Pillole dagli States

di - 2 Novembre 2011


(Steve Johnson, stella della University of Soutch California, classe 1989 e numero 400 Atp)

Tennis in america? Tennis in Europa? College? Futures? Il coach romano Marco Martizi, che gestisce un’accademia in Florida, ci racconterà con la sua nuova  rubrica “Pillole dagli States” episodi, opinioni, giocatori, sensazioni e tutto quello che sarà all’ordine del giorno nella sua Boca Raton. Potrete anche sottoporre delle domande a Marco, che vi risponderà nella puntata successiva. La prima puntata, dopo una doverosa premessa, sarà dedicata ai College ed in particolare

di Marco Martizi (Coach Internazionale)

Partiamo dal fatto che la storia e la situazione di ogni singolo giocatore è diversa: c’è chi riesce a passare al professionismo senza rimanere “infangato” (questa la rubo al mio amico Michele Tellini anche se non mi ha nominato in radio durante Spazio Tennis!) nei tornei futures, c’è chi ci rimane un anno o due, chi dieci e chi non ne esce più. Questo almeno è il pensiero europeo e soprattutto italiano. Negli Usa c’è il College a fare da cuscinetto nella fase di transizione tra junior e pro. Alcuni usano il cuscino per addormentarcisi, altri come semplice transizione. Una volta entrati in un College, molti perdono o possono perdere il sogno del professionismo perché hai già praticamente tutto per il presente e il futuro ti fa iniziare a pensare: ma chi me lo fa fare di sbattermi nei tornei sfigati in giro per il mondo mentre qui ho tutto, sono viziato, prendo un diploma e in più gioco ad alto livello? Per fortuna in molti (davvero molti!) arrivano nel mondo del College con un approccio diverso: sanno che nel tennis di oggi (soprattutto maschile, poiché nel femminile cambia tutto) l’età media dei primi 100 è di 25/26 anni e questo significa che dai 18 ai 22 ci si può allenare ad ALTO livello praticamente gratis (ve lo spiegherò nella prossima puntata) e disputare competizioni di ALTO livello; allo stesso tempo si può studiare a aprirsi altre porte importanti per il futuro. Intorno ai 22 anni si decide se continuare ad inseguire il sogno o cambiare strada molto serenamente e senza frustrazioni. Il “College Nation”, secondo una statistica diffusa durante gli ultimi Australian Open, è la “nazione” che porta più primi cento in classifica. Il livello è ALTISSIMO. Tedeschi, romeni, francesi, danesi, indiani, serbi e tanti altri vengono a giocare negli States. Come si rapporta l’Italia a questa possibilità? Non si rapporta! Perché? Sostanzialmente perché c’è ignoranza, nel senso stretto del termine e si pensa che giocare al College sia come disputare una sorta di serie B del professionismo. Il College viene paragonato ad una Bundesliga o ad una qualsiasi competizione a squadre per racimolare qualche soldo a fine carriera. Il secondo motivo è ancora più significativo: i pochi maestri italiani che conoscono la situazione non la illustrano ai propri allievi per paura di perderli! Il consiglio che io mi sento di dare a tutti i miei allievi è: se entri nei 600-700 a 18 anni (anche se sappiamo quando “dare i numeri” non sia la cosa migliore da fare nel tennis professionistico, per varie ragioni..) e quindi sei veramente forte, va benissimo buttarsi a capofitto nel mondo del professionismo; altrimenti inizi a macinare chilometri nei College, cominciando a farti le ossa. Vi assicuro che il livello è altissimo. E giocare non è facile, provate voi a giocare una seconda palla decisiva con 10.000 persone che strillano infervorate. Durante l’anno giochi tornei individuali e a squadre nei College, aggiungendo 5-10 tra futures e challenger. Finiti gli studi hai tutto il tempo per decidere, ma con un pezzo di carta in mano, che possa aprirti un maggior numero di opzioni per il tuo futuro.

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