 minuti. Hlasek è annichilito 61 62 62. Per Agassi, il vincitore di Wimbledon che rientrava dopo cinque settimane di infortunio, è la decima vittoria consecutiva in Davis, “Non mi aspettavo di giocare così bene” dirà. “è andato meglio del previsto”. I 12 mila del Tarrant Center si entusiasmano nell’ultimo game del secondo set quando Agassi recupera prima sulla palla corta e poi sul pallonetto di Hlasek, e lo costringe all’errore con una fucilata di dritto. Il rovescio funziona altrettanto bene e il servizio è particolarmente efficace: lo svizzero, numero 36 del mondo, ha una sola palla break, nell’ultimo game dell’incontro. “E’ una sensazione fantastica” confessa Agassi, “questo è destinato a rimanere uno dei miei ricordi tennistici più belli”.

Per il secondo singolare, scende in campo Jim Courier, il primo numero 1 americano dopo John McEnroe (1984), il campione dell’Australian Open e del Roland Garros. Eppure il Tarrant County Convention Center, i 10 mila tifosi americani si sentono a volte meno dei 1000 elvetici che sperano in Marc Rosset. “E’ stato come giocare in Svizzera” ha commentato. Rosset vince il primo set, ma cede il secondo dopo un combattutissimo tiebreak 11-9 e arriva in svantaggio alla pausa alla fine del terzo parziale. “In campo, la partita è stata molto calda” ha ricordato. “Courier mi ha insultato per tutto il match, faceva parte della sua strategia: allora era normale. In spogliatoio, il capitano Dimitri Sturdza continuava a dirmi ‘formidabile, formidabile’. Io ho tirato parolacce e insulti contro tutti per dieci minuti. Poi sono tornato in campo e ho vinto gli altri due set”. Dopo 4 ore e 23 minuti, Rosset vince 6-3 6-7(9) 3-6 6-4 6-4 spinto anche da 27 ace. Nel quinto set Courier, che ha ammesso di non gradire troppo l’atmosfera della Davis, risale da 1-4 ma negli ultimi due punti affossa un rovescio facile e manda lungo l’ultimo dritto della partita. “Ho lottato fino alla fine, per questo ho vinto” ha commentato lo svizzero. “Ricorderò questa partita per tutta la vita”.

Il sabato è il giorno di John McEnroe, al suo ultimo incontro di sempre in Coppa Davis. “L’atmosfera era caotica, quel caos che una volta amavo in Davis” scrive McEnroe nella sua autobiografia, “ma quel giorno sembrava troppo simile al caos che sentivo dentro di me. Ho commesso doppio fallo sul set point nel primo set, e perso il servizio sul 5-4 nel secondo, che abbiamo perso ancora al tiebreak. Ero furioso, mi sentivo umiliato”.

“Alcune chiamate in quei primi due set per me sono state dubbie” ricorda Sampras nel suo libro autobiografico. “Nel terzo, John ha perso il controllo dopo un’altra decisione apparentemente errata. Ha iniziato a prendersela con l’arbitro, e non ha smesso. Ha attaccato tutti, perfino il nostro capitano Gorman perché non protestava abbastanza e non ci difendeva abbastanza. A un certo punto, non ne potevo davvero più e gli ho detto: John, è inutile. Non continuiamo ad attaccarci a quello che è successo tre game fa. Andiamo avanti. Per qualche ragione, quella mia uscita ha avuto due risultati. Ha calmato McEnroe e ha caricato me”. Gli Usa vincono il terzo set 7-5 e arrivano alla pausa di 10 minuti prima del tiebreak. “Ero in uno stato di quasi alterazione” ricorda McEnroe in Serious. L’ormai ex Superbrat, e tuttora indiscusso Genius, il ribelle con una causa, è a Fort Worth con i genitori, i fratelli, i tre figli, la tata e l’agente Sergio Palmieri, ma il giorno prima ha confessato a Agassi: “Non so se ce la posso fare”. “Tutte le mie paure, la rabbia, la frustrazione, il dolore si erano accumulate: avevo letteralmente il fumo che mi usciva dagli occhi” ricorda.

“E’ in quel momento che John è davvero emerso come leader” ricorda Courier in un lungo articolo su quella finale sul quotidiano svizzero Les Temps. “E’ stato quasi primordiale quello che è successo in quei 10 minuti. Sampras è molto emotivo, McEnroe è riuscito a ispirarlo e a caricarlo”. Facciamogli il culo gli ripete, come un mantra, come una distrazione, come un dovere. Negli ultimi due set è un trionfo di pugnetti e high-five, di incitamenti, grida, tifo. Nulla possono le campane dei pochi supporter elvetici. Sampras e McEnroe portano il gioco in un posto che gli svizzeri non conoscono e non possono raggiungere, e vincono quegli ultimi due set 61 62. Pistol Pete a fine partita abbraccia McEnroe: “I love you Mac” gli dice. Poi conserva la voce per supportare dall’angolo Jim Courier, chiamato al riscatto la domenica contro Hlasek.

Vinto il primo set, Courier cede il secondo e si trova sotto di un break, 0-2, nel terzo. Ma si ritrova con una perfetta volée in contropiede: 1-2. Al cambio campo, Agassi gli si avvicina da dietro e gli sussurra qualcosa all’orecchio. “Sembrava che stesse perdendo fiducia” ha spiegato. “Gli ho ricordato di non mollare, di mettere in campo tutta l’energia che aveva, e che così tutto sarebbe andato bene”. E tutto, in effetti, va bene. Col secondo doppio fallo del game, Hlasek cede il controbreak, 2-2, poi cede ancora il servizio nell’ottavo gioco con un rovescio largo sulla palla break. Courier va a servire per il set sul 5-3 e tiene a zero. Nel quarto, Hlasek è al servizio nel settimo game ma sbaglia uno smash elementare sulla palla per il 4-3. Due punti più in là, Courier ha firmato il break che di fatto vale la vittoria. Chiude 6-3 3-6 6-3 6-4 con un poderoso servizio vincente e regala agli Stati Uniti la 30ma Coppa Davis. Ma soprattutto si guadagna le mostrine, le stelle (e le strisce) del Davisman.

“Dopo il match point” ricorda Hlasek, “era tutto finito. Ho stretto la mano a Courier e noi abbiamo perso la finale. Eravamo molto tristi perché credevamo davvero di poter vincere. Il nostro allenatore, Georges Deniau, ci ha risollevato il morale. Ci ha detto: ‘Ascoltate, ormai non possiamo fare più niente, non resteremo a piangere, adesso andiamo a festeggiare’. Era metà dicembre, la stagione era stata lunga, stancante. Avevamo bisogno di una valvola di sfogo. Abbiamo festeggiato così, fra noi. È stata la nostra terapia”. In Davis, continua, “ci si sente investiti da una missione. Il fatto di rappresentare la Svizzera attira anche tifosi che normalmente non si interessano al tennis. E questo mi ha sempre molto responsabilizzato, anche se la pressione cresce e le sensazioni si fanno più forti. L’esaltazione e la delusione sono decuplicate”.

Roger Federer ha ammesso che quella finale non l’ha vista. A Lille, nella seconda finale della Svizzera in Davis, è destinato a provarla quell’esaltazione o quella delusione decuplicata da un trofeo unico e speciale.

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