Cercasi Coach Disperatamente..

di - 12 Dicembre 2007

di Cesare Veneziani

Dopo l’editoriale di Roberto Commentucci “Coach Italiani Cercansi“, un altro collaboratore di Spazio Tennis, Cesare Veneziani, risponde..

Rispondo a Roberto Commentucci su alcuni punti del suo ultimo articolo, quello che riguarda i coach italiani (o la mancanza di essi).
Da addetto ai lavori – non sono un coach, non ancora, ma un umile allenatore – sento il dovere di allargare il discorso.
Premetto che ho trovato l’articolo estremamente interessante e dettagliato, figlio di una penna competente.
La prima cosa che voglio sottolineare è che in giro ci sono una serie di allenatori italiani molto validi che vengono stranamente trascurati, vuoi perchè troppo eccentrici, vuoi perchè severi, vuoi perchè troppo giovani. Il primo nome che mi viene in mente è quelllo di Marco Tavelli, stimato coach bresciano attualmente in Spagna con Mantilla e dimenticato dal panorama italiano (almeno per ora). Peccato, lo reputo essere un ottimo coach.
Altro aspetto importante è la disponibilità che il giocatore italiano mette nelle mani di un qualsiasi coach straniero. Perchè? Perchè NON ITALIANO, quindi “giudice” più attendibile e, diciamolo, più affascinante. L’ho riscontrato spesso: i genitori sono i primi a perdere la testa alla vista di un allenatore argentino o spagnolo. Sarà per il modo di parlare, sarà per i finali arrotondati o per la scarpa slacciata…è così.
Sulla FIT: perchè invece di formare i giovani tecnici con visite più o meno lunghe in accademie estere, cosa che POSSIAMO fare privatamente, non li forma dentro una sua propria (grande) accademia? Magari potrebbe costruirla a Roma, sulle rovine del tre fontane……alla lunga spenderebbe meno e guadagnerebbe di più.
Hai ragione da vendere, caro Roberto, quando parli di alcuni ex pro con poca voglia di lavorare, ma è un loro diritto, no?
Comunque sia non è necessario, per allenare ad alto livello, essere stato prima categoria. Aiuta certo, ma non è tutto. Perchè spesso l’ex professionista fa grande fatica a staccarsi dalla propria immagine di giocatore e finisce per arrancare alla ricerca della sua nuova identità di coach.
Un ultima riga riguarda i giocatori: è giusto che abbiano la libertà di scegliere e, verosimilmente, di cercare la strada che più gli si confà: che porti essa a Roma o a Madrid, speriamo che serva a far uscire un “Raffaello Nadalo!”

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2 commenti

  1. Valerio

    Sarò pedante, ma di coach italiani di buon livello ce ne sono a bizzeffe. Manca la concezione di tennis come sport “importante” a livello nazionale. Solo quando qualcuno si accorgerà di questa svista, e si ricorderà che il tennis italiano non finisce a maggio con il torneo di Roma potremmo essere sulla strada giusta per creare un’alternativa alla fuga di “manici” italiani.
    Questo significa più soldi, investimenti per i circoli, ampliamento del tirrenia (abbiamo questo, inutile costruirne un altro) e corsi per maestri più specifici un po’ come fa la ATP, dai dottori ai raccattapalle.

  2. roberto

    Ringrazio di cuore Cesare per i complimenti. Trovo molto interessante il suo contributo, in particolare quando parla dei tecnici italiani “poco noti” e della tendenza alla esterofilia di giocatori e di genitori di giovani agonisti. Credo che questo sia il in parte anche il retaggio di tanti anni di fallimenti. All’estero non devono dimostrare nulla, sono abituati a vincere. Noi invece dobbiamo dimostrare tutto, sia abituati a perdere, e c’è più pressione su tutto e tutti e questo vale anche per i coach(il primo caso che mi viene in mente è quello di Caperchi con Fognini). Sono d’accordo sul discorso 1a o 2a categoria, ma solo in parte: molti ritengono che il coach di un giovane, ad esempio, debba poter stare in campo con lui, facendogli anche da sparring. Inoltre, la conoscenza diretta del circuito Atp costituisce un preziosissimo patrimonio di esperienze per gestire situazioni, emozioni e stress. Infine, sarei d’accordo sul discorso del centro di formazione in italia, ma temo che sarebbe soggetto ad una precoce obsolescenza di tecniche e metodologie, come l’esperienza passata ha dimnostrato quando si è voluto fare qualcosa di simile, anche in altri settori.

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