A.A.A. Coach Italiani Cercansi

di - 8 Dicembre 2007

 

di Roberto Commentucci

Negli ultimi anni sta crescendo il numero dei tennisti azzurri di vertice che ricorrono ad una guida tecnica straniera. Il fenomeno, da tempo diffuso fra le donne, sta prendendo piede anche fra gli uomini, in particolare fra i giovanissimi. Dopo Francesca Schiavone e Maria Elena Camerin, seguite dall’argentino Daniel Panajotti, dopo Flavia Pennetta, che ha da tempo al suo angolo lo spagnolo Gabriel Urpi, quest’anno è stata la volta di Fabio Fognini, che dopo la rottura del rapporto con il suo coach storico, Leonardo Caperchi, ha iniziato una proficua collaborazione con il giovane tecnico iberico Oscar Serrano. Negli ultimi giorni, si rincorrono voci che parlano di un contatto tra la Fit ed Eduardo Infantino, esperto coach argentino vicino a Piatti, già allenatore di Omar Camporese, che dovrebbe iniziare ad assistere il giovanissimo Thomas Fabbiano. (La notizia è stata riportata anche da Vittorio Campanile sul suo blog).
Eppure, da più parti si sente affermare che in Italia i bravi tecnici non mancano, che ci sono tanti buoni allenatori, che non abbiamo nulla da invidiare agli stranieri, eccetera. Ma è davvero così? O le cose, a ben vedere, stanno diversamente?
Andiamo con ordine.
In Italia, la grande rivoluzione della tecnica di gioco e delle metodologie di allenamento che ha enormemente cambiato il tennis a partire dagli anni ’80 è arrivata solo di recente, a causa della storica arretratezza in cui è stato lasciato il settore tecnico della FIT durante la nefasta era Galgani. Ancora a metà degli anni ‘90, i manuali tecnici federali prevedevano l’insegnamento di impugnature e gesti poco distanti da quelli dei tempi di Panatta e Pietrangeli (vedere il drittino di Luzzi per credere..). La nuova tecnica, il nuovo verbo, sono stati portati in Italia da pochi, volenterosi tecnici autodidatti, come Massimo Sartori, da personalità storicamente invise alla FIT, come Castellani, da coraggiosi emigranti, come Rianna, (che ha imparato il mestiere da Bollettieri), o ancora da pragmatici e laboriosi uomini di campo, come Pistolesi. Solo da pochi anni, finalmente, la FIT ha iniziato ad ammodernare la tecnica di insegnamento sin dalla base, e sta cercare di riconvertire, con fatica, i vecchi maestri.
Da questo ritardo è derivata una strutturale mancanza di know-how aggiornato. Per lunghi anni, siamo stati, dal punto di vista tennistico, un paese sottosviluppato: il nostro settore tecnico era come una marina da guerra che si ostinasse a produrre vascelli a vela nell’era del ferro e del vapore.
Ma questo non è il solo punto di debolezza.
Nel recente passato le nazioni storicamente forti, come la Francia, la Spagna, la Repubblica Ceca hanno prodotto un gran numero di giocatori professionisti di medio e alto livello, che a fine carriera si sono tramutati in eccellenti coach, mettendo a disposizione dei giovani di quei paesi l’insostituibile esperienza maturata sul circuito.
Da noi, non solo i tennisti professionisti sono stati un numero minore, ma molti di questi hanno preferito prendere strade diverse, spesso più comode. Se un Gaudenzi, uomo di carattere, cultura e ambizione, ha intrapreso con successo la carriera di manager, altri, come Pescosolido e Santopadre, hanno preferito la confortevole posizione di direttore tecnico nel circolo alla moda sotto casa, piuttosto che sfidare i disagi della vita nomade e fare il coach di un giovane tennista con prospettive.
Per tutti questi motivi, a mio avviso oggi come oggi in Italia i tecnici veramente bravi, in grado di seguire con professionalità ed efficacia un giovane professionista nel circuito, sono molto pochi. E quei pochi sono già impegnati.
E si, perché dopo una lunga crisi, nelle ultime 4-5 anni stagioni, il nostro movimento è tornato a crescere. Sebbene manchi un atleta di vertice, il tennis italiano è tornato ad avere una rappresentanza importante di atleti in grado di partecipare alle prove dello Slam. Ormai tra uomini e donne riusciamo stabilmente a piazzare 13-15 tennisti nei tabelloni dei majors. Questo significa un fabbisogno di altrettanti coach qualificati, e quindi quelli che abbiamo già non bastano. E non è tutto: la crescita del movimento, fortunatamente, anche per merito della nuova Federazione, sembra destinata a continuare, atteso che, finalmente, il nostro rifondato settore giovanile sta ricominciando a sfornare ragazzi promettenti con una certa regolarità, sia fra i maschi, sia soprattutto fra le ragazze. Nei nati fra l’89 e il ‘93 vi sono moltissimi giovani che possono ambire a diventare dei buoni professionisti.
E allora, il rischio è questo: la mancanza di un numero sufficiente di bravi tecnici, in grado di inserirli nel circuito pro, rischia di costituire un grave ostacolo all’ulteriore espansione del nostro movimento.
Ne emerge la necessità di una risposta da parte della Dirigenza Federale.
A mio avviso, le strade sono due. Se le cose continueranno così, diventeremo sempre più un paese importatore di allenatori, e faremo molta fatica per recuperare il terreno perduto. In alternativa, potremmo cercare di mandare fuori qualcuno ad imparare e fare le necessarie esperienze nelle realtà estere più evolute.
 A mio avviso, la FIT potrebbe selezionare, tra alcuni buoni ex seconda categoria, un piccolo numero di giovani tecnici capaci, ambiziosi e motivati, e mandarli a fare esperienza presso le più moderne accademie e federazioni estere, seguendo come esempio il percorso professionale di Rianna. Potrebbero essere istituite presso la Scuola Nazionale Maestri delle “Borse di Studio” all’estero, da destinare ai più meritevoli. Questi, una volta tornati, potrebbero costituire lo “zoccolo duro” di un team di allenatori a cui affidare i nostri giovani talenti.
Mi rendo conto che il bilancio federale non è ricco. Ma si tratterebbe, a mio avviso, di un investimento davvero produttivo.

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4 commenti

  1. Alberto

    Pezzo scritto molto bene,complimenti. Lo condivido abbastanza. Dico abbastanza perché io conosco alcuni maestri, e ne conosco parecchi, che si aggiornano continuamente su metodologie di allenamento, comprese molte “straniere”. Credo che allenatori all’altezza ce ne siano ma forse non sono molto conosciuti. In linea di massima però sono d’accordo con l’articolo di Commentucci

  2. Valerio

    Amen! Diciamo che il materiale c’è, va lavorato. Aggiungo che a livello di CONI il nostro beneamato sport è un po’ troppo ignorato e ancora troppo spesso i “non-ancora-campioni” sono sotto mecenatismo privato.

  3. Nikolik

    In effetti, hai ragione quando affermi che di coach italiani disponibili a seguire un giovane nel circuito internazionale non ve ne sono poi molti.
    Diversa è, invece, la situazione se si guarda ai tecnici che possono seguire un giovanissimo nei suoi primi anni agonistici (diciamo fino ai 15-16 anni): ragionevolmente, si può affermare che sono molti i tecnici italiani, ed i circoli (o accademie che dir si vogliano), di livello, sono tanti gli ex prima categoria che fanno i maestri e che possono dare insegnamenti di livello. Ve ne sono in tutte le regioni, diversi.
    Costoro, però, non hanno volontà di seguire 20-30 settimane all’anno, all’estero, il loro allievo, e quando l’allievo raggiunge certi livelli (top 300) è chiaro che quest’ultimo deve rivolgersi a qualcuno che lo segua sempre, con costanza.
    Pertanto, ritengo che i nostri giovani campioni, almeno finché non diventano professionisti sul serio e non cominciano a fare attività internazionale in modo intenso, hanno la possibilità di trovare in italia un circolo ed un tecnico di grande livello, ce ne sono molti.
    Francamente, non capisco questa mania di andare da Bollettieri, o, comunque, in academy estere, a 14-15 anni: a quell’età, io ritengo che non vi sia alcuna necessità di andare ad allenarsi all’estero, dopo sì.
    Penso proprio che questi ragazzi, ed i loro genitori, si prendano così delle grandi fregature economiche, ma sai com’è Roberto: questi genitori investono tantissime aspirazioni, tantissimi sogni, anche quattrini, sui loro figli e, quando a 14-15 anni cominciano a perdere con regolarità, perché cominciano a giocare con ragazzini che si allenano tutti i giorni come loro, e non solo 2-3 volte a settimana, non hanno la lucidità di mollare tutto e iscrivere i loro figli a scuola, li mandano ad allenarsi all’estero, con allegata la Sindrome del Complotto: è la federazione che non capisce mia figlia, lei è una campionessa, in Italia la boicottano, perde perché le altre sono favorite e raccomandate…
    Quante ne ho viste di scene così Roberto, quante ne ho viste…
    E, soprattutto, quante continuo a leggerne, nei vari blog.

  4. harrow

    Pezzo molto interessante Alessandro. Ti voglio solo raccontare un aneddoto. Sono amico di un giocatore italiano che frequenta sopratutto challenger. Durante un torneo, doveva affrontare un giocatore tosto ed il passaggio del turno in caso di vittoria avrebbe avuto effetti molto positivi sulla sua classifica. Prima del match, scambio con lui qualche parola, e gli chiedo del suo coach in quanto non lo vedo, lui mi risponde che il giorno prima è partito per una crociera…………..ogni commento è superfluo!Ciao Alessandro

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