Genitori di tennisti si nasce o si diventa?

di - 2 Gennaio 2015

usta tennis parents guide ST

di Nicola Ceragioli

“I campioni dovrebbero nascere orfani!” Questa è una di quelle frasi che ogni tanto salta fuori nelle conversazioni con maestri, allenatori o semplici appassionati, tutti convinti di quanto siano negativi i comportamenti e le frasi che i genitori hanno nei confronti dei nostri giovani allievi. Sicuramente in passato abbiamo assistito a episodi di padri-allenatori che hanno avuto atteggiamenti ingiustificabili con i propri figli, vedi i casi Lucic, Dokic,Pierce,Graf, Capriati, e a tutt’oggi sentiamo che certe situazioni si ripetono, come il recente caso di Andrada Surdeanu, sedicenne rumena picchiata dal padre ad un torneo minore per aver perso una partita di tennis.

Forse non tutti si ricordano di Christophe Fauviau, un padre francese che tra il 2000 e il 2003 intossicò 27 giocatori che affrontarono i suoi due figli, uno di questi avversari morì in un incidente d’auto mentre tornava a casa dopo un match, causato proprio dalle sostanze che Fauviau (poi condannato a otto anni di prigione) aveva messo nella sua bottiglia durante la partita.

Come possiamo vedere, gli atteggiamenti dei genitori degli atleti possono semplicemente caricarli di troppe pressioni e responsabilità ma arrivare anche alla pura follia, tutto questo nel nome del più profondo amore che un genitore nutre nei confronti del proprio figlio. Proprio questo amore conduce genitori di qualsiasi classe sociale a comportamenti che ormai sono diventati stereotipati: si va dal padre “gorilla” attaccato alle recinzioni di bordo campo durante le partite e gli allenamenti del figlio, al “mezzofondista” che percorre più chilometri lui sul vialetto del circolo che il figlio in tutto match, poi troviamo i genitori “spazzaneve” che tolgono ogni possibile ostacolo sulla strada della crescita del giovane tennista, fino ad arrivare ai famosi genitori che dicono: ” A noi non importa se vince o se perde, basta che si impegni e si diverta”. Per inciso, non ho ancora trovato nessun genitore coerente con questa affermazione. Probabilmente i genitori che leggeranno questo articolo individueranno il padre o la madre di questo o quel ragazzo che si comporta esattamente così, ma come scriveva Jules Renard :”Quando si vedono nettamente i difetti degli altri, li si possiede”.

A questo quadro si possono aggiungere genitori i cui figli hanno raggiunto grandi traguardi tennistici, vedi i casi Williams, Agassi, Sanchez (Arantxa), Nadal e molti altri, tutti accomunati però da rapporti familiari che in un modo o nell’altro hanno portato a rotture, separazioni, divorzi e persino cause finite in tribunale. Il tema genitori e tennis è un argomento che da sempre è stato al centro delle attenzioni di tutte le componenti dell’ambiente sportivo, tanto da spingere la USTA a stampare una Parent’s Guide dove viene indicato, tra i vari argomenti, quali comportamenti un genitore dovrebbe avere e quali evitare per far crescere adeguatamente i propri figli.

Anche l’ITF nel suo programma Tennis 10s, dedicato ai più piccoli, ha dato spazio a questo aspetto, sottolineando l’importanza dei genitori nel supportare e incoraggiare i figli, ad insegnare loro il rispetto delle regole, degli  avversari e così via.

Tutte queste informazioni di come un genitore non si deve comportare (ma che a volte ha portato a figli vincenti e famosi), oppure come si deve comportare (ma che spesso rispondono a semplici regole legate al buonsenso), hanno creato molta confusione specialmente in quei genitori che si affacciavano per la prima volta, e forse casualmente, al mondo del tennis. Aggiungiamo che dirigenti improvvisati ed insegnanti con poca esperienza e conoscenza di tennis di alto livello non hanno certamente chiarito le idee a padri e madri che, anzi, si sono sentiti all’altezza di decidere che cosa fosse giusto e cosa sbagliato nella carriera dei propri figli. E questa credo personalmente che sia una delle sconfitte più amare che il Nostro sistema tennis abbia subito nel corso degli anni.

A proposito di questo aspetto, anche chi si occupa di formazione non ha contribuito a rinforzare la figura del Maestro. Mettendomi nei panni di un genitore che la domenica gioca la competizione per il circolo e in squadra con lui o come avversario ha un 3.5 che batte regolarmente e poi se lo trova Maestro (dopo la prova di gioco…)  del proprio figlio, credo sia normale che si senta il diritto di pensare che lui non è un insegnante di Tennis semplicemente perché nella vita faccia altro ma che lo potrebbe essere tranquillamente.

Il Maestro deve essere autorevole, ovvero, deve guadagnarsi il rispetto da parte di tutti per quello che ha fatto in passato ma soprattutto per quello che sa, e queste sono esperienze e conoscenze che non si trovano sui libri, in televisione o su internet, ma si acquisiscono col tempo respirando quotidianamente l’aria del tennis che conta e stando vicino a persone che di questo sport sanno veramente molto. In questo quadro abbastanza desolante della realtà che si vive all’interno dei circoli i genitori vengono visti e vissuti come elementi di disturbo, invadenti e spesso addirittura deleteri per la crescita dei loro figli.

Personalmente ho una visione molto differente e credo che i genitori siano fondamentali, che siano una risorsa preziosa e che possano aiutare noi Maestri nell’educare tennisticamente i ragazzi. Devono comprendere quale sia il loro ruolo, quali messaggi devono passare e come comportarsi nel caso facciano, o faranno parte, della vita di un tennista. Ma in questo difficile percorso vanno guidati, istruiti e cercare di metterli nelle condizioni migliori per imparare. Molti colleghi storceranno il naso a questa mia affermazione, ma ciò che penso e scrivo è dettato da esperienze che ho vissuto in prima persona (Knapp e Seppi) e da esempi di genitori che ho visto, e con i quali mi sono confrontato nei miei anni da allenatore nel circuito Juniores e ho ritrovato successivamente in quello maggiore WTA/ATP, e che mi hanno dimostrato come una corretta educazione tennistica possa contribuire a formare dei campioni.

Cito i genitori Djokovic, Nadal, Murray, Dolgopolov, Zverev (papà Alexander, stesso nome del secondo figlio e persona straordinaria), Radwanska, Muguruza, Bencic e aggiungo Rauza Islanova (madre di Safin e Safina), solo per nominare alcuni che hanno preparato i loro figli ad affrontare questo difficile mondo del circuito internazionale. Certo ognuno a suo modo, nella sua cultura e nel suo contesto sociale, a volte con atteggiamenti poco consoni alla nostra mentalità, ma tutti hanno creato delle personalità adatte a primeggiare nel tennis.

Prima regola: no dubbi. Nessun dubbio sul fatto che si possa diventare dei campioni di tennis, come mi insegnò zio Toni: se credi che una cosa non sia fattibile, semplicemente diventerà impossibile. Lapalissiano.

Seconda regola: ognuno si deve assumere la responsabilità delle azioni che compie. A proposito di questo lo zio Toni mi raccontò di una estate in cui Rafa preferì più pescare con gli amici che giocare (e lo zio lo lasciò fare), ma quando alle prime sconfitte inaspettate si  lamentava, trovava scuse e cercava spiegazioni, Toni gli disse semplicemente: “Se da grande vuoi fare il pescatore vai a pescare, se vuoi fare il giocatore di tennis allora vieni ad allenarti”. Come poi siano andate le cose lo sappiamo tutti perfettamente.

Terza regola: pazienza. Paradossalmente la pazienza è un aspetto che ha consentito a questi giocatori di arrivare ad alto livello molto giovani perché hanno fatto poca confusione nelle scelte specialmente negli anni formativi. I genitori hanno dato esempio ai propri figli che per ottenere risultati ci vuole tempo e che nei momenti di difficoltà non bisogna cambiare e buttare via tutto, ma cercare di vedere le cose nella loro semplicità continuando a lavorare con spirito di sacrificio e possibilmente in una prospettiva positiva. Devo allo zio Toni la scoperta del termine resilienza usato in psicologia. Lo ringrazio ancora.

Per concludere vesto i panni da genitore e mi rivolgo ai genitori e li invito a guardare un po’ meno la tecnica di Federer, il fisico di Djokovic, la testa di Nadal, a lasciare da parte racchette, corde, pesi e bilanciamenti, ma piuttosto capire le reali necessità della vita dei propri figli, come persone e come tennisti, e in quale modo poterli aiutare affettivamente, cercando di avere dei riferimenti (oltre alle semplici regole che ho descritto prima) in chi prima di noi si è trovato nella stessa situazione ed ha trovato delle soluzioni, da cui magari trarre degli spunti, che oltre a formare dei campioni hanno dato a questo sport delle persone straordinarie.

© riproduzione riservata

8 commenti

  1. Nicola Ceragioli
    penso che con la creazione di una sessione del blog dedicata a “genitori e figli” vada dato merito ad Alessandro di aver dato sempre risalto a questo aspetto dando voce ai pareri e le teorie più disparate sull’argomento.
    Uno dei problemi che viene spesso omesso nell’affrontare l’importanza del rapporto tra genitori e figli nella costruzione di un tennista è che nella maggior parte dei casi si parla a livello teorico, facendo riferimento a casi preclari senza però contestualizzare che si tratta di casi, culture, situazioni e persone spesso completamente diverse. Manca inoltre l’elemento fondamentale, facciamo i conti senza l’oste. Cosa ne pensano i ragazzi del rapporto con i loro genitori e come pensano che influenzi la loro crescita come tennisti?
    Ho sempre pensato e continuo a pensarlo ed a lavorare in tal senso che i genitori rappresentano una risorsa fondamentale per il giocatore di successo ma che è altrettanto fondamentale non fermarsi al livello teorico e che è soprattutto ancora più importante coinvolgere i ragazzi in questo processo. Come ha ben scritto nell’articolo, i genitori spesso parlano bene e razzolano male (spesso inconsciamente)ma posso garantire per esperienza personale in molti incontri organizzati genitori-tennisti, che hanno una reazione molto diversa se a ravvisarli sono le mie parole o se provengono dalla bocca dei loro figli stessi.!!!!
    Molto deve essere ancora fatto ma non è certo con raccomandazioni generalizzate che si ottengono risultati. La federazione australiana per esempio organizza corsi speciali per i genitori e fa in modo di coinvolgere anche i tennisti, i maestri (oltre al personale federale che organizza i corsi).

  2. bogar67

    Non è vero che la Surdeau è stata picchiata dal padre perchè ha perso ma perchè si é permessa di tirargli addosso il cellulare. Nel Confondere per primi il ruolo tra genitore educatore e coach o accompagnatore appena le cose vanno male ci si avventano subito addetti ai lavori, federazione, maestri etc.
    Il problema è che è molto facile fare il genitore coach di piccoli robottini senza cuore e carattere ma se avete un bimbo o una bimba con le palle tutto diventa molto più complicato e che ci siano conflitti mi sembra normale.
    Ma voi permettereste a vostra figlia che state rimproverando per scarso impegno a scuola di tirarvi il cellulare?

  3. Henry

    Molto semplicemente, i maestri ed I coach che non mettono passione, studio ed impegno nelle loro attività preferirebbero che i ragazzi che allenano fossero orfani per non avere alcuna discussione del loro operato. I coach ed i maestri che riescono a creare quell’indispensabile feeling con il giocatore senza considerare solo gli aspetti economici della lro professione, sanno come i familiari costituiscano un elemento determinante per una buona riuscita. Prova ne sia che almeno l’80% degli junior che ottengono risultati sono seguiti strettamente dai genitori (che in molte occasione sono anche maestri od ex giocatori). Dall’interazione positive e bidirezionale in base alle competenze specifiche tra i genitori, allenatori ed allievi deve conseguirsi la crescita del gruppo.
    Ovviamente fattori negativi esistono sia tra alcuni genitori (troppa pressione, mancanza di senso sportivo) che tra alcuni maestri (venalità, impreparazione tecnica e pedagogica, interesse personale a favorire il proprio figlio od un loro protetto, creando artificialmente all’interno del gruppo dei propri allievi delle gerarchie falsate per i più vari interessi).
    Ma al di la di questi esempi negativi (purtroppo piuttosto frequenti) deve essere l’interazione ed il rispetto reciproco, associate al commune obiettivo di crescita (e questo spesso può creare motivo di scontro, se gli obiettivi sono differenti). Questo può crearsi con il maestro di un piccolo circolo periferico con due campi ma appassionato, competente e con la volontà di aggiornarsi (senza voglia di apprendere non si può insegnare) o se si è fortunati con il grande ex campione con esperienza internazionale (quasi sempre è paradossalmente più facile con questi ultimi, visto che i grandi sono spesso i meno presuntuosi). Il maestro ignorante e non volonteroso di aggiornarsi o con altre finalità si chiuderà invece a riccio dal rapporto con i genitori per non mettere in discussione il suo scarso operato e la sua dubbia competenza (spesso frutto di un corso di poche settimane, tenutosi anni orsono e senza alcun aggioranmento tecnico o pedagogico magari dovendosi confrontare con genitori ex giocatori o che vengono dal mondo dello sport o plurilaureti in discipline affini che invece dall’interazione con gli allenatori potrebbero apportare elementi determinanti per la crescita del giocatore junior).
    Da Pro poi la storia muta radicalmente ed a mio parere tutti i ragazzi dovrebbero diventare indipendenti (non affettivamente ovviamente) dai genitori a partire dai 18 anni, …ma questa è un’altra storia..

  4. nunzio vobis

    Henry sei un Dio, vorrei tanto scambiare un po di opinioni con te, dimmi se hai un account facebook, veramente complimenti per il tuo intervento, preciso e coinciso di come stanno realmente le cose

  5. vilas61

    Volevo complimentarmi con Henry, la sua disamine è perfetta, precisa e sopratutto veritiera.
    Fra le tante cose scritte, aggiungerei il fatto che il solo fatto che in tantissime (non in tutte) “scuole tennis” sia vietato assistere alle lezioni e già, secondo me, motivo di malafede.
    Qualcuno potrà dirmi che allora dovrei lamentarmi del fatto di non poter assistere alle lezioni scolastiche dei propri figli.
    Penso che se ci fosse la possbilità di assistere alle lezioni anche via web, sarebbe per tutti un modo per “stimolare insegnanti e allievi” a “comportarsi” in maniera più “appropriata”.
    E non ritrovarsi dopo cinque anni di elementari o di medie o di liceo, con la solita frase ” a se sapevo gli avrei cambiati scuola prima”, perchè la mancanza di trasparenza rende l’uomo più pigro, chiaramente non bisogna generalizzare, ma io la penso così.
    Tornando al tennis la Federazione dovrebbe rendere obbligatorio la possibilità di assistere alle lezioni in campo o tramite una sala apposita, oppure via web, dato che poi siamo noi che li portaimo in giro e paghiamo le iscrizioni ai tornei, prendiamo permessi sul lavoro, paghiamo la benzina ect ect….

  6. Henry

    grazie a nunzio vobis e vilas61 per l’apprezzamento, scusate il ritardo nella risposta ma ero in viaggio all’estero in zone senza connessioni, mio figlio sta finalizzando una pagina FB per lo scambio di saluti, foto ed informazioni informali tra ragazzi che frequentano i tornei under (e perchè no, anche per i loro genitori) appena pronto ne daremo notizia

  7. Makezia

    Sarei interessata al riferimento fb di henry, condividendo la sua analisi sui fattori di criticità dell ‘ indispensabile rapporto maestro/genitori nel interesse “comune” della crescita emotiva ed agonistica dell’ atleta. Il percorso difficile ed impegnativo del tennista e dei suoi familiari e’ ancora più complesso nella realtà della piccola provincia , dove mancanza di confronto e monopolio dell’offerta rendono a dir poco visionaria la fiducia nelle opportunità di carriera. Non sono una genitrice che ipervaluta il proprio figlio, ne soffro di stress da risultati ma ritengo che tempi e modi di una qualsiasi carriera agonistica debbano superare i limiti imposti da un respingente sistema scolastico, da un dubbio operato meritocratico delle federazioni, e spesso dalla mancanza di passione di tanti “maestri”

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