L’Incendiario ed il Pompiere

di - 9 Dicembre 2010

di Mario Polidori

E’ un po’ che non ho molto tempo per seguire le vicende del blog, per impegni che mi assorbono diversamente.
Sono anche più stanco per le incombenze e le cose da fare, per cui sono meno paziente e probabilmente ancora meno oggettivo. Questi sono i momenti in cui faccio il bilancio, smetto di pensare alle chiacchiere, che sono sempre le stesse, scopro che le si fanno soltanto per il gusto di farle, quando non vengono fatte soltanto per speculazione, e scopro che le verità restano sempre le stesse, niente cambia il corso della storia e degli eventi, pochissimo incidono i nostri impegni, le nostre elucubrazioni, i nostri sforzi per cambiare il mondo, ma spesso ci dimentichiamo che non è così facile farlo, e molto più spesso crediamo di essere abbastanza strutturati per riuscirci davvero.

Non è così, banalmente più siamo strutturati e meno riusciamo ad essere utili ad una causa, soprattutto se si tratta di nostro figlio. Abbiamo combattuto e spesso perso le nostre guerre e ne abbiamo ricavato un’esperienza che facciamo pesare sulle anime dei nostri ragazzi, che si troveranno a combattere la loro guerra, che però è sempre un’altra guerra, è sempre profondamente diversa dalla nostra.

Mi viene spesso da pensare alla semplicità, a quanto è più frequente che nasca un campione da una persona semplice ed umile, che partecipa osservando le grandi capacità del figlio, che riesce a non travalicare le sue competenze ed i suoi schemi mentali, che sta zitto, salvo dare i principi, i valori, e poi impara da lui.
Mi viene da fare una similitudine, la nemesi del figlio di laureati che deve diventare laureato a sua volta, quello che a scuola deve primeggiare perché suo padre, pur provenendo da famiglia bene, è stato una testa di cazzo, libero di esserlo non per ignoranza dei suoi genitori, ma piuttosto per indovinato senso della vita, ha fatto un sacco di cazzate e si è trovato poi male o peggio ancora vive di rimpianti. Quella testa di cazzo era la prima generazione del benessere, che adesso riscopre la parte intelligente dell’infanzia e pensa di avere la patente, la targa per propinarla, senza che gli si possano fare obiezioni, magari aggiungendo che la sostanza del proprio pensiero è quella di far del bene.

Ma a fare del bene si rischia di far del male, diceva mia nonna, ed aveva ragione, ed alla domanda di cosa bisognasse fare rispondeva che in questi casi non bisogna pensare né di far del bene né di far del male, non bisogna far nulla, per non condizionare scelte, per non ricattare, anche non volendo, moralmente nessuno, per non mettergli addosso il peso di quanto siamo previdenti ed intelligenti noi, e lasciare a lui e a Dio, o qualcosa di simile, di provvedere al futuro.

Se si trova in difficoltà dobbiamo essere al suo fianco e dargli forza, lasciare che sia lui a trovare la soluzione e vigilando soltanto sui suoi maestri, sulla percezione che lui ne ha, e sulle situazioni che vengono generate dal suo percorso, ma come un fido assistente, un gregario importante, un silenzioso baluardo della sua lotta contro il nemico.

Dobbiamo lucidare la sua armatura, controllare che la sua spada sia forgiata con il miglior acciaio disponibile, fornirgli se occorre i valori della battaglia, fargli amare quello che ha scelto di fare.
E mai dargli la percezione che se fossimo al suo posto noi faremmo scelte diverse dalle sue, perché così spegniamo la sua responsabilità e la sua gioia di combattere, perché così avrà la nostra ombra a seguirli sempre, che pian piano, in caso di errori, finirà per schiacciarli e per fargli scegliere di combattere qualche guerra in cui noi non possiamo essere presenti.

Perché quello che hanno scelto di fare lo fanno anche perché noi siamo orgogliosi di questo e deve sentire che soltanto lui potrà darci la gioia della vittoria, non di essere la nostra longa manu.
Troppo spesso sembriamo dei fabbri che stanno costruendo l’arma per sconfiggere il nostro nemico.
Non lo facciamo scientemente, non tutti perlomeno, ma lo facciamo e basta, ci incappiamo.
Tutto quello che possiamo sicuramente fare è giocare e forse vincere, non ipotecare sulla carta il futuro di nessuno, ed ogni volta che non facciamo bene i conti con l’Oste veniamo puniti.

In una mail privata con Stefano Grazia, parlando dell’abbandono di Nicholas, ho fatto riferimento alle diverse fasi del tennis, cioè che ad ogni tappa d’età corrisponde un’abilità ed una capacità, non è detto che si abbiano tutte, e ciò giustifica magari il fenomeno precoce o quello tardivo, ognuno ha in sé capacità diverse.
Ho detto anche che per un ragazzino di 13 anni sveglio, il Quinzi della situazione (solo come esempio di dedizione utile all’esposizione) che non vede altro a quell’età, gli appare come il secchione nella scuola tradizionale, e l’immagine è più vera di quanto si possa pensare o disposti ad ammettere, ed allora mi viene in mente che l’unica strada da percorrere è quella di rafforzare la sua battaglia contro il secchione, facendo crescere le sue qualità da sporca dozzina, che gli permetterebbero di trovare il maggior equilibrio che cerca. Arriverà poi l’età dello studio, che di solito per le persone vivaci ed intelligenti arriva all’università.

Al contrario, metterlo nelle condizioni di maturare un percorso che non gli appartiene equivale a non avere nessuna stima per la sua capacità belliche, equivale a costringerlo a capitolare nei confronti del nemico, entrare nelle sue fila ed anche in condizioni di subalterno.

Se ci penso anch’io manderei a fanculo chiunque per questo, lo faremmo probabilmente tutti, pur tuttavia, forse rincoglioniti da tanto sapere, facciamo tutti lo stesso errore, quello di insegnare a tutti i costi la strada dell’opportunità.
Mi viene anche da pensare che non è mai l’opportunità che ha mosso le sorti del mondo, quanto piuttosto l’entusiasmo di un bimbo che voleva trovare la strada della rivoluzione.
Noi facciamo in modo che la storia si fermi, che possa essere codificato il metodo, siamo stupidi e superbi, diamo giudizi invece di pareri, partecipiamo con assoluti piuttosto che con relatività, e ci convinciamo meglio se siamo circondati da deficienti.

Delle volte penso che volevo fare la rivoluzione e non ci sono riuscito, penso che avevo talento ed invece non ne ho mai avuto e mi ritrovo a voler gestire un eventuale talento. Sono un pazzo, per non dire di peggio su di me. Un imprenditore è bravo se sa gestire le intelligenze dei suoi collaboratori, un maestro deve essere un dio per gestire talenti. E la conclusione è proprio questa, soltanto un dio può farlo, noi dobbiamo limitarci a cercare di capire dov’è e lasciare che lo trovino i nostri figli. La vita per loro è dura quanto lo è stata la nostra, e non contano i maggiori agi che in tanto casi ci sono, e quanto lo sarà sempre per chiunque, ognuno è un mondo a sé che spesso contribuiamo in buona fede a far fallire, per paura e per maldestro senso di responsabilità.
Ho voluto raccontare le storie di alcuni atleti, proprio per significare che fenomeni o no, la strada da percorrere ha variabili che non consideriamo o che non vogliamo considerare, perché personalizzando crediamo di aver ormai scoperto il segreto del successo, tutto umanamente basato sul nostro livello di percezione. Siamo solo il senno di poi di noi stessi e non riusciremo mai ad esserlo di nessun altro, siamo sempre noi il centro dell’universo e ci dimentichiamo che abbiamo a che fare con altri centri dell’universo che non sono interessati per niente alle nostre vicende.

Ci sostituiamo invece di accompagnare, ce ne arroghiamo il diritto, pur non avendolo, proteggiamo la nostra creatura, pur non essendone proprietari, scegliamo quello che è meglio per loro senza fidarci delle loro scelte, prevaricando autonomia ed autostima, perché il tempo stringe, altra giustificazione pericolosissima. Creiamo miti, quelli stessi che vorremo essere noi per aver ragione del mondo e cresciamo i nostri figli pensando di riuscire a farli diventare quella cosa senza curarci di che cosa hanno pensato e sognato di essere. La vita non è giusta o sbagliata è un viaggio che ognuno deve avere la libertà di concepire nei suoi risvolti ed implicazioni.
Tutto questo mi è venuto da pensare, prendendo spunto dalla mia storia e da quella di Nicholas, che sempre di più rientra nei miei affetti, soprattutto se penso a quando io avevo la sua età.
Quante cose potrebbe insegnarci, a dispetto di tutto quello che sappiamo?
Lo sapremo quando avrà quarant’anni, quando sarà in grado di argomentare con spessore e conoscenza quanto adesso vive a pelle ed in maniera straordinariamente intuitiva.
Sperando che non diventi anche lui uno come noi, che non creda anche lui di aver capito come funziona il mondo e si metta a cercare di convincerci.
Non lo so, si tratta di un pensiero a ruota libera e senza struttura, il mio, che mi capita di fare quando ne ho le palle piene di discorsi, trombonismi e teorie, e non mi riferisco al blog se non in qualche occasione, ma ad altro, che non passano attraverso il postulato più importante: la storia.
Quest’ultima disperatamente grida sempre, ci urla nelle orecchie, ma noi niente, perché non può pensare di essere lei l’anima di sé stessa, siamo noi piuttosto, anche se alla fine non ne facciamo mai parte, salvo rarissime eccezioni.

Ed ormai sembriamo lavorare per il rarissimo. E non abbiamo più neanche la colpa di non generare campioni, perché obiettivamente come si fa ad avere responsabilità per non essere riusciti a generare il rarissimo. Siamo umani no? Cercheremo di far meglio alla prossima occasione.
E’ inutile agitarsi, ci sarà sempre un’altra occasione, che ce la meritiamo o no.

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