1998, Tieleman quasi re al Queen’s Club

di - 20 Giugno 2015

Tieleman

di Alessandro Mastroluca

Quando eravamo (quasi) re al Club della Regina. È un figlio d’Europa a rendere azzurra l’erba del Queen’s nell’estate del 1998. Mentre sui prati francesi l’Italia si sforza di dimenticare la mezza figuraccia col Cile all’esordio mondiale e il rigore regalato a Baggio, un francofono figlio d’Europa si prepara a giocare la finale del Queen’s. È Henri August Laurence Tieleman, mamma romana (Mirella Gargari) che ha sposato un olandese, Henri, impiegato pure lui a Bruxelles al MEC, il Mercato comune europeo, poi alla CEE.

Capelli biondi, occhi azzurri, juventino dalla erre arrotata e dalla volée facile, gioca per l’Italia ma l’italiano è la sua quarta lingua, e si sente. “Lo parlavo coi cugini di Assisi nei due mesi estivi laggiu’ e lo tengo vivo con nonna Nini, che cucina benissimo e vive a Venezia, ma a casa nostra si parlava francese” spiega in un’intervista dell’epoca alla Gazzetta dello Sport. Al Palazzo del ghiaccio di Neuchatel nel 1999, diventerà il 56mo giocatore a rappresentare l’Italia, anche perché la federtennis olandese non lo voleva (avevano già Krajicek, Haarhuis e Koevermans) e quella belga non gli interessava. A 16 anni, la FIT lo corteggia, ma senza troppa convinzione. “Giocavo l’ Avvenire a Milano, proprio Bertolucci mi segnalò a Panatta. Mi chiamarono al centro federale di Roma, ma non ci accordammo spiegava alla Gazzetta. “Non ho mai saputo qual era la mia vera nazionalita’ , non ho mai giocato per nessun Paese, e ho aspettato tutta una vita di provare quest’ emozione, di sentire l’ inno della patria e difendere una bandiera. Ecco, finalmente ci sono: ho la risposta che cercavo. Sono italiano”. Ritrova Roger Federer, e sembra un segnale positivo. L’ha battuto qualche settimana prima in semifinale al Challenger di Heilbronn, che lo porta a rompere il muro dei primi 100 del mondo: è il primo italiano a sconfiggerlo nei tornei professionistici, solo altri cinque seguiranno.

Almeno, un genitore italiano ce l’ha davvero, al contrario dell’italianizzato Martin Mulligan, finalista a Wimbledon e tre volte vincitore agli Internazionali di Roma, esperimento di naturalizzazione iniziato e presto finito dopo la sconfitta a Barcellona contro lo spagnolo Gisbert in un incontro decisivo che avrebbe dovuto vincere. Una storia più vicina a quella dei pionieri del nostro tennis, al triestino Hubert De Morpurgo, che era cittadino asburgico, come i fiuman Orlando Sirola e Gianni Cucelli, che di cognome faceva in realtà Kucel. Una storia che lo avvicina a Nicola Pietrangeli, nato a Tunisi, da madre russa e padre italiano, che al momento di scegliere tra il passaporto francese e quello italiano, per fortuna scelse il nostro.

In quegli splendidi dieci giorni al Queen’s, parte dalle qualificazioni, che supera battendo Takao Suzuki, Osorio, e Nainkin. Nel main draw, elimina Stoltenberg e Lareau, approfitta del ritiro di Rudesdski ai quarti di finale (sul 2-2), e nei quarti vince in rimonta su Tim Henman e in semifinale si ripete ancora, contro Byron Black. Fanno sei successi su sei partite dopo aver perso il primo set in un solo torneo. L’erba, al 26enne belga che due settimane prima perdeva dal numero 607 del mondo in un Challenger, è sempre piaciuta: terzo turno a Wimbledon nel 1993, il torneo dove ha sempre sognato di far bene fin da bambino, onorevolissima sconfitta 11-9 al quinto con Kafelnikov l’anno dopo.

Mamma Mirella non vuole che il figlio, appassionato lettore anche sul circuito, diventi tennista. “Abbiamo fatto di tutto per contrastarlo” dichiara, come si legge in un articolo di Gianni Clerici, “ma sa come finiscono queste cose. Se la vocazione è autentica, non ci sono genitori che tengano”. Suo padre lo porta al circolo Chateau St. Anne di Bruxelles, ma a 13 anni Laurence capisce che il tennis si impara in un altro modo. Vuole andare all’Annademia di Nick Bollettieri. “Ci ha piantato una grana” racconta la madre a Roberto Perrone del Corriere della Sera nel ’93. “Per un anno abbiamo resistito, poi ci siamo arresi. Era l’ unico modo per farlo studiare fino al diploma. Se n’è andato di casa a 14 anni e non l’abbiamo più visto”. In Usa, finisce l’high school e fino ai 18 anni resta a Bradenton. Nel 1992 comincia ad allenarsi con Peter Fleming, lo stesso Fleming che diceva “La miglior coppia di doppio al mondo è John McEnroe con chiunque altro” negli anni in cui si trovava nel ruolo del “qualcun altro”. Nel ’93, raccontava alla vigilia della sfida di Davis, “in 6-7 mesi sono passato dal n. 250 al 130, poi lui non poteva seguirmi dovunque e aveva il business del golf per cui ci siamo persi”. Si ritrovano ad aprile del 1998, due mesi prima del Queen’s.

In finale affronta Scott Draper, “Comeback Kid” come l’ABC ha scelto di intitolare un documentario sulla sua vita e sulla sua carriera, certo non a caso. Nel 1992, dopo il titolo in doppio junior a Wimbledon, la pressione e le aspettative lo mandano in tilt. Letteralmente. Per nove mesi, combatte una forma di disordine ossessivo-compulsivo. Poi, durante un torneo satellite a Sydney, capisce che non può più andare avanti così: non guarisce, ma impara a tenere la sindrome sotto controllo, E nel 1995, praticamente da zero, entra in top-100.

Non è un periodo facile per Draper, che ha battuto in semifinale Mark Woodforde e si prepara alla seconda finale in carriera nel circuito maggiore dopo quella persa a Adelaide l’anno prima, ma ha un segreto. La moglie, Kellie, ha la fibrosi cistica. “Gli amici stretti sapevano che era malata, ma molti altri no” racconterà anni dopo. “Non voleva far preoccupare gli altri, poi molti non lo sapevano anche perché non parlavamo di queste cose, era un po’ come un tabù”. Kellie morirà un anno dopo, Scott sarà vedovo a 25 anni e trova conforto nelle lunghe partite a golf con l’amico Jason Stoltenberg. “Dovevo trovare una ragione per dirmi che andare avanti con la mia vita non era sbagliato” dirà: per arrivare a questa consapevolezza, passeranno due anni.

È numero 108 del mondo, l’australiano, che salirà al massimo al numero 42 nel maggio del 1999. Come Tieleman, si interessa di psicologia, e non è un dettaglio secondario quando affronti un avversario alla prima finale ATP in carriera, che non era nemmeno mai arrivato oltre i quarti di finale nel circuito maggiore. Nel primo set, Laurence ha avuto qualche problema al servizio solo nel dodicesimo game, da 12 punti. Ha tenuto i suoi turni di battuta meglio dell’avversario, ma al tiebreak spesso vince chi risponde meglio. Ed è proprio una risposta di dritto dell’australiano che la differenza: Draper allunga 6-3 e chiude 7-5 al terzo set point. Fisiologico il passaggio a vuoto all’inizio del secondo, con il doppio fallo sulla palla break a sancire la resa nel primo game. Draper non concederà alcuna chance di controbreak e vince così il suo primo, resterà anche l’unico, titolo ATP in carriera.

Due anni dopo, nel 2000, l’Italia tornerà a “quasi-regnare” nel Club della Regina. Merito di Davide Sanguinetti e Gianluca Pozzi, che arrivano in semifinale grazie alle vittorie, nei quarti, su Andrei Pavel e Marat Safin. Ma è il quarto di finale del barese a restare negli annali. Anche se per ritiro di Agassi, frenato dagli spasmi alla parte bassa della schiena che hanno segnato tutta la sua carriera, Gianluca Pozzi è il più anziano a battere un numero 1 del mondo dal 1980, quando le classifiche vengono aggiornate a cadenza settimanale.

L’azzurro ha vinto a 34 anni e 363 giorni, e nemmeno Tommy Haas, che ha sconfitto Djokovic a Miami il 26 marzo 2013 a 34 anni e 357 giorni, riesce a superarlo. Non è un record assoluto, però. A Wimbledon 1974, a 39 anni e 8 mesi, Ken Rosewall ha sconfitto il n. 1 John Newcombe nei quarti. Ma in tutto l’anno, in quel 1974, il ranking viene aggiornato solo 11 volte, e mai dal 3 giugno al 29 luglio. Non sarà felice, comunque, il 35mo compleanno di Pozzi, sconfitto da Hewitt mentre Sanguinetti perderà con Sampras. Gli ultimi quasi-re azzurri nella Perfida Albione.

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