Controcanto – L’industriale e l’artigiano

di - 22 Dicembre 2010

di Mario Polidori

Giocare a tennis non si può, non è un mestiere per tutti, puoi farlo la domenica con gli amici, ma lo farai sempre abbastanza male senza però rendertene conto fino in fondo, ed anche se ormai credi di sapere perfettamente come fregare il tuo avversario, hai capito linee, diagonali, ritmo e soprattutto fatica, c’è il signor Filini che ti sta talmente sui coglioni che non ce la fai a batterlo.
E’ troppo pallettaro rispetto al tuo tennis spumeggiante e d’attacco.
Non ce la fai a batterlo, e tutto sommato non te ne frega neanche niente, tanto non si vince niente.
E invece no, questa cosa ti sta tremendamente sulle palle, perché così il Pallettaro può parlare di tennis al posto tuo, perché nella classifica del circolo è davanti a te, perché è uno speculatore figlio di p…, perché non è quello il modo di giocare, bisogna avere più coraggio, bisogna osare, come fai tu, anche a costo di rimanere sempre l’eterno secondo.
Devi fare così come fa lui, allenati, preparati a giocare la partita più indigesta della tua vita, a giocarne molte, perché non basta batterlo una volta, è una spina nel fianco.
Ma che gloria sarebbe? E poi, se non riuscissi a batterlo sul suo campo sarebbe anche peggiore l’onta da sopportare.
E non è una questione di palio.
Al torneo sociale fai la stessa fine, magari ci provi a fare un po’ di palletta, ma poi è più forte di te, devi attaccare, meglio perdere con onore, il tuo onore, questo è il tuo destino, lo hai disegnato negli anni, tu sei un eroe non un pavido speculatore.
Hai solo bisogno di dare regolarità al tuo gioco e tutto sarebbe facile, lo schianteresti finalmente, senza dover perdere la faccia che hai mostrato da sempre, e non senza un po’ di narcisismo sbrasone.
Ma non hai il tempo, non hai la possibilità di prepararti, al diavolo il lavoro, e allora la cosa rischia di farti incazzare al punto che la domenica, se c’è lui, non vai, cerchi di evitare di trovarti in quella situazione, e se occorre smetti anche di giocare.
Questo sport di merda, dove il tuo errore è punto per l’avversario, ti toglie la gioia di vivere, ti impedisce di esprimere la tua personalità, se sei uno che ama il rischio ti punisce, molto più della vita, dove è più facile rischiare, dove non tutti gli errori sono punto per lei.
Il signor Filini non ha neanche tecnica, diritto discreto, un rovescio a padella, servizio fatto in casa tagliato, gambe da vendere e nessun amor proprio, dal tuo punto di vista, è come uno che gioca in borsa al ribasso, uno sciacallo.
Tu invece hai più tecnica, più scelte, il pubblico è fondamentalmente dalla tua parte, perché tu sei il sogno e lui è la realtà, che non vorrebbe vedere mai, ma c’è, è lì, e se tu non vinci restano tutti delusi, ti vogliono bene certo, ma una volta di più vi siete illusi tutti di poter sovvertire la realtà, attraverso uno sport assurdo come il tennis.
Non si riesce a credere che sia stato un uomo ad inventarlo, deve essere stato Dio o Satana, non ci sono mezzi termini, sembra quasi il campo su cui hanno deciso di contendersi le anime degli uomini, non c’è un altro sport, con tutto il dovuto rispetto, che abbia queste caratteristiche.
Ci vuole un superuomo per averla vinta.
E mentre stai a dibattere nel tuo, i soldi che girano nel professionismo danno alla testa a tanti.
Quando si parla di soldi non si scherza, praticare il tennis costa moltissimo, vincere rende tantissimo, se non hai il talento lascia perdere, cambia sport.
A me piace questo, perché dovrei cambiare, accontentarmi, fare altre scelte?
Perché nella vita l’importante è fare sport, non uno in particolare.
Ma che cazzo dici papà, a me che mi frega, io voglio giocare a tennis, se non si può, se non ci riesco, piuttosto faccio altro, una sgambettata con gli amici al calcetto, un po’ di palestra, ma che mi vuoi proporre la lotta greco-romana soltanto perché magari costa meno? Ma falla tu la lotta, seguila tu l’educazione allo sport come fatto della vita, a me piace il tennis, non so perché, mi piace e basta, per questo farei fatica, ma a correre per altro ci vai tu.
Chissà il figlio del signor Filini come la pensa.
Quanti buoni consigli potrà dargli suo papà, che è quello che conosce e asseconda la realtà, forse con umiltà e non per vigliaccheria come pensavi un po’ di tempo fa, quando ancora non avevi figli.
Ma no, che cosa vai a pensare, quello si è inventato l’industria del tennis, con qualche accorgimento e tanta fatica si può vincere, far quadrare l’investimento e guadagnare dei bei soldi, ed in più diventare presidente del circolo a vita.
Tu sei un artigiano, la solita testa gloriosa che voleva cambiare il mondo, ci hai messo il cuore non la testa, sei sempre stato così.
Non tuo figlio però, tuo figlio deve capire che la realtà è un’altra, che bisogna essere industriali non artigiani, che bisogna saper vincere, non bastano l’estro, la grandezza che ti spinge, ci vuole fondo e bisogna massacrare il corpo e la mente.
Questa è la vita, e questa è la realtà.
Sì, capisco che ti piacerebbe fare il figo, dirai a tuo figlio, ma non abbiamo tempo, dobbiamo fare quel lavoro, altrimenti lascia perdere.
E tutta la voglia di sbaragliare la realtà che lui ha vissuto sotto pelle guardandoti e guardando come affronti il tuo lavoro, gli amici, ed il tuo mondo?
Tutto quello che gli piace di te è quello, vuole emularlo, tu ti lamenti di aver fatto un sacco di cazzate, che avresti potuto fare una vita diversa, e lui s’innamora della possibilità di fare le stesse cazzate e di avere la tua stessa vita diversa, si vede così, si vede come te, domani, non riesce ad immaginare un’altra vita possibile, è il tuo bambino, quello che ti riempie d’orgoglio perché ti assomiglia, sennò di chi è figlio?
No, non se ne parla papà, io sono come te, sono quello che sono e basta.
Anche il figlio di Filini è come suo padre, però non deve dire no, il papà non deve cambiarlo, per vincere sono già in linea, e non perché abbiano scelto la via più facile, ma la più opportuna e possibile per l’umana specie.
Devono solo entrare in serie ed il gioco è fatto, e se non ce la faranno pazienza, ci hanno provato, così come sono entrati se ne vanno.
Anche tu ci hai provato, ma resti provato, lui no.
A te torna un tormento che ti permette di riflettere a fondo su ciò che hai fatto per farlo diventare una esperienza comunque importante, non un semplice tentativo.

E allora capita che ottobre è il mese degli addii, il mese in cui quantomeno si fanno bilanci, un mese che ti sembra sempre la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro.
A seconda di come è il bilancio si prendono decisioni, anche importanti, definitive.
Ed è successo anche a noi, Marta ha deciso di smettere di giocare, il suo viaggio, la sua scommessa è persa, ha puntato e non è andata bene.
Lei è un’artigiana, ha scommesso sull’estro non sulla serie e sulla serietà, pur lavorando senza mai risparmiarsi.
Una scommessa vera, iniziare a giocare a 11 anni perché fisicamente troppo piccola per farlo prima, un corpo che non rispetta l’anagrafe ancora oggi, che arriverà alla sua maturità a 21 anni anziché a 18 come tante altre.
Con tre anni e mezzo in circoli non attrezzati, troppo vecchia per suscitare entusiasmi da campionessa da seguire, da sostenere, e poi due anni e mezzo in Accademia, nel tentativo di colmare il gap che la teneva lontana dall’Olimpo.
Derisa sempre più spesso per la sua scommessa, con infortuni procuratisi nel tentativo di salire che le impedivano di dare continuità al suo sacrificio e con la grande capacità artigiana di far comunque fuori atlete industriali molto meglio dotate e che hanno avuto la possibilità di cominciare giovanissime, con il favore dei venti.
Mi ha detto basta, è stata una sua decisione, come lo era stata quella di iniziare, non senza l’amarezza dovuta alla consapevolezza di saper giocare, di avere l’istinto giusto per guidare il gioco, di avere le qualità che servirebbero ad un atleta pronto alla battaglia.
Perché almeno questo se l’è preso.
E l’amarezza di non aver avuto la possibilità di costruire le armi necessarie per arrivare a sfruttare le sue qualità.
Non le piaceva il tennis che si deve fare, la serie, ha preferito coltivare quello che le sarebbe piaciuto, e non le manca l’altro tennis, quello del signor Filini, per lei non è mai esistito, non si è mai neanche chiesta di cosa si trattasse, il suo papà era un attaccante e lei pure.
Le manca quello non altro.
O si scopriva fenomeno o niente.
E non ci manca niente, anche l’investimento è tornato, sono stati soldi benedetti, che le hanno permesso di provarsi nella vita a fare qualcosa che sentiva e che poteva essere importante, impagabile.
Mi ha detto che sono impagabile io, che è impagabile sua mamma Barbara, anche suo fratello Marcello, che si è sorbito tanti fine settimana al suo seguito per tornei, e che quello che ha raccolto in questi anni non ha prezzo.
Questo nel nostro piccolo rappresenta un bilancio in attivo, abbiamo guadagnato moltissimo, siamo diventati ricchi.
Questo obiettivo era sicuramente alla nostra portata.
Ci piace essere fenomeni.

P.S.
Continuerò a raccogliere storie, se ne varrà la pena, e continuerò a scrivere il mio Controcanto prendendo spunto dalle discussioni del blog.
Mi piacerebbe che ci sia sempre un Colpo di Grazia, a me ha aiutato molto a riflettere ed a fare i conti con ciò che nel bene o nel male mi appartiene.

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