Kyle Edmund, il futuro della Gran Bretagna porta il suo nome

di - 9 Ottobre 2016
Kyle Edmund - Foto Ray Giubilo

La vittoria ottenuta da Kyle Edmund al primo turno dell’Atp di Pechino contro lo spagnolo Guillermo Garcia-Lopez ha consentito al 21enne di britannico di centrare per la prima volta in carriera l’accesso nella Top 50 del ranking maschile. Il tennista classe ’95 ha poi superato in tre set anche il numero 18 delle classifiche Bautista Agut garantendosi così un suggestivo derby nei quarti di finale opposto ad Andy Murray, in quello che appare un vero e proprio scontro generazionale tra il presente il futuro prossimo della Gran Bretagna. Cerchiamo adesso di capire quali segreti si celano dietro la cavalcata di un giocatore che fino al 2015 era ancora assiduo frequentatore del circuito Challenger, e che ora invece bussa con sempre maggiore insistenza alle porte del tennis d’èlite. Nella stagione scorsa, come detto, l’astro nascente di origine sudafricana si dilettava frequentemente nel non semplice ambito dei Challenger, settore nel quale vanta parecchie presenze anche in Italia, quasi sempre coronate da ottimi risultati, come testimoniato dal quarto di finale raggiunto a Roma Garden quando si arrese soltanto al fotofinish contro il ben più esperto Potito Starace. In realtà, però, i risultati del duro lavoro svolto si erano cominciati ad intravedere già qualche anno prima, e precisamente nel 2011, anno fu capace di spingersi fino alla semifinale degli Us Open juniores, eliminato da un’altra giovane promessa, il ceco Jiri Vesely.

La lunga gavetta affrontata da Kyle ha portato i frutti sperati proprio all’inizio del già citato 2015, visto che, dopo un triennio incalzante fra i vari Challenger, ha superato le qualificazioni del primo Slam stagionale in Australia, portandosi a casa dunque la gioia del main draw nonostante la disfatta all’esordio contro lo statunitense Steve Johnson. L’accesso al tennis che conta non ha comunque distolto Edmund dall’obiettivo dichiarato di scalare il ranking, tant’è che subito dopo la sortita nella terra dei canguri l’inglese si è imposto nel Challenger di Hong Kong, oltre ad aver raggiunto una preziosa semifinale a Irving. Questi risultati, non a caso, gli hanno garantito l’accesso nel tabellone principale del Master 1000 di Miami: il sorteggio, purtroppo, non gli è stato favorevole, dal momento che un Robin Haase particolarmente in palla lo ha rispedito al mittente con un periodico 6-2. Ancora una volta le stigmate del grande giocatore sono state palesate dalla voglia di Kyle di mettersi sempre e comunque in discussione anche in tornei apparentemente minori, a testimonianza di una lungimirante comprensione di quanto non vadano affrettati i tempi per il grande salto nel circuito dei big. Come già avvenuto dopo l’Australian Open, infatti, il nativo di Johannesburg si è rigettato nel circuito Challenger, centrando la semifinale a Le Gosier e i quarti in tre tornei italiani (rispettivamente a Vercelli, Torino e Roma).

I successi acquisiti gli hanno consentito di rodare perfettamente il proprio gioco oltre che la fiducia, tant’ è che il britannico si è presentato in forma smagliante al secondo Slam stagionale all’ombra della Torre Eiffel. Edmund, dopo aver passato senza difficoltà apparenti le qualificazioni e sconfitto Stephane Robert nel primo turno, ha dovuto fare i conti con uno sfortunatissimo infortunio che non gli ha permesso di affrontare Nick Kyrgios in uno scontro tra giovani leve sicura garanzia di spettacolo per il pubblico parigino. Alla fine dell’anno Edmund si è ritrovato dunque con pieno merito alla soglia della Top 100, preludio ad un 2016 che ne segnerà la definitiva consacrazione. L’inizio della stagione è subito esemplificativo di quello che sarà il prosieguo, dato che Kyle si spinge fino ai quarti di finale del prestigioso torneo di Doha, dove cede il passo solamente al ben più solido Berdych. L’abbrivio acquisito si conferma anche in estate, quando supera due turni al Queen’s arrendendosi in tre set al connazionale Murray e si impone nei Challenger di Dallas e Roma, nell’ultima circostanza ai danni di un’altra promessa come il serbo Krajinovic. Poche settimane dopo arriva anche il miglior risultato in un Major a New York, scenario perfetto per la più grande vittoria della sua carriera contro il francese Richard Gasquet. Agli ottavi esce nettamente sconfitto dal numero 1 del mondo Novak Djokovic che ne affievolisce le velleità, tuttavia si intravedono chiaramente le prospettive future di un giocatore troppo spesso e ingiustamente passato sotto traccia.

Il gioco non sfavillante tende infatti a celare, agli occhi dei più, caratteristiche non comuni dell’inglese a cui si riserva tendenzialmente un’importanza minore. Nel suo tennis emerge infatti una discreta anche se non dirompente fisicità, una buona attitudine a mantenere sempre un atteggiamento positivo in campo, come testimonia la quasi completa assenza di imprecazioni o racchette distrutte, a cui si unisce un servizio solido seppur ancora privo di quella varietà di rotazioni che gli consentirebbe di compensare lo scarso numero di aces dovuto alla stazza non imponente. Il diritto sembra di buona qualità sia in fase di palleggio che a sventaglio, con la soluzione a sventaglio in grado di far la differenza soprattutto se coadiuvata da un buon footwork, mentre il rovescio è in grado di mantenere un ritmo costante senza però riuscire a produrre un cospicuo computo di vincenti.

I colpi molto carichi di top spin rendono sulla carta il britannico molto adatto alle superfici dure ma non troppo rapide, oltre chiaramente alla terra battuta, sulla quale non ha caso ha conquistato alcuni tra i migliori risultati della sua carriera. L’obiettivo della Top 50 è stato finalmente raggiunto, e sicuramente ad aiutare Edmund c’è anche quella tranquillità derivante da un’attenzione mediatica che non si assesta sui livelli di alcuni coetanei, Kyrgios e Zverev su tutti. Difficile decifrare con precisione fino a che punto possa spingersi, ma se il modus operandi dovesse mantenersi quello palesato fino a questo momento è inevitabile che Kyle possa prendersi soddisfazioni non auspicabili visto il suo attuale rango di outsider. Dalla sua parte, inoltre, ci sono il tempo e i consigli che il connazionale, nonché numero 2 del mondo, potrà sicuramente dispensargli, in modo da far sì che il destino della Gran Bretagna possa essere riposto in mani sicure anche dopo il ritiro del suo faro Murray.

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