Salvatore Caruso: da Pisa a Umag, fisicamente in Toscana ma col cuore in Croazia

di - 21 Luglio 2019
Salvatore Caruso - foto Roberto Dell'Olivo
Salvatore Caruso - foto Roberto Dell'Olivo

 

Oltre 500 km e ben sei ore di macchina, la distanza che più o meno separa Pisa da Umag, nel Nord della Croazia. La stessa che separava noi, cinque amici e tifosi di Salvatore Caruso, dalla prima finale nel circuito maggiore, proprio al Plava Laguna Croatia Open, del nostro beniamino: Salvo, che lunedì farà registrare il suo best ranking alla posizione numero 104, ha infatti dovuto arrestare la sua corsa per via di un problema muscolare, dopo avere perso il primo set del penultimo atto del torneo croato, che lo vedeva opposto al serbo Dusan Lajovic.

Ragazzi, che si fa?”. La stessa domanda che ci eravamo posti un mese e qualche giorno prima a ridosso del match sul Philippe Chatrier contro Novak Djokovic, forse quello più importante della sua carriera fino a questo punto. La sessione d’esame incombe, il lavoro chiama. Stavolta, però, tra dubbi e mille ostacoli, si giunge a un compromesso: c’è solo una possibilità, andremo a vedere Salvo, domenica, in finale. Senza condizionale, solo indicativo. Lo avevamo stabilito giovedì, mentre nel corso del terzo parziale del match di ottavi stava dominando il padrone di casa e favorito numero 2 del seeding Borna Coric. Esatto, proprio Coric, uno che a 22 anni ha già sconfitto due volte a testa niente di meno che Roger Federer e Rafael Nadal.

Insomma, i segnali c’erano, ed erano tutti positivi. Non solo il temibile croatonell’ultimo turno di qualificazione Salvatore aveva infatti superato in rimonta quella vecchia volpe di Tommy Robredo, lo stesso che l’ottobre scorso davanti ai nostri occhi, al Challenger di Firenze, ci negò la gioia quando eravamo stati persino a due punti dal match. Corsi e ricorsi, come spesso accade in questo sport: al turno successivo,all’esordio nel main draw, infatti, un’altra rivincita, contro l’emergente Corentin Moutet, che lo scorso anno ci sbarrò la strada per il tabellone principale dell’ EstorilOpen. All’estroso transalpino rifilavamo addirittura un bagel nel secondo set. Parlo al plurale, perché quando Salvo è in campo è come se a turno giocassimo un po’ tutti noi. Non è finita: nel 2015 Facundo Bagnis ci lasciò la miseria di cinque giochi sulla terra di Vicenza, venerdì gli restituivamo il favore ai quarti di finale. Di giochi, al malcapitato argentino, ne lasciavamo addirittura quattro, giocando forse il miglior tennis degli ultimi mesi. Un tennis talmente aggressivo e preciso da far alzare le braccia al cielo al mancino di Rosario, incapace di trovare efficaci contromisure all’atteggiamento convinto e ai fendenti del tennista azzurro.

Salvatore Caruso, foto Roberto Dell'Olivo

Salvatore Caruso, foto Roberto Dell’Olivo

Quello di Umag si stava dunque prefigurando come “il torneo della rivincite”, né più né meno. L’itinerario dei cinque amici era, nell’eventualità, già segnato: partenza alle sette del mattino della domenica, traversata del Nord-Est e della Slovenia, arrivo a ora di pranzo, incontro con Salvo e il suo coach, il gentilissimo Paolo Cannova, e poi tutti a tifare Caruso dalle 20 in poi. E lunedì mattina, come saremmo andati a lavorare? Dettagli, ci avremmo pensato dopo, ora non era il momento.

Macché, tutte favole: non avevamo fatto i conti con l’avversario della semifinale, uno che ad aprile aveva fatto finale al Masters 1000 di Montecarlo, che qualche settimana più tardi aveva costretto Sascha Zverev al quinto set sulla terra che conta di più, quella del Roland Garros. Stavamo correndo un po’ troppo forse, ma soprattutto non avevamo fatto i conti con l’imprevedibilità, con l’altra faccia, quella oscura, di questo sport.

Non volevamo illuderci, ma “Sabbo” era partito in quinta anche nel match di sabato. Noi, chiaramente, alle otto in punto di sabato sera eravamo tutti incollati al televisore: pronti via, break al terzo gioco, Lajovic annaspava e il nostro, come per tutta la settimana, era ancora una volta padrone del campo. Il sogno cominciava a prendere forma, anche perché Salvatore Caruso da Avola, il paese delle mandorle in provincia di Siracusa, avanti cinque giochi a quattro, si procuraval’opportunità di servire per il primo parziale nel decimo game. E proprio qui subentrava puntuale l’altra faccia, quella che il buon Woody Allen rende benissimo in “Match Point” con la metafora del nastro: sul 30-40 un rovescio del tennista avolese atterra in corridoio, a pochi millimetri dalla riga del singolo. La palla è fuori, ma non viene giudicata “out”, Lajovic non indugia e incrocia di diritto, un diritto che termina di poco largo. A questo punto il serbo ci ripensa e chiede lumi su quel rovescio su cui prima non si era soffermato, tra i fischi generali del Goran Ivanisevic Stadium: il giudice di sedia accoglie le richieste del balcanico, la palla di Caruso èeffettivamente out ed è quella che, purtroppo, gli costa il contro-break. Il tennis è spesso questione di attimi: cinque pari. Lajovic ritrova fiducia e in parte i propri colpi, ma nel gioco successivo è ancora Salvo, per niente intimorito, a guadagnarsi una nuova opportunità di break: niente da fare, il giocatore di Belgrado la sventa pulendo le righe e, qualche istante più tardi, mette a segno il punto del 6-5. L’inerzia del match passa dall’altra parte, ma il valore del siciliano non si discute, adesso è un match alla pari.

Solo in teoria, però, perché nella pratica bisogna fare i conti, nel tennis e nella vita, con fattori che non possiamo controllare: sul 5-6, 0-15, su un affondo dello sfidante Salvo accusa un fastidio alla coscia sinistra nel tentativo di recuperare. Zoppica, il problema è evidente, è costretto a fermarsi. Una vistosa fasciatura, la smorfia di dolore che dice tutto: rientra in campo, ma il destino è già stato scritto. Perde il set ma trova la forza per iniziare il secondo: al terzo punto viene scavalcato da un lob dell’avversario, la fatica negli spostamenti è evidente, non prova nemmeno a voltarsi. Decide di alzare bandiera bianca subito dopo, avvicinandosi mestamente alla rete: è la parola fine di una settimana straordinaria, di un crescendo continuo che l’ha condotto fino alla prima semifinale ATP in carriera.

Adesso, sperando che l’infortunio non sia nulla di grave, per Salvatore una porta aperta direttamente per il tabellone principale di Amburgo: lo attende Juan Ignacio Londero, nel frattempo finalista a Bastad, per l’esordio in un ATP500 che vanta nel proprio albo d’oro nomi del calibro di Roger Federer, Rafael Nadal, Ivan Lendl e Stefan Edberg. Per i cinque amici niente viaggio della speranza fino a Umag, domenica giocheranno a Pisa. Tuttavia, una certezza: forse non in Croazia, magari non sulla terra, perché Salvo esprime un gran tennis su qualsiasi superficie, ma sono sicuri di rivederlo presto dal vivo, in altre finali e in palcoscenici ancora più importanti.

Sorridere sempre, anche alla sfortuna. Next stop: top-100.

© riproduzione riservata

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *