I Nemici dell’Oste

di - 3 Marzo 2011

di Marta Polidori

Il tennis è uno sport rischioso. Rischi, prima che perdere le partite, di smarrire te stesso in un qualche meccanismo che ti tira dentro.

I meccanismi che sanno fregarti sono tanti, e la maggior parte dettati dai tuoi avversari, che ergono ostacoli a loro favore per farti sentire debole, sempre più debole.
Può essere che puntino sullo stare talmente antipatici ed essere così insopportabili da lasciarti solo.

Nello sport individuale sei sempre solo, ma il tennis sa essere particolarmente bastardo.
La lotta fra due giocatori diventa psicologica e non più fisica o tecnica, vince chi sa demolire psicologicamente, e in minor tempo, l’avversario.
Potrà non sembrare da fuori, ma i pensieri che affollano la mente di un tennista nei momenti decisivi non sono minimamente calcolabili.
Anche quando credi di non pensare, il tuo cervello agisce contro i tuoi interessi, ed è terribile, perché finisci col non sentirti mai padrone di te stesso.

Alla fine, se io penso che quel giorno voglio comportarmi in un determinato modo e ragionare in modo altrettanto determinato, dovrebbe per me essere semplice farlo. Ed invece no, qui rimaniamo, rimanete, tutti fregati.
La cosa buffa del tennis è che ti lascia sempre l’intima convinzione d’essere padrone di te stesso, quando non è mai così, perché?

Perché nel momento esatto in cui l’arbitro lancia in aria la moneta e si decide il servizio, tu diventi proprietà esclusiva dell’avversario. Il tuo ragionamento dipende principalmente da cosa decide di fare lui. Puoi essere ghiaccio, decidere prima cosa fare, ma quello che distingue un tennista buono da uno cattivo è che in quei dannatissimi centesimi di secondo in cui una palla viaggia, deve saper decidere cosa dire, e rapidamente trasmetterlo alla sua racchetta. Ed il cosa dire dipende dall’argomento che in quel momento sta esponendo il suo avversario. Diventa così uno scambio di idee, o meglio identificabile in un acceso dibattito.

Ecco, io voglio parlare di questo preciso meccanismo. Del sentirti solo ed in balia di una figura di cui, sino ad un’ora prima, non sospettavi nemmeno l’esistenza.
Già quando ti stringe la mano capisci con che genere di merda hai a che fare.

Ci sono molteplici strette di mano, tra cui: l’ammirevole col sorriso da buon tempone, l’aggressiva e distaccata di chi vorrebbe ucciderti un parente pur di farti perdere la ragione, quella di una persona che con te non vuole avere nulla a che fare e sei solo un ostacolo temporaneo (che è la stretta di mano più intelligente a mio avviso), ma ce ne sono tante, vanno di conseguenza agli intenti ed alla personalità.

Una volta mi è capitato di vedere una partita di un torneo internazionale in Slovenia, una ragazza non si era nemmeno degnata di stringere la mano alla sua avversaria a fine partita, nemmeno avesse perso e fosse stata per ripicca, ma ricordo bene la sensazione che ho avuto, ovvero che fosse terribilmente sola.

Insomma capisco il voler incutere un certo timore e rispetto, ma dove sono finite le dolci e care vie di mezzo?
Nel mio modo di fare non comprendo questo genere d’eccessi, susciti in me pietà più che stima. Per la serie: faccio talmente schifo a giocare che punto necessariamente sullo stare talmente sullo stomaco da farti saltare i nervi, ed automaticamente la classifico come un’insicura, a cui se togli la sua tattica spiegata da Papino la prendi a fucilate.

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