La Dura Realtà

di - 6 Marzo 2011

di Andrea Villa (articolo in partnership con www.puramentecasuale.com)

Ieri ho passato una giornata intera a vedere giocare i ragazzi, alcuni per la prima volta durante una partita di torneo. Mi sono avvicinato ai campi con curiosità, ma anche con un pizzico di tensione, consapevole di aver investito molto nelle ultime settimane, quanto a tempo ed energie per cercare di prepararli al meglio. In realtà non stavo cercando soltanto il risultato positivo, desideravo invece trovare atteggiamenti positivi e progressi, dal punto di vista tecnico ed umano. Non è semplice allenare un gruppo di giovani eterogeneo per età, provenienza, obiettivi e capacità; ognuno rappresenta un modello singolo di approccio al tennis, tuttavia queste diversità mi hanno sempre dato la spinta necessaria per coltivare le diverse qualità, proponendo un insegnamento il più possibile personalizzato.

Ecco perché è ingeneroso fare un bilancio generale, accomunando comportamenti e prestazioni, ma qualche tratto in comune di un pomeriggio così intenso resta. Ho notato purtroppo una insufficiente voglia di soffrire, quasi fosse sempre scontato il valore dell’avversario, e di conseguenza l’andamento delle partite. Rari sono stati i momenti di vera lotta, di autentica volontà di ribaltare una presunta superiorità, fosse anche evidente. È senza dubbio mia responsabilità il non essere riuscito ad instillare abbastanza furore agonistico nei ragazzi, spesso troppo remissivi, incapaci di tirar fuori la propria personalità. Nessun alibi! È questo il messaggio che quotidianamente propongo, tentando di convincerli ad essere forti, a dimostrare di esserlo anche quando le avversità appaiono insormontabili. Qualcuno si è lamentato dell’ennesimo sorteggio sfortunato, ma soltanto nel momento in cui l’incontro è girato in suo sfavore, dopo un ottimo primo set incassato con merito e un piccolo vantaggio nel secondo.

Detesto questi ragionamenti, il cedere subito davanti alla prima difficoltà, come se esistessero i tornei assemblati su misura, magari con graduali ostacoli, fino ad arrivare a quello insuperabile: purtroppo per me sono tutti di uguale misura. La realtà degli allenamenti, delle sfide a cuor leggero, svanisce durante il torneo, rompendosi come una bolla di sapone, lasciando spazio alla dura presa di coscienza delle proprie mancanze. Non sto buttando via tutto il buono fatto nell’ultimo anno, ho notato notevoli progressi, a manifestare la profondità del lavoro svolto, ma le basi non sono ancora solide, traballano leggermente: qualche puntello in più va messo. Rientrando a casa stravolto, ho cercato di pensare a nuove soluzioni, a idee che possano cambiare in meglio, capaci di dare un altro slancio in avanti al mio progetto. Sto vivendo un periodo molto intenso, capisco di essere in grado di allenare giocatori di livello più alto, ma la vera sfida è portare un piccolo gruppo di ragazzi dove nessuno pensava potessero giungere. Purtroppo mi sto accorgendo che l’aspetto umano è determinante, non c’è consiglio tecnico, o fondata teoria così convincente da trasformare una persona in quello che non vuole essere. Io desidero diventare il numero uno dei coach, non so se i miei allievi hanno il medesimo sogno, se sentono pari volontà di riscatto, di affermazione, se sono affamati allo stesso modo. Agli occhi il potenziale sembra enorme, un vero peccato sprecarlo, gettando via la possibilità di inseguire l’eccellenza, dove pochi si fregiano di stare.

Alla fine di tante elucubrazioni rimangono le vittorie e le sconfitte, quelli che vanno avanti, lasciando indietro gli altri; chiedo maggiore impegno, sto facendo il massimo, saprò aggiungere di più, poi però non sono io ad andare in campo. Guardando i campioni comprendo la grandezza, l’umiltà, l’applicazione, la professionalità; invidio l’ostinata rincorsa della palla imprendibile, della cattiveria di chi riesce a scavalcare ogni avversità, a credersi solido come la roccia, anche quando gli trema il braccio dalla paura. Tremo all’idea di percorrere solo questa strada, di vedere i ragazzi fermarsi lasciando un povero maestro inseguire una chimera.

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