Vagnozzi: “Sinner è in evoluzione, può ancora migliorare tanto”

Francesco Bruni
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Jannik Sinner e Simone Vagnozzi - Foto FELICE CALABRO'

Se lo Jannik Sinner tennista fosse un’opera d’arte, Simone Vagnozzi e Darren Cahill sarebbero sicuramente gli scultori, coloro che hanno scolpito tante parti del blocco di marmo nei minimi dettagli per realizzare qualcosa di apparentemente perfetto. Un lavoro lungo e meticoloso che continua ancora oggi, alla vigilia di un nuovo torneo come il Masters 1000 di Madrid, dove l’azzurro sarà impegnato questa settimana.

LA SCELTA DI MADRID

Proprio in vista dell’appuntamento spagnolo, Vagnozzi ha fatto il punto in un’intervista a La Gazzetta dello Sport, rassicurando tutti sullo stato di forma del suo giocatore: Abbiamo avuto tanto tempo per allenarci a Indian Wells e siamo preparati”, apre il coach. “Jannik già durante Montecarlo è sempre stato meglio col passare del tempo. Se non fossimo venuti a Madrid, sarebbe passato troppo tempo tra quel torneo e Roma. Lui sta bene, non c’è da preoccuparsi”.

Madrid e Roma sono due tra i più grandi appuntamenti della stagione su terra battuta, ma la loro vicinanza in termini temporali fa sì che diversi giocatori, per preservarsi fisicamente in vista del Roland Garros, siano costretti a scegliere se giocarli entrambi o soltanto uno. Con Sinner il problema, almeno per il 2026, non si pone: Non c’è miglior allenamento della partita”, chiarisce Vagnozzi. “Quando un giocatore vince e gioca bene spreca meno energie. Puoi allenarti tre mesi benissimo, ma se arrivi alla prima partita senza ritmo, sprechi più benzina di uno che è in fiducia. Bisogna trovare equilibrio, essere flessibili, adattarsi”.

Un torneo che si preannuncia lungo per il numero uno del mondo, ma è tutto compreso nel programma: “Vediamo quando finirà qui il torneo e, in base a quello, programmeremo gli allenamenti. Abbiamo fatto questa scelta perché crediamo sia la migliore per tutta la stagione sulla terra”.

IL RITORNO AL N.1

Tornare in cima alla classifica era uno degli obiettivi stagionali dell’altoatesino e riuscirci davanti al pubblico italiano ha tutto un altro sapore.  La reazione di Sinner è stata eloquente: È stato l’insieme di tante piccole cose: è stato il primo torneo importante sulla terra, negli anni era stato un po’ sfortunato, aveva sempre giocato bene ma senza riuscire a portarlo a casa. Poi la finale con Carlos, la lotta per il numero uno…”, dice Vagnozzi, che poi ricorda la sospensione del 2025. “Certo, quello che conta è la fine dell’anno, ma tornare numero uno dopo i tre mesi senza giocare è stato importantissimo. E poi la festa del pubblico italiano, che era la quasi totalità. Tutto questo ha reso il momento molto emozionante per tutti”.

Con Alcaraz ai box per infortunio, si aprono voragini nei tabelloni dei tornei, ma l’assenza del grande rivale, al contrario di quanto si potrebbe pensare, non fa tanto piacere al team di Sinner: “È sempre successo nelle rivalità che qualcuno abbia acciacchi, anche con i Big Three. Vincere una finale con Carlos in un torneo importante dà una sensazione diversa, perché ti mette in difficoltà e ti spinge a migliorare, osserva Vagnozzi, che, in passato, sulla panchina di Sinner, aveva già vissuto situazioni simili. “Vai in campo e capisci su cosa lavorare. È successo anche con Medvedev e con Djokovic. I grandi campioni ti costringono sempre a trovare soluzioni”.

L’IMPORTANZA DI UN TEAM CONSOLIDATO

A differenza del fenomeno spagnolo, però, è raro vedere l’azzurro fuori dai radar del circuito a causa di problemi fisici. Siamo partiti da una buona base, poi un team di altissimo livello e magari anche un pizzico di fortuna”, specifica l’allenatore. “Questi ragazzi si allenano 300-320 giorni l’anno, colpiscono tantissime palle e il gioco è sempre più intenso. È impossibile dire ‘facciamo così e non succederà nulla’, ma lavoriamo con grandi professionisti”.

Dietro ai risultati, però, c’è soprattutto l’equilibrio di un team che negli anni ha trovato una sintonia rara nel circuito. Un’intesa che si è consolidata ulteriormente con l’arrivo a Madrid di Darren Cahill, presenza costante al fianco di Sinner: Penso che sia stato fondamentale che tra noi non ci sia mai stato un numero uno o numero due”, spiega Vagnozzi. “All’inizio ci siamo conosciuti, poi abbiamo condiviso la stessa visione su Jannik. Abbiamo capito dove lavorare ognuno nel proprio ambito. A volte, un po’ come nei matrimoni, è necessario fare un passo indietro per far funzionare le cose…”.

Un rapporto solido, destinato però a cambiare a fine stagione, quando Cahill dovrebbe lasciare il team: Io spero che non se ne vada… Anche se non è sempre facile lavorare in due, ognuno ha il proprio ruolo”. Un ruolo che, nel caso di Vagnozzi, è ben definito:Io sono il severo, sono quello che deve dire le cose scomode. Il poliziotto cattivo, diciamo. Darren è più allegro, quello che stempera le tensioni”.

L’EVOLUZIONE DI JANNIK

Alla base della crescita di Sinner, però, non c’è alcuna formula segreta: “Non esiste la bacchetta magica. Serve visione a lungo termine. Devi pensare a che giocatore vuoi nell’arco di due o tre anni e lavorare in quella direzione”. Un percorso iniziato nel 2022 e costruito passo dopo passo: “Noi ci siamo messi in gioco da subito toccando tante cose, è stato un rischio, poteva anche non andare bene. Invece, con pazienza, fatica e costanza siamo arrivati fin qui. Ma Sinner è ancora un giocatore in evoluzione, non è ancora al massimo del suo potenziale”.

Le aspettative, inevitabilmente, portano con sé anche critiche e momenti di pressione, come dopo le sconfitte di Melbourne e Doha: Fanno parte del gioco. Quando abbiamo iniziato ci si chiedeva se potesse vincere ancora, poi se sarebbe diventato numero 1. Adesso sembra tutto normale e scontato, ma la sconfitta fa parte del gioco”.

E dietro il numero uno del mondo c’è prima di tutto un giovane: “Un ragazzo di 24 anni a cui piace divertirsi, stare con gli amici, fare scherzi. Poi mette la massima serietà quando gioca o quando si allena, ma fuori dal campo è gioioso e ama fare una vita normale”.

IL FUTURO

Uno sguardo anche al futuro, personale e professionale: “Al momento no, ma magari Jannik potrebbe aver voglia di cambiare prima o poi, di non sentirsi dire le cose sempre dalla stessa persona”. E un modello chiaro di riferimento: “Penso che i grandi coach siano quelli capaci di ottenere grandi risultati con diversi giocatori. Come Darren, ad esempio”.
Infine, il ricordo di quando tutto è iniziato, quando il talento di Sinner era ancora tutto da plasmare ma già evidente agli occhi degli addetti ai lavori: “Già prima di allenarlo. Guardando gli altri giocatori immagino sempre cosa avrei potuto fare con loro. In lui vedevo qualità incredibili. Non sbagliavo”.

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