Il Paese dei Balocchi

di - 14 Maggio 2013

di Marco Mazzoni

“E’ il Paesi dei Balocchi! ….dove vuoi trovare un posto più sano per noialtri appassionati? Lì non vi sono capi ufficio: lì vi sono i maestri della racchetta, lì non vi sono grattacapi. In quel posto benedetto non si studia mai. La scuola è quella del tennis, e per tutta la settimana solo giornate di partite, una più bella dell’altra, fino alla finale alla domenica”.

Lungi da me voler riscrivere l’intero (splendido) racconto di Pinocchio, e mi perdonerà Collodi per quest’ingenua revisione …ma trovate una definizione migliore di “Paese dei Balocchi” per descrivere cosa sono gli Internazionali di tennis del Foro Italico per un malato di tennis? E senza la controindicazione di diventare asini… ma solo arricchire la propria passione, portando a casa il ricordo di gesta tecniche ed agonistiche sublimi e l’aver preso parte ad un evento speciale.

Gli Internazionali di tennis sono davvero un grande evento ed un grande torneo, che anno dopo anno cresce, si migliora e niente ha da invidiare agli altri Master 1000. Semmai sono altri tornei, ospitati in luoghi posticci e desolati o tremendamente pompati da petroldollari e guru del marketing, a dover invidiare i nostri campionati, che vantano 70 anni di storia e si disputano in un fazzoletto di terra straordinario, dove storia, bellezza e fascino si fondono a formare un qualcosa di irripetibile e che va al di là del puro fatto tecnico. E che solo vivendo si può percepire. Bene ha fatto la Federazione a reggere le pressioni che anni addietro spingevano per far traslocare il torneo altrove, in un’area nuova, più grande e certamente più funzionale, ma che avrebbe impoverito la nostra tradizione (tradizione = forza), e azzerato in un sol colpo la magia che si è creata in quasi 70 anni di storia. Quasi, perché non tutti sanno che i nostri Internazionali agli albori (dal 1930 al 1934) furono disputati al TC Milano, per poi accasarsi a Roma.

Il torneo oggi è un punto fermo nel calendario, un evento a cui nessun campione vuol rinunciare, esclusa qualche racchetta rosa più volubile e capricciosa. Si sono fatti passi da gigante rispetto a una 25ina di anni fa, quando gli Internazionali erano in sofferenza, di strutture, di organizzazione, di sponsor. Anche di spettatori. Tutto è cresciuto, compreso il pubblico. Il ricordo del panino tirato in campo, delle bordate di fischi che mandarono in bestia lo Zar Lendl sono un ricordo lontanissimo. Oggi tutti i big amano stare qua, lo dimostrano i tweet che scrivono nella loro permanenza romana e il modo rilassato cui vivono (spesso con famiglie al seguito) la settimana. Si va dalle freschissime  foto di Djokovic, scattate venerdì scorso, con il n.1 “impegnatissimo” davanti ad un piatto generoso di fettuccine da Trilussa, a quelle dell’anno scorso di Federer, che su di un pullman panoramico scorrazzava con le gemelline per le bellezze della Roma antica. Proprio Re Federer decise di restare in città per tutta la settimana anche nelle edizioni 2010 e 2011, in cui perse ben presto, per godersi la città tra shopping nelle vie del lusso e passeggiate in aree suggestive e meno battute del centro, come l’ex Ghetto o Trastevere. Poche le voci fuori dal coro, come una Wozniacki che da maniaca del Sushi non amava i ristoranti giapponesi della Capitale, …come se una pasta o pizza doc potesse in un solo colpo metter k.o. silhouette e palato… Non ha questi problemi il simpatico e voracissimo Tsonga, che ho visto consumare con i miei occhi 3 piatti giganti di rigatoni alla Norma nella lounge del Foro! Un torneo da giocare in campo e da vivere fuori, come ben sa Baghdatis ad esempio, ragazzo che ama viver bene e godersi i piaceri sul suo lavoro da privilegiato. Lui è uno che a Roma si trova alla grande, tanto da oziare ben volentieri sulla terrazza panoramica dell’hotel nei giorni di gara ammirando il panorama unico, e poi provare le migliori pizze in città, guidato da alcuni romani doc alla scoperta dei locali più tipici, e addirittura cimentarsi nella preparazione davanti alle telecamere dell’Atp, una volta scoperta la sua passione. Le parole di Agassi, pronunciate nel corso della sua campagna 2002 (poi vittoriosa) ben sintetizzano il concetto: “Quando arrivai a Roma la prima volta mi arrabbiai perché qua non trovavo un McDonald’s… Ora capisco quante belle cose mi sono perso, e perché qua è stata girata la Dolce Vita”.

Anche il parco del Foro Italico è sempre più bello. L’abbiamo appena ammirato con i nostri occhi, apprezzando anche nei piccoli dettagli il gran lavoro dello staff organizzativo, che anno dopo anno riesce ad affinare gli spazi e la loro fruibilità per il pubblico (sempre più numeroso), addetti ai lavori e ovviamente giocatori. Un lavoro importante, per il quale è giusto rendere merito alla Federazione di aver lavorato non bene, ma benissimo. Quest’anno l’occhio poco attento dello spettatore potrebbe non notare grandi cambiamenti rispetto all’edizione 2012, ma non è così. Il verde è curatissimo, con rose splendide a colorare gli spazi aperti. Cosa non scappata ai primissimi arrivati al Foro il sabato delle “quali”, tanto che i più avvezzi a scattare foto artistiche erano lì a girovagare cercando la composizione più suggestiva includendo i fiori, le statue e qualche angolo di terra rossa, segnata dagli atleti in campo. L’aver reso le aree comuni più verdi e totalmente aperte ha dato un tocco d’armonia e nuove prospettive, come la splendida visione del Pietrangeli liberato dalle brutte strutture metalliche provvisorie, ormai uno sbiadito ricordo. Con le aree commerciali ben disposte, in modo sempre più “discreto” e meno invadente, si ammira l’area in tutta la sua ampiezza, incastonata sotto il verde di Monte Mario. Divertente sostare qualche minuto nell’area dedicata ai più piccoli, nei pressi della Super Tennis Arena, dove giovani maestri fanno tirare qualche palla ai bambini, con giochi e attività studiate ad hoc per divertire anche loro, in attesa che qualche big si fermi anche lì per alzare l’entusiasmo. A voler trovare un difetto, il solito caro prezzi per cibo e bevande: considerando che tantissimi giovani e scuole tennis invaderanno l’impianto, non si poteva fare qualcosa almeno per loro? Ma purtroppo anche negli altri grandi tornei la situazione non è diversa.

Oltre al bel Centrale (non sarebbe il caso di dargli un nome?), grande tempio per i grandissimi match che finalmente ha regalato agli Internazionali uno stadio importante dopo lo scomodissimo “stadio dei crampi” in legno e il Pietrangeli affogato dai tubi innocenti, sono gli altri due campi per ordine di importanza a regalare spesso le storie più curiose. Come i decibel della Super Tennis Arena, diventati uno dei segni distintivi del “nuovo” Foro Italico. L’arena più nuova, costruita con una struttura mobile e diametralmente opposta alla posizione del grande centrale, gli è opposta anche come prospettive, qualità dei match e tifo sugli spalti. Mentre sul Centrale infatti vanno in scena i colpi dei campioni, dalle arrotate assassine di Nadal alle pennellate di Federer passando per i rovesci millimetrici di Djokovic, sulla Super Tennis Arena ci sono quasi ogni giorno match gustosi, vere chicche per appassionati doc, alla scoperta di giocatori famosi ma meno celebrati, oppure incroci potenzialmente più spettacolari ed adrenalinici di certi match con in campo il super-campione che disporrà con agio dello “sparring” di turno, soprattutto nei primi giorni. Anche il pubblico della Super Tennis è diverso: si passa dalla curiosità e silenzio nella scoperta dei giovani talenti al caos più totale quando in campo c’è un italiano, con qualche migliaio di spettatori assiepati a pochi passi dalle righe a sottolineare con qualche eccesso d’euforia tutto italico i colpi più belli e gli errori più evidenti. Il campo è raccolto, tanto che il suono è diverso, quasi amplificato, e la prospettiva sul gioco è straordinaria; come quella del Pietrangeli del resto, ma forse si è ancor più vicini. Qua si resta a bocca aperta vivendo un tennis molto diverso da quello appiattito dalla tv, apprezzando le traiettorie stupende di una Kvitova, la velocità di braccio di un Gasquet, il caricamento e slancio di un servizio di Gulbis, l’uscita di palla dalla racchetta di un Berdych.

Ma se proprio devo scegliere un angolo del Foro Italico, allora questo è il Pietrangeli, “declassato” per ordine di importanza come 3° campo (o secondo, dipende dal programma) dopo la creazione della Super Tennis. Sedendo sul marmo del Pietrangeli, all’animo sensibile si materializza quasi d’incanto la storia che è passata per quel rettangolo di gioco, dove si sono disputate battaglie storiche e finali pazzesche, come la bellissima Agassi – Mancini, per citarne una recente. Gli out infiniti non lo fanno amare ad alcuni giocatori (Volandri in primis), ma che fascino trovarsi in quest’angolo di mondo così suggestivo, circondato dalle severe statue che gli conferiscono una magnificenza che nessun altro stadio di tennis possiede. Essendo diventato parte del “ground”, il Pietrangeli è diventato il campo più presidiato in assoluto, sommando all’orda degli spettatori dei campi laterali quelli che con biglietti del centrale vogliono vedere altri giocatori oltre ai big, magari approfittando di un match che poco interessa (esempio Rafa in campo per i talebani di Roger, e al contrario Roger on court per i nadaliani di ferro…). Del resto ogni appassionato vive il torneo di Roma a suo modo, soprattutto se si è un habitué che ogni anno torna, almeno un giorno, in questo pellegrinaggio pagano ma sentitissimo. Un consiglio: per chi non ha mai vissuto il primissimo sabato degli Internazionali, scegliete questo giorno particolare l’anno prossimo. Non ve ne pentirete. Infinite sono le curiosità ed emozioni che si vivono, molto diverse a quelle dei giorni di gara. Già l’arrivare al sabato mattina è un’esperienza stupenda. Ci sono ancora gli ultimi preparativi in corso, perché tutto funzioni al meglio: dagli elettricisti che passano gli ultimi cavi, ai facchini che portano qua e là merci, ai commessi che dispongono con cura le proposte degli stand commerciali. Lentamente scorrono le golf car, e passeggiano i giocatori con sguardo intenso, diretti ai campi di allenamento o per la dura selezione delle qualificazioni. Sia lo spettatore che l’addetto ai lavori respira un’aria elettrica, alla prospettiva di vivere 9 giorni di grandissimo tennis attesi con impazienza da un anno intero, con mille storie da vivere e da raccontare. Una corsa per ritirare il pass stampa, un saluto a qualche collega che già inizia a studiare i sorteggi appena effettuati e immaginare possibili incroci tecnici, e via a perdersi nel parco. Al primo sabato non c’è ancora la coloratissima “bolgia” da torneo, quando tra i molti match e le migliaia di tifosi ad affollare campi, stand commerciali, aree verdi e punti ristoro, tutto pare disordinato e frenetico, seppur assolutamente giocoso.

Lo spettatore del sabato è un po’ diverso da quello della settimana. Si passa dal semplice curioso, che entra nell’impianto a vedere che diavolo sta succedendo mentre faceva jogging con i cani al seguito, all’appassionato doc, quello che conosce vita morte e miracoli di tutti i giocatori, apprestandosi a studiare quelli che scenderanno già in campo a sudare nei duri e spesso crudeli match delle “quali”. Al sabato si distingue un’umanità diversa tra questi tennisti non super star, uniti dalla speranza di vincere quelle due maledette partite e vedere il proprio nome nel main draw, con l’adrenalina a mille alla prospettiva di sfidare su di un campo importante un top player. E’ un’esperienza intensa vivere il loro dramma sportivo, e scambiare qualche sguardo con le famiglie dei giovani giocatori e giocatici, assiepate sugli spalti a spingere moralmente i propri figli verso il torneo “vero”, per un’occasione che potrebbe far scattare una molla e cambiare una carriera.

E al sabato c’è un’altra attrazione unica, vedere i campioni in allenamento. Il vero amante del tennis aspetta questo momento quanto un incontro importante, forse ancor di più, perché in allenamento si è ancor più vicini al proprio campione rispetto al posto 47 della fila 11 sul bel centrale (da cui si vede benissimo, peraltro). Centrale che proprio al sabato è di libero accesso, e tutti possono sedersi quasi in prima fila, in quello che poi diventerà un posto off limits. Anche solo passeggiare per il centrale semivuoto è un’esperienza da provare, ogni anno, e che ti fa entrare ancor più in clima torneo. Dall’arrivare quasi a toccare quel campo dove i campioni daranno il loro meglio, annusando il profumo metallico della struttura e della terra battuta (preparata stupendamente, un vero tappeto persiano, altro che i “disastri” di Madrid…), fino a risalire e scrutare ogni angolo, scoprendo prospettive diverse. Vale la pena salire fino all’ultimissimo posto dell’ultimissima fila, scoprendo la vista dello spettatore “meno fortunato”, proprio quello dell’ultimo biglietto, che però si sentirà ugualmente fortunato una volta lì, ad assistere ad una partita coi fiocchi. Dall’ultima fila come perdersi il panorama mozzafiato su tutta l’area del Foro, con lo sguardo che si perde oltre l’Olimpico o sul centro di Roma. Attenzione poi a scendere che la pendenza si fa via via importante…

In allenamento il campione è spesso più rilassato, prova schemi di gioco, cerca la sensibilità nei colpi meno sicuri, ride e scherza, se gli gira bene si può concedere a molti autografi e qualche foto appena uscito. Mille sono le storie che si potrebbero raccontare, vissute anno dopo anno assistendo agli allenamenti pre-torneo. In questo freschissimo 2013 già ho raccolto un gustoso campionario. Si va dalle risate liberatorie di Davydenko, che dopo una bella sessione di scambi con Misha Youzhny s’è addirittura lasciato andare ad una sorta di balletto uscendo dal campo, ai sorrisi di Vika Azarenka, che non sarà miss simpatia ma ride pure lei. Fino ad autentiche perle, come l’allenamento del sabato pomeriggio di Federer, proprio sul centrale. 45 minuti tutti da vivere per l’appassionato doc (e non necessariamente suo tifoso), non solo per essere a contatto con un mito dello sport della racchetta, ma anche occasione unica per capire come lavorano in campo questi “mostri” e cosa cercano per affinare la condizione prima di un torneo importante. Il compagno di turno, il lungagnone sudafricano Kevin Andreson, è stato istruito bene bene da Annacone su quello che Roger voleva provare: ricercare quelle sensazioni un po’ smarrite per via dello stop forse troppo lungo da Indian Wells. I due hanno lavorato alternando serie di palleggi a buon ritmo sulle diagonali, scambiandole ai 4 colpi e ripetendole 2 volte, fino al tentativo dello svizzero di scappare dal lato sinistro, prima con un back, poi con uno scatto di piedi a cercare lo sventaglio di dritto e infine con un top ancor più vigoroso a buttare fuori campo l’avversario. L’impegno di Roger, sudatissimo e molto concentrato visti anche i risultati così così in campo con diverse palle mal centrate o finite fuori, fa capire all’appassionato che li vede di solito vincere punti strepitosi nelle grandi finali quale sia invece l’attenzione per il dettaglio, e l’enorme lavoro che sta dietro a questi campioni, nessuno escluso quando si arriva a questi livelli. Un’esperienza che vale quanto un grande match e che ti permette di assistere a momenti divertenti, e magari anche a qualche colpo bizzarro. Sempre nella sessione di allenamento del sabato scorso, Anderson su di un rovescio più corto attacca Federer con un back lungo, insidioso; Roger con nonchalance assoluta risponde con un lobbettino di rovescio bimane (!!! avete letto bene, bimane!) morbidissimo, che salta i 201 cm del sudafricano quasi magicamente, depositandosi appena all’interno della riga… Un momento di silenzio misto a stupore ha ghiacciato i quasi tremila che assiepavano il centrale, fino ad un applauso spontaneo. Questa è una delle perle che solo vivendo il sabato delle quali potrete vivere, e raccontare.

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