Pablo Cuevas, le due carriere del “tennista dal Rio Uruguay”

di - 26 Febbraio 2016

Pablo Cuevas
(Pablo Cuevas – Foto Ray Giubilo)

di Mario Rizzitelli

L’ATP 500 di Rio de Janeiro appena concluso ha consacrato l’ascesa di un tennista che da un paio d’anni a questa parte si sta costruendo una carriera pregevole, dopo che la sfortuna sembrava averlo privato di questa possibilità. Con la vittoria in finale su Guido Pella, Pablo Cuevas ha messo in bacheca il suo quarto titolo Atp, quarto in meno di 2 anni. Il più importante, oltre che per la caratura del torneo, perché gli consentirà, un giorno, di raccontare ai nipoti di averlo vinto dopo essere riuscito a battere il grande Rafael Nadal, sulla terra rossa, in una battaglia di 3 ore e 36 minuti. Magari, quando lo farà, sorvolerà sul fatto che il Nadal di oggi sia un lontano parente del campione del Roland Garros, perché, nonostante questo, la sua rimane un’ impresa di rilievo.

La storia di Pablo Gabriel Cuevas è una di quelle del tennis professionistico che merita davvero di essere raccontate. La chiamerei una storia “di confine”, non trovo concetto migliore di questo per caratterizzarla.

Se sei figlio di Gabriel, argentino, e Lucila, uruguaiana, una storia di confine importante ti scorre nelle vene fin dalla nascita. A renderla ancora più speciale c’è che le città natale dei genitori si trovino esattamente a ridosso del confine tra i due paesi, una di fronte all’altra, separate soltanto da 4 km di acqua del Rio Uruguay, il grande fiume che nasce in Brasile e sfocia nel famoso Rio de la Plata.

La città del padre, dove lo stesso Pablo è nato, si chiama Concordia, ed è sulla sponda ovest del fiume. A guardarla, dall’altra sponda del Rio, c’è Salto, seconda città per abitanti dell’Uruguay, di cui è originaria la madre, dove Pablo ha iniziato da bambino a giocare a tennis.

Per non far mancare nulla alla sua carta d’identità border-line, Cuevas è nato il primo giorno dell’anno 1986. La sua infanzia è un avanti-indietro tra le due città dei genitori: a undici anni vive e frequenta la scuola a Concordia, ma ogni pomeriggio attraversa il fiume col suo kayak per 35 minuti, per raggiungere il circolo di Salto dove si allena, neanche la pioggia lo ferma. Eccelleva anche in canottaggio e nuoto, ma alla fine ha scelto il tennis, stimolato dalle imprese dei suoi connazionali argentini Gaston Gaudio e Guillermo Coria, e quando ha capito che con la racchetta avrebbe potuto anche guadagnarsi da vivere, ha fatto la scelta, appoggiata dai genitori, di provare con tutte le forze a diventare un professionista.

Ha la doppia cittadinanza fin da piccolo, ma si è sempre sentito più uruguagio, anche perché tennisticamente è nato dall’altra parte del fiume. Appena ha dovuto scegliere, ha deciso senza remore di rappresentare la “celeste” in coppa Davis, in cui ha esordito nel 2004 contro Haiti, momento che rimane ancora oggi per lui uno dei più emozionanti e importanti della sua carriera. Oggi può vantare nella competizione a squadre un record di 20-4.

Tornando al “confine”, ci manca un pezzo della storia, quello più rilevante ai fini della carriera di tennista di Cuevas, perché questa parola assume toni molto meno piacevoli tra il 2011 e il 2013, quando il confine per lui più importante diventa quello enorme ma sottile allo stesso tempo, tra il poter continuare a fare il tennista ai massimi livelli, e il dover rinunciare a questo sogno. Questo a causa di un’osteocondrosi, patologia ossea degenerativa, che affligge il suo ginocchio destro e lo costringe a un intervento chirurgico proprio quando la sua carriera sembrava decollare. Quando, dopo aver saltato la seconda parte del 2011, il peggio sembra passato, l’atteso ritorno agli allenamenti si trasforma da luce in fondo al tunnel, nell’incubo di ogni atleta sulla via della riabilitazione fisica, quello della ricaduta. Lo stesso Pablo non ha mai capito se era stato l’intervento a non andare a buon fine o se qualcosa si era rotto mentre si allenava. La sostanza è che nel 2012 è costretto ad un nuovo intervento che allunga di ulteriori 11 mesi la sua lontananza dal circuito e gli impedisce di partecipare alle Olimpiadi di Londra. E’ proprio in questo periodo che il confine tra l’essere e non essere un tennista professionista è diventato per lui molto labile. Perché, se neanche i medici sapevano dargli certezze riguardo la prognosi, una lontananza di più di un anno dal professionismo, non può dare nessuna garanzia di tornare ad essere l’atleta che si era, troppe sono le incognite. La fiducia di poterlo fare, però, Cuevas l’ha sempre avuta, sostenendo che il buon livello raggiunto prima dello stop non lo abbia condannato alla frustrazione, bensì gli abbia fatto confidare di poter ritrovare quel livello e superarlo. Sicuramente la “garra”, tipica dei cittadini della piccola ma fiera nazione che Pablo rappresenta, accompagnata dall’intelligenza che in campo ha sempre dimostrato, hanno contribuito alla sua determinazione.

Come tutti noi appassionati abbiamo visto, alla fine ha avuto ragione lui: non solo è tornato in breve ai livelli pre-infortunio che lo facevano ben sperare, ma è riuscito a diventare un giocatore più completo e maturo, portando a migliore espressione quelli che già erano i suoi punti di forza: buona tecnica, ottima tenuta atletica e reattività in campo e soprattutto grande attitudine a capire le partite e affrontarle con la giusta mentalità. A questo punto viene spontaneo dedurre che questa sua lunga assenza possa avergli dato dei benefici che senza di essa non avrebbe potuto avere. Lui stesso ha ammesso, in un’intervista sul sito messicano El Diario.mx, che “anche se non è stato bello stare fuori due anni, ho imparato molto, ho cambiato maniera di vedere le cose. Per ottenere qualcosa prima lo devi sognare. E io l’ho fatto.”

In quel periodo, dice lo abbia aiutato leggere le biografie di grandi sportivi come Michael Jordan, Phil Jackson, Rafa Nadal, per capire come loro abbiano affrontato le rispettive difficoltà. Oltre a questo, l’aver messo le basi per una sua famiglia, gli ha dato una serenità nuova.

Ora possiamo dunque annoverare l’uruguagio tra i casi di tennisti che, dopo lunghi stop forzati, tornano alle competizioni rivelandosi atleti migliori, mentalmente più pronti alla vittoria. Un altro caso recente può essere quello di Viktor Troicki, che seppur sia stato lontano dai campi per meno tempo e non per problemi fisici, ha vinto i suoi primi tornei ATP solo dopo il rientro.

Ripercorriamo la carriera del trentenne di Concordia: Pablo vince il suo primo match da professionista nel 2003, in un future in Uruguay. Nel 2004, come detto, fa il suo esordio in Coppa Davis. Nel 2005 vince i suoi primi titoli future in Argentina e Venezuela e inizia a dedicarsi con costanza al doppio, che mai metterà da parte, e che sicuramente ha apportato nel corso della carriera notevoli benefici al suo discreto gioco di volo, ma che soprattutto gli ha consentito di mettere in bacheca il suo trofeo più prestigioso, il Roland Garros vinto nel 2008 in coppia con il peruviano Luis Horna, (prima coppia sud-americana a vincere un titolo Slam in era Open), dopo aver ottenuto gli scalpi di numerosi doppisti eccezionali, dai gemelli Bryan fino a Nestor e Zimonjic, sconfitti in finale.

Nel 2006 inizia a giocare nel circuito challenger e trova la prima finale a Napoli dove vince anche il torneo di doppio in coppia con Horacio Zeballos.

Il 2007 è l’anno della sua consacrazione a questo livello – in cui conquista tre titoli in singolare, sempre su terra battuta, e ben 6 in doppio (3 in coppia con Zeballos) – e del suo primo ingresso in un grande palcoscenico: dopo la mancata qualificazione al Roland Garros, riesce nell’intento a Flushing Meadows, dove poi perde secondo pronostico dal ventenne Andy Murray. Chiude l’anno a ridosso dei 100 (115) con un balzo di 115 posizioni da inizio 2007.

Nel 2008 parte col botto: vince la sua prima partita nel circuito maggiore ATP contro l’idolo di gioventù Guillermo Coria in quel di Vina del Mar, dove non si ferma fino alla semifinale, persa al terzo set contro “mano de piedra” Fernando Gonzalez. L’ottimo risultato gli permette di sfondare la porta dei top 100 e piazzarsi in 88esima posizione. La stagione nel singolo però non segue il trend iniziale e ha come picchi soltanto i primi master 1000 giocati (da qualificato) a Miami, dove arriva al 2° turno, e a Roma. I tanti bassi lo portano però a concludere la stagione da dove era partita, fuori dai 100.

Nel 2009 conferma la semifinale nel torneo cileno, dove ad attenderlo c’è ancora l’idolo di casa Gonzalez, che interrompe, questa volta bruscamente, la sua corsa. Dimostra di poter giocare bene su ogni superficie. Passa infatti le qualificazioni a Wimbledon alla sua prima partecipazione e sconfigge al primo turno Cristophe Rochus dopo una battaglia finita 11-9 al quinto set, che due giorni dopo gli è invece sfavorevole quando si deve arrendere a Jesse Levine. A luglio ottiene il risultato migliore della carriera con la semifinale nell’ atp 500 di Amburgo, dove batte avversari del calibro di Melzer, Kohlschreiber e Almagro, per poi arrendersi a Paul Henri-Mathieu. Grazie a questi successi e ai punti guadagnati con le vittorie dei challenger di Napoli e a Montevideo, fa il suo primo ingresso nei top-50, al numero 49.

Nel 2010, chiamato a confermare la buona annata precedente e finalmente con la classifica per giocare tutti i grandi tornei, chiude la stagione con un discreto bilancio di 21-22 e ottiene il primo acuto su veloce indoor nel 250 di Mosca, dove coglie la semifinale e una vittoria di prestigio contro Nicolaj Davydenko. Ottiene un bilancio invidiabile di 15 tie-break vinti e 2 persi, che dice tanto sulla sua capacità di interpretare le situazioni dei match Tutt’ora rimane infatti uno dei giocatori con percentuale migliore in questa statistica (63%), soprattutto se le valutiamo in proporzione all’efficacia del servizio.

Nel 2011 ottiene la prima vittoria contro un top-10 ai danni di Roddick, a Miami, dove raggiunge un ottimo terzo turno. Trova altre 2 semifinali a livello atp 250, a Houston ed Estoril. È in netta crescita, ma proprio quando sembra aver trovato la continuità che gli mancava, arriva il ritiro al primo turno del Roland Garros, che segna l’inizio del lungo stop che costringerà l’uruguagio a ben 22 mesi fuori dal circuito.

Il rientro avviene ad aprile 2013 nel challenger di Santos, dove, senza ranking, torna a vincere un match a scapito del nostro Matteo Viola. Da lì in poi un’annata in cui ritrova il piacere di una vittoria slam al RG ai danni di Adrian Mannarino e vince il challenger di Buenos Aires, città dove tra l’altro Pablo vive per comodità. A fine anno è nei primi 250 del mondo.

Ma è nel 2014 che prende vita la sua seconda carriera: gioca la stagione sulla terra sudamericana grazie al ranking protetto ma una sola vittoria su cinque non fa ben sperare. Così, con umiltà, riparte subito dai challenger e al secondo tentativo torna alla vittoria di un torneo, a Baranquilla, dove spazza via Martin Klizan. Tre mesi dopo vince anche a Mestre, imponendosi in finale su Marco Cecchinato.

E’ l’estate, però, che lo ripaga finalmente di tutta la sfortuna avuta: arriva a giocare l’atp 250 Bastad da n° 111 del mondo, e dopo aver rischiato di essere estromesso dalla wc locale Christian Lindell, 402 del mondo, sconfitto solo al tie-break del terzo, mette in fila Renzo Olivo, Fernando Verdasco e Joao Sousa con un netto 6-2 6-1 nella finale che gli consegna il primo titolo ATP a 28 anni. Con una consapevolezza nei propri mezzi mai avuta prima va ad Umago, a distanza di una settimana, e compie l’impresa di vincere il torneo partendo dalle qualificazioni: perde soltanto 2 set e batte nettamente, prima i nostri migliori portacolori Seppi e Fognini, poi il n°18 Tommy Robredo in una finale dominata dall’uruguagio. Nel giro di 3 settimane guadagna 71 posizioni e si ritrova al n° 40 del mondo.

Ottiene qualche buona vittoria sul cemento ma non è ancora sazio e per concludere in bellezza la sua grande stagione vince altri 2 tornei di fila, questa volte a livello challenger (Guayaquil e Montevideo) che gli permettono di chiudere l’anno al numero 29 del mondo.

L’anno scorso è stato il suo migliore in termini numerici, per partite vinte (29-26), ranking, con la 21^ posizione che è ad oggi la più alta raggiunta, e prize-money, con quasi 800 mila dollari guadagnati. Ha ottenuto il suo miglior risultato slam, raggiungendo il terzo turno a Parigi, fermato da Monfils al quinto set; si è guadagnato un altro titolo a inizio anno sulla terra di San Paolo, dove ha sconfitto il nostro Luca Vanni, che si era trovato a servire per il match; ha perso la sua prima finale atp, giocata alla pari con un certo Roger Federer, nel 250 di Istambul.

Siamo dunque tornati da dove siamo partiti, dall’attualità, con Cuevas che trionfa a Rio e lo fa in un modo mai verificatosi prima, sconfiggendo cioè solo avversari mancini. E che sia stato proprio lui forse non sorprende più di tanto.

Mi piace inserirlo nella categoria dei “terraioli eleganti”, quelli cioè che uniscono alle caratteristiche tecniche e tattiche tipiche di chi gioca prevalentemente su terra battuta, un’eleganza e una varietà nei colpi che invece si fatica a trovare negli specialisti di questa superficie. La metafora del confine si può applicare anche al suo gioco, che definirei equilibrato, in quanto non c’è nessun colpo in cui sia deficitario. Sebbene il rovescio sia il suo marchio di fabbrica, colpo bello da vedere che segue la tradizione argentina dei rovesci ad una mano, Pablo costruisce gioco anche con il dritto, che grazie a un potente topspin e alla ricerca di angoli mai banali, risulta spesso e volentieri incisivo. La sua palla non esce esplosiva dalle corde, ma gli effetti che sa conferirgli e una discreta velocità di braccio, non lo costringono a un gioco prettamente difensivo, ma gli consentono anche di produrre vincenti di vario genere. Se a questo si aggiunge un discreto servizio – notevolmente migliorato rispetto alla sua prima parte di carriera, con cui, grazie a kick estremi e alle alte percentuali di prime, non manca di chiudere un buon numero di punti al servizio senza dover sudare troppo – capiamo perché Cuevas sia un ottimo interprete del tennis moderno, regolarista sì, ma a suo modo.

Proprio ieri sera è cominciata la sua difesa del titolo a San Paolo, battendo per la seconda settimana di seguito l’argentino Facundo Bagnis. Chissà che ora, Pablito, non possa ripetere quella che possiamo ormai considerare una sua specialità, la conquista “back to back” di tornei.

Una cosa è certa: a questo punto della sua storia, il confine con i primi 20 giocatori del mondo sembra più che mai vicino…

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