Jason Stoltenberg, lo zio d’Australia

di - 4 Aprile 2015

Jason Stoltenberg

di Carlo Carnevale

Il viso pulito di chi è nato e cresciuto in una cittadina con meno di seimila anime ad abitarla; la sbracciata poderosa del rovescio ad una mano, piatto, precursore di interpreti migliori ma meno eleganti. Il tutto accompagnato da una estrema serenità, quasi automatica ma non innaturale, che veniva dimostrato all’interno del rettangolo di gioco. Piacevole da veder giocare, Stoltenberg ha forse fatto alzare qualche sopracciglio in più per la sua attività post-professionismo, piuttosto che per le sue bordate da fondo campo. Pauroso dominio a livello juniores, tanto da vincere il titolo Slam di casa e ricoprire la prima posizione del ranking giovanile; a ventitrè anni il primo titolo sul’erba di Manchester, poi un particolare feeling con la terra verde, che lo vedrà conquistare i suoi successivi ed ultimi tre allori, a Birmingham l’anno successivo e a Coral Springs poi, nelle edizioni ’96 (anno in cui raggiungerà la semifinale di Wimbledon battendo Ivanisevic e perdendo dal futuro campione Krajicek, miglior risultato Major) e ’97, in entrambi i casi conquistati chiudendo 7-5 al terzo, una volta di più testimonianza dell’invidiabile glacialità del personaggio. Il ’98 è l’anno dello scontro con i titani, tre finali e altrettante bocciature, rifilategli da Agassi, Sampras e Hewitt; il giovanotto invasato con il cappellino al rovescio varca contro Stoltenberg i cancelli dei record, superandolo in tre combattuti set ad Adelaide e diventando così il terzo giocatore più giovane di sempre ad imporsi in una prova ATP.

La sconfitta contro Hewitt, che si ripeterà in finale a Sidney, a due settimane dall’ingresso nel nuovo millennio, segna però l’inizio di un ottimo rapporto tra i due aussies; Stoltenberg si ritira nel 2001, e quasi immediatamente diventa il coach di Hewitt. Al di là dei successi ottenuti all’angolo del connazionale (Stoltenberg vi si siede infatti subito dopo la vittoria di Hewitt agli US Open 2001, e lo porterà al successo a Wimbledon 2002), quello che colpisce è il clamore mediatico che il sodalizio crea, soprattutto in patria; la famiglia di Hewitt, infatti, forte della enorme stima nei confronti di Jason, non esita a scaricare Darren Cahill, l’allora allenatore del proprio pargolo, citando come motivo l’eccessiva richiesta economica del coach statunitense, che voleva portare nelle trasferte anche la moglie. Tutto sommato una decisione non del tutto assurda, se non che poche ore dopo la separazione, Stoltenberg viene annunciato come nuovo mentore di Hewitt, e viene espressamente segnalata l’eventualità per lui di viaggiare con la compagna e i due giovanissimi figli; Cahill è distrutto, Stoltenberg è all’inizio di una carriera da coach che lo porterà nell’Olimpo dei Ciceroni, ma non sarà nuovo ad altri alterchi di spessore. Conclusa infatti la collaborazione con Hewitt in seguito alla sconfitta con Robredo al Roland Garros 2003, Jason si rifarà vivo qualche anno più tardi, portando avanti una vibrante campagna contro sua maestà Tennis Australia; nel 2008 rivela il suo piano di sviluppo per i giovani oceanici, in netto contrasto con la politica della federazione, che prevedeva una spesa minima annua di 150.000 dollari per le famiglie dei ragazzini. Stoltenberg propone invece una metodologia di finanziamento privato, per alleggerire i costi degli atleti e permettere loro di concentrarsi sulla propria crescita, utilizzando le strutture di allenamento di cui si serviva all’epoca del professionismo, il “backyard court”, il campo nel cortile di casa, come lo definisce lui. La risposta di Craig Tiley, CEO di Tennis Australia, non tarda ad arrivare: “Supporteremo soltanto i programmi che potremo controllare; se i giovani scelgono di collaborare con Jason, sappiano che non saremo disposti ad elargire aiuti economici”, come si legge nei vari comunicati di TA.

Il marasma generato dalle sue prese di posizione va di pari passo con l’ammirazione creata dalla sua dedizione, che lo porta a investire personalmente i quasi tre milioni guadagnati in carriera, nelle speranze del tennis Down Under; svariati ovviamente i nomi di potenziali fenomeni che resteranno nell’oblio (Jared Easton ha come ultimo incontro registrato un doppio perso a Burnie nel 2011, e oggi ha venticinque anni), ma le fatiche di Stoltenberg sono state recentemente ricompensate, e probabilmente gli interessi fioccheranno. Da inizio 2015, infatti, Jason siede al fianco di Thanasi Kokkinakis, che insieme a Kyrgios può inserirsi a pieno diritto tra i migliori prospetti australiani e mondiali che il tennis abbia da offrire, e già la scorsa settimana ha conquistato un apprezzabile quarto turno nel 1000 di Indian Wells.

Il viso pacato di Stoltenberg nasconde quindi un fuoco ed una passione di cui si spera i giovani potranno usufruire per lungo tempo; intanto, buon compleanno Jason.

© riproduzione riservata

Un commento

  1. Uno degli aussies, che hanno fatto parte di quella scuola australiana a capo tra gli anni 1980 & 1990, che sviluppava in gran parte le caratteristiche del gioco australiano, fatto soprattutto di serve and volley, tipologia di gioco che purtroppo con l’attuale tennis moderno, sta scomparendo e che io sono stato un interprete amante e di sentimenti nostalgici di quel gioco.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *