Djokovic, la “mano” di Boris?

di - 19 Gennaio 2014

di Marco Mazzoni

Mostruoso. Non trovo aggettivo migliore per descrivere il Djokovic che ha battuto stanotte Fognini. Niente da rimproverare a Fabio, l’altro gli è stato superiore in ogni aspetto del gioco; anzi, i colpi piatti, veloci e profondi di Fognini hanno paradossalmente messo ancor più in palla il serbo, che ha così trovato un tempo d’impatto perfetto, producendo un tennis eccezionale per qualità a tutto campo.

C’era curiosità per vedere Novak in quest’inizio di 2014. Aveva chiuso in modo rabbioso e vincente la stagione scorsa, reazione violenta alla brutta sconfitta patita da Nadal agli US Open e al sorpasso in classifica, tanto da non perdere più un match e battere (nettamente) 2 volte su 2 il rivale iberico. Poi l’incredibile scelta di aggiungere al suo team Boris Becker, per dare uno sprint in più al suo gioco. Novità che aveva suscitato più di un dubbio negli addetti ai lavori, visto che il tedesco era da anni ai margini del tennis, perso in tutt’altre faccende e sconfitte personali.

Eppure Nole si diceva emozionato per questa scelta, sicuro che la personalità e il punto di vista di Becker potesse dare un qualcosina in più alla sua prestazione. Si sono spesi fiumi di parole nella off-season sul tema, insieme alle altre nuove coppie sensazionali.

Personalmente ho subito cercato di mettere da parte l’emozione del momento e la suggestione della coppia, provando a capirci qualcosa; provando ad immaginare come la mentalità e tennis di Becker potessero aiutare Djokovic a colmare le poche lacune del proprio gioco. Difficile per il serbo migliorare rispetto alla versione deluxe del 2011, quando era in grado di controllare tutto in campo, il suo gioco, il rivale, quasi il vento… Quella cavalcata incredibile di Novak fu sorretta soprattutto da una condizione psicofisica perfetta, quasi irripetibile, ad esaltare una condizione tecnica molto alta. Ma non perfetta.

Dopo un 2012 e 2013 molto buoni ma non altrettanto vincenti, e magari anche per inserire qualche elemento diverso a stimolarne l’attenzione, ecco la novità Becker e quindi la tanta curiosità nel vedere Djokovic in campo dopo le prime pillole della “cura Boris”. Da questi primi quattro match del 2014 non è possibile trarre indicazioni definitive, ma qualche tendenza si inizia ad intravedere, e paiono cose molto interessanti.

Ovviamente nessun stravolgimento. Non avrebbe senso guastare il tennis del n.1 al mondo sul cemento (probabilmente anche altrove), ma alcune migliorie si notano. Nel match contro Fabio, il più insidioso di quelli per ora disputati a Melbourne (a detta dello stesso Djokovic, che ha fatto nel dopo match molti elogi al momento e al talento di Fognini), credo di aver avuto conferma di quello che pensavo in dicembre, ossia su quali fossero gli spigoli da limare nel suo gioco per alzare ancor più la qualità. Il tutto si può risolvere in questa frase: potenziare i punti di forza per abbreviare i tempi di gioco necessari a vincere il punto, e così fare meno fatica fisica.

La prima miglioria che si nota è sul servizio, e non tanto in termini di esecuzione quanto di uso tattico della battuta. Djokovic nel 2011 serviva molto bene, ma il suo obiettivo principale era quello di tenere altissime percentuali, servendo soprattutto negli angoli in modo da aprirsi il campo e mettere in difesa il rivale, trovando quindi il punto con la spinta in progressione da dietro. Ottima scelta, ma questo presume dopo il servizio una serie di scambi ad alto ritmo, e quindi fatica fisica. In questi primissimi match degli Australian Open è palese che Djokovic cerchi di più il vincente diretto con la battuta. Novak ha sempre preferito le traiettorie esterne, proprio per aprirsi il campo; adesso cerca più spesso anche il T centrale, dove statisticamente si fanno più Ace, e lavora un po’ di meno la palla, che così fila più retta e insidiosa. Soprattutto mischia di più le varie soluzioni, diventando più imprevedibile per i ribattitori.

Djokovic in generale sta cercando di ricavare più punti con i colpi di inizio gioco; anche con la risposta, sempre nell’ottica di essere più aggressivo e fare meno fatica. E’ proprio questo l’aspetto dove si inizia ad intravedere “la mano” di Becker, perché Boris era un maestro nel fare il punto sull’uno-due, nel sentire il momento del match, azzannare il rivale alla prima occasione con coraggio leonino e grandissima personalità. Prendeva rischi enormi sostenuto dalla sua classe immensa, cosa che non si può certo affermare in Djokovic. Anche nei momenti migliori Novak non è mai stato al top in questo aspetto, perché i punti se li è sempre “costruiti”; e spesso ha sprecato occasioni diventando conservativo, cosa che non si può permettere contro il miglior Nadal (e anche Murray), che se lo agganciano sulla rissa agonistica lo possono trascinare in una palude molto scivolosa…

Così il Djokovic visto in questo inizio di 2014 sembra davvero poco attendista. Oltre a servizi più insidiosi e definitivi, quando è alla risposta non sceglie solo una traiettorie lunghe e centrali per far perdere campo al rivale al servizio, ma tenta soluzioni dirette lungo linea o anche cross immediati spezza gambe; un po’ in “stile Agassi” se mi passate la similitudine, nell’ottica di accorciare i tempi di gioco tentando immediatamente il winner. Se nel 2011 Djokovic esprimeva controllo assoluto, oggi il suo obiettivo è quello di ottenere un dominio assoluto.

Inoltre Djokovic sembra lasciar andare molto di più il braccio sul dritto, colpo che invece ha sempre trattenuto di più non essendo il più sensibile; Boris aveva un dritto veramente potente ed insidioso, ed era un maestro nel lasciarlo correre a mille per sfondare l’avversario. Sono sicuro che i due lavoreranno molto su questo aspetto, che già nel 2011 fu una delle chiavi principali alla sua annata super.

Potenziare servizio e dritto per trovare prima possibile il vincente; rispondere aggressivo non solo per rubare campo ma anche per fare il punto diretto. Queste le due chiavi di un atteggiamento nuovo, più votato all’attacco per scappare dalla sua debolezza atavica: l’attendismo, la tendenza a diventare conservativo e rifugiarsi nello scambio. Ricordo distintamente di aver chiesto questo a Novak durante l’edizione 2010 del Roland Garros, quando era in piena involuzione al servizio (e non solo); rispose che era esattamente il nocciolo della questione, trovare la convinzione giusta per imporre il suo gioco e non  lottare troppo su ogni punto, quando per tensione abbassava i giri motore del suo gioco e quindi permetteva ai rivali di metterlo in difficoltà. Becker era un maestro proprio nel non cadere in difesa, imponendo sempre e comunque il suo tennis altamente rischioso e spettacolare, sentendo il momento ideale per chiudere. Quindi più che sul piano squisitamente tecnico, Boris sta spingendo sulla mentalità già vincente di Nole, cercando di farlo volare ancor più in alto a dominare ogni situazione tecnica e tattica. Sta cercando di dotarlo di quella convinzione dei propri mezzi necessaria a liberare il suo braccio e produrre un tennis più veloce e vincente, sentendo “il momento” del match.

Attendiamo Djokovic a test diversi, contro tennisti meno talentuosi ma più potenti di Fabio; avversari soprattutto capaci di sporcare maggiormente la palla e quindi non consentire a Djokovic di lasciar partire in sicurezza i suoi fendenti veloci e precisi. Ma se i frutti del lavoro con Becker sono quelli visti oggi contro Fognini, i rivali avranno di che preoccuparsi…

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